È più di quanto si sia ottenuto negli ultimi anni, ma l'ingorgo creatosi con la querelle tra Macklemore, Ed Sheeran e imprenditori come Robert Kraft potrebbe comunque deragliare dal percorso sperato. E non solo perché la polemica si è spostata all'interno di un contenitore in cui l'apoliticità di Ed Sheeran sta trascinando la conversazione sul cantante e non sulla causa, ma anche perché sembra distogliere lo sguardo dall'esclusione iniziale e dalle modalità con cui quest'ultima è avvenuta. In questo senso, la figura di Kraft, che ha imposto il suo veto all'interno della sua struttura, ha nascosto il sistema con cui si è innalzato il muro di comune accordo anche con gli altri proprietari degli stadi.
Uno strumento di censura sistemica che si è alimentato del patto non scritto tra proprietari, anche in virtù di vincoli preesistenti che legavano i promoter, come il Messina Touring Group, agli opening act del tour. Invece di schermarsi dietro comunicati standard, Macklemore ha scelto di esporsi in prima persona, chiarendo il proprio messaggio e il ruolo che intende assumere sul palco: una presa di posizione che ricompone i tasselli di un quadro già emerso nel recente passato. Non a caso sulla vicenda è intervenuto Colin Kaepernick, l'ex quarterback esiliato dalla NFL per essersi inginocchiato contro la brutalità poliziesca nei confronti della comunità nera. L'atleta ha evidenziato come l'ultimatum imposto oggi da Kraft, che della NFL è un pilastro, in quanto proprietario dei New England Patriots, ricalchi fedelmente le strategie utilizzate dalle franchigie sportive dieci anni fa per stroncare sul nascere il dissenso politico in campo.
La decisione di Macklemore di manifestare un messaggio così diretto sul palco è andata in aperto contrasto con la dimensione pubblica del cantautore britannico. Almeno riguardo a un conflitto che l'aveva visto neutrale nel posizionamento e, come spesso accade per le grandi popstar, genericamente "vicino" alle vittime. Una retorica che Sheeran aveva rotto durante il conflitto tra Russia e Ucraina, schierandosi apertamente con quest'ultima, finanziando economicamente e sostenendo la causa. In questo caso, invece, quella stessa propensione umanitaria è apparsa assoggettata a un potere economico a cui si è piegato per preservare le date del tour.
Tutto questo ha offerto uno spaccato significativo di ciò che avviene dietro le quinte di un grande evento live, mettendo in evidenza le difficoltà logistiche, ma soprattutto i cortocircuiti comunicativi della macchina organizzativa. L'enorme platea raggiunta sul palco del MetLife Stadium in New Jersey ha amplificato la voce di un artista che, ormai da anni, aveva dedicato la sua narrazione musicale e personale alla questione palestinese. Un'esposizione che, paradossalmente, sembrava essere passata inosservata fino a quel momento, non solo a Sheeran, che aveva ammesso di aver lasciato totale libertà di scaletta all'artista, ma anche ai proprietari delle strutture in accordo con AEG Presents e Messina Touring Group.
Ciò che fa riflettere, leggendo quanto ricostruito anche nei post ufficiali degli artisti coinvolti, è il tentativo di coprire le polemiche rigettando la palla nel campo dei "fan che avevano speso soldi per viaggi e biglietti" o degli "artisti che guadagnano grazie a quei concerti". Nel momento in cui l'iniziativa corporate dei proprietari si è palesata, l'opinione pubblica ha preso posizione quasi esclusivamente nei confronti di Ed Sheeran. Una cortina di fumo che ha escluso dalla conversazione la scelta strutturale dei magnati di silenziare un messaggio non allineato, mostrando un totale disinteresse per la dimensione artistica e per l'esperienza del pubblico pagante.
Forse l'evento sarebbe stato derubricato a mero incidente di percorso nella carriera di Sheeran se altri non avessero deciso di agire. La sua figura pubblica non avrebbe assunto contorni così critici se la rottura non si fosse materializzata nell'addio in blocco di Finneas, Aaron Rowe, dei Lukas Graham e dei Beoga. Una presa di posizione netta, che rifugge dalle sabbie mobili della comunicazione asettica a cui Sheeran si è ancorato: una grammatica di slogan misurati che, in questa circostanza, ha finito per trasformare la star britannica in prigioniera del suo stesso status globale.
Parallelamente, mentre il dibattito divagava sulle colpe personali di Sheeran, Macklemore ha riportato l'attenzione all'origine economica e politica della vicenda. Mostrando cosa comporta realmente esporsi all'interno dell'industria, il rapper ha annunciato che devolverà per intero il compenso pattuito per il tour, pari a un milione di dollari, a sei organizzazioni non governative palestinesi, tutte attive concretamente sul territorio. All'annuncio si è unito un invito aperto al duo Sheeran-Kraft a pareggiare la cifra, offrendo una via d'uscita pubblica in un momento in cui il cantante perdeva centinaia di migliaia di follower sui social.
Il risultato, affidato alle dichiarazioni ufficiali, è stato l'annuncio da parte dell'entourage del tour di una contro-donazione di 2 milioni di dollari per "aiutare la regione a fronteggiare la crisi umanitaria in corso". A differenza dell'operazione chirurgica di Macklemore, tuttavia, i fondi sono rimasti privi di un elenco di beneficiari: un maldestro tentativo di riposizionamento opaco che annebbia, se possibile, una posizione personale che appare molto chiara. Robert Kraft, infatti, ha fondato la Foundation to Combat Antisemitism, finanziata con oltre 100 milioni di dollari a fine 2023, e, più recentemente, ha lanciato la campagna Blue Square Alliance Against Hate, iniziative che si inseriscono nel suo impegno pubblico a sostegno di Israele e contro l'antisemitismo. Tra i testimonial di quest'ultima iniziativa, come testimonia un'immagine sul sito ufficiale, compare proprio Ed Sheeran, che esibisce la spilletta quadrata blu – simbolo di BSAAH – appuntata sulla tracolla della sua chitarra.
Se in questo vortice persino una superstar globale viene costretta al compromesso, al diktat in merito ai temi da affrontare, da parte dei proprietari immobiliari pur di non perdere lo stadio, appare chiaro il paradigma. Già esistente, ma anche destinato a espandersi a macchia d'olio sull'intera industria musicale internazionale. L'epilogo di questa crisi si piega a una riflessione: oggi un artista possiede, quando possibile, le sue canzoni, ma ha meno controllo su come può esporle. Rischia, inoltre, di avere sempre meno controllo sul suo personaggio, soprattutto per entrare nei grandi circuiti live. Un atteggiamento che vede sempre più come risultato l'autocensura stessa del cantante, non sicuramente ciò che ha prodotto sul palco e fuori dall'arena Macklemore.