La trasformazione del ruolo e della natura dei musei pubblici. Con la pandemia è stata una necessità, nel futuro (più vicino di quel che immaginiamo) lo sarà altrettanto. Per questo tre direttori di musei italiani scrivono una lettera per provare a smuovere il dibattito, anche in previsione (immaginiamo noi) dell'arrivo dei fondi del programma europeo Next Generatioin UE. In ogni caso, rimodulare e aggiornare la funzione dei musei, non sembra più un dibattito rinviabile, anche per impedire che – finita la pandemia – si ritorni nel guado delle opposte sterili ideologie tra promotori della " tutela e conservazione" e della "valorizzazione". Ma veniamo alla lettera dei tre direttori.  Sono Sylvain Bellenger, Direttore Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, Sergio Risaliti, Direttore Artistico Museo Novecento di Firenze e Giovanni Iovane, Direttore Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, pubblicata qualche giorno da su Artribune. Si tratta di un sasso lanciato in un dibattito che stenta a decollare, non sempre condivisibile, per carità (l'enfasi sui meriti  della "valorizzazione", ad esempio, a nostro avvisto difetta di rilievi critici a una logica turistica e di marketing che a molti analisti sembrava superata già prima della pandemia), ma che ha il merito di riaprire il discorso sul futuro e sul ruolo dei musei nel futuro. Ecco i punti fondamentali della lettera:

I musei sono un’antica istituzione nata con l’Illuminismo e con la nascita delle moderne democrazie; sono stati lo strumento principale di affermazione di quello che è stato definito lo “stato culturale”. Come strumenti di espansione e diffusione pressoché capillare di una civiltà sempre più desiderosa di conservare e valorizzare il patrimonio, educare al gusto, storicizzare e diffondere la conoscenza artistica e la memoria simbolica, sembrano essere entrati in crisi. La loro stessa sopravvivenza è messa in dubbio. Il museo luogo di godimento, di sviluppo della capacità critica e del talento creativo in presenza di opere e manufatti sembra essere superato dall’esperienza virtuale e digitale. La pandemia, con gli esiti prodotti sul piano sanitario, economico, culturale e psicologico globale, ha accelerato la crisi dei musei, mettendo in discussione le strutture da ogni punto di vista a cominciare dalla loro impalcatura economica.  Al contempo, questa crisi, ha dato impulso a progetti di revisione e di progettazione delle sue funzioni e performance, della stessa identità e sostenibilità, di un nuovo e diverso posizionamento in ambito culturale e sociale. Inoltre la pandemia ha colpito la mobilità e l’avvicinamento, la condivisione di gruppo e le esperienze collettive all’interno degli spazi del museo, privandoci di un’esperienza fondamentale per lo sviluppo della sensibilità e dell’immaginazione attraverso il contatto diretto e fisico con le opere e assieme agli altri.

Per arrivare quindi alla definizione di un nuovo paradigma, in campo museale, scrivono i tre direttori di musei pubblici italiani, bisogna mettere a punto una nuova visione e missione delle istituzioni culturali, il cui cardine, secondo la lettera pubblicata sul portale di arte, è il seguente:

I musei sono istituzioni fondamentali per la crescita culturale del paese, il benessere dei cittadini, la fioritura del talento e lo sviluppo delle qualità competitive sia dal punto di vista cognitivo che creativo. Soddisfano turismo, intrattenimento, moltiplicano benessere materiale ma non bisogna dimenticare che la loro principale funzione consiste nell’essere strumento di formazione e di sensibilizzazione estetica, di sviluppo cognitivo attraverso la lettura e la critica delle immagini, soprattutto nei territori e nelle comunità sia locali che nazionali, con programmi rivolti principalmente ai bambini e ai ragazzi, ai giovani, agli artisti e agli studiosi.

Naturalmente, ciò di cui abbiamo bisogno, in questa fase, è la riprogettazione dei musei nel pieno della pandemia e soprattutto dopo:

Adesso, nel pieno di questa crisi globale, dobbiamo riprogettare i nostri musei siano essi statali, civici, piccoli e grandi, pubblici e privati, siano essi di arte antica, moderna o contemporanea. Dobbiamo agire guardando a sostenibilità finanziaria e innovazione scientifica, al massimo dell’apertura culturale, spingendo l’acceleratore sulla creatività, la brillantezza concettuale, l’anticonformismo.  Musei e mostre dovranno essere giudicati sulla base di parametri quali la sostenibilità economica, la pertinenza pedagogica e di immaginario, il grado di aggiornamento e sperimentazione. Da luogo della memoria il museo deve trasformarsi in spazio formativo e di ricerca per creare futuro ridefinendo in modo creativo e sensibile l’approccio scientifico, la conoscenza e la conservazione del passato. Da decenni nessun museo vive solo di conservazione, e fin troppo si è abusato della conservazione per capitalizzare la rendita di posizione con essa generata. Il programma di valorizzazione dei musei si è però avvalso sempre di più di progetti espositivi tesi a incentivare e sviluppare ricerca e diffusione della conoscenza, amore dell’arte e aggiornamento. In concreto, secondo Bellenger, Risaliti e Iovane, cosa dovranno diventare i musei pubblici nel futuro? Campus, poli di formazione, perlopiù.

Per tutta questa serie di ragioni dobbiamo immaginare un modo nuovo e diverso di organizzare, gestire, sviluppare il museo. Che non potrà essere una realtà statica, costretta a vivere o sopravvivere lontano dalla realtà a semplice tutela del patrimonio artistico e dalla sua aura. Noi pensiamo quindi a nuovi musei come campus dinamici o poli culturali, come centri propulsori di attività e funzioni complementari e necessarie partendo da conservazione e tutela, valorizzazione e aggiornamento, ma considerando la centralità della ricerca e sperimentazione, della didattica e formazione, della mediazione culturale e nuova produzione digitale. Soprattutto i musei, intesi e strutturati come campus, dovranno diventare necessariamente luoghi interdisciplinari di residenze artistiche e di laboratori creativi, istituti di formazione e perfezionamento per curatori, restauratori e mediatori culturali.

Insomma, ce ne è abbastanza per mettere a punto un dibattito interessante, pur da posizioni diverse.