L’affresco pompeiano di Odisseo e Sirene lascia Napoli e torna nei depositi del British: rischiamo di non rivederlo
Al centro, un uomo legato all’albero maestro di una trireme sfida le onde. Ai lati, appollaiate su spuntoni di roccia tre creature mostruose, metà donna e metà uccello, tentano di ammaliarlo con la lira, il doppio flauto e il canto. In basso, scheletri umani evocano la fine dei marinai caduti nel tranello delle famigerate sirene. È la scena magnetica dipinta su un quadretto esposto nella mostra “Parthenope, la Sirena e la città” al Museo archeologico di Napoli, un reperto che tra pochi giorni lascerà l’Italia per tornare a Londra.
La colonna sonora del mito: le voci millenarie prima del silenzio londinese
La sala al terzo piano accoglie il visitatore, appena uscito dall’ascensore, e lo catapulta nell’episodio del libro XII dell’Odissea. A guidare il racconto della mostra è una seducente musica di sottofondo: voci femminili melodiose che riproducono il canto ammaliatore (“aoidé” limpida che strega, scrive Omero) che spingeva i naviganti a perire sugli scogli. Nulla a che vedere con le sonorità imponenti scelte dal regista Christopher Nolan per la sua ultima opera cinematografica “The Odyssey”.
Nella prima stanzetta del percorso espositivo domina il famoso “stamnos” (vaso per vino a figure rosse del V secolo a.C.) di Vulci, prestato dal British Museum, che mostra la sirena in picchiata verso il mare, allusione al tuffo suicida (quel “katapontismòs”, salto in mare, grazie al quale le sirene rinascono profondamente mutate e da insidiose diventano benevole, in un graduale processo di umanizzazione e femminilizzazione dell’aspetto). Ma ad accendere la curiosità è, sulla parete a destra, il quadretto pompeiano in cornice rossa su sfondo nero, che cattura l’incontro fatidico tra l’eroe politropo e le leggendarie figure di donne pennute, soltanto secoli più tardi fornite di coda di pesce.
L’affresco di circa 48 centimetri di lunghezza e larghezza, in quarto stile e datato 50-75 d.C., testimonia la moda, diffusasi tra la fine del primo secolo a.C. e i primi decenni del I secolo d.C., delle cosiddette “Ulixis errationes”, le decorazioni parietali dedicate ai viaggi di Ulisse. Anche questo pezzo appartiene al British Museum. Tuttavia, cercando di risalire all’esatta ubicazione nelle sale londinesi tramite il numero di inventario, si scopre un dettaglio sorprendente: a Londra questo affresco non è esposto. Viene tenuto nei depositi, per poi essere mostrato solo in esposizioni temporanee in giro per il mondo. È già stato nel 2009 alle Scuderie del Quirinale, nel 2012 ad Abu Dhabi e poi a Bonn, nel 2023 a Varsavia. E ora per la prima volta a Napoli.
Quando Pompei faceva gola all’Europa: le origini del “sacco” legalizzato
La non esposizione non deve meravigliare, perché regolata da motivi pratici di spazio o di studio o di fragilità del reperto. Ma com’è finito oltremanica un affresco di Pompei? La spiegazione risale a quando Napoli, tra il XVIII e il XIX secolo, diventa il centro nevralgico per il milieu antiquario sia locale che straniero. All’epoca i “regi scavi” (iniziati ad Ercolano nel 1738, a Pompei nel 1748 e a Stabia nel 1749) erano un bene allodiale dei Borbone, che usavano i reperti “freschi” di scavo come omaggi a personalità e capi di Stato, mentre le leggi di tutela del patrimonio storico-artistico del regno partenopeo muovevano i primi passi.
Alla presenza napoletana del “pinax” a tema omerico c’eravamo affezionati. Ma il tempo della rievocazione sentimentale è scaduto. Nell’invincibile afa agostana il reperto si appresta a partire, chiudendo una mostra che ha avuto il merito di riportare l’affresco lì dove ebbe i natali. La sequenza immortalata dall’anonimo pittore, già di per sé iconica nel campo letterario e visivo della cultura europea, a Napoli si radica profondamente nell’immaginario collettivo perché la città da sempre si identifica con una sirena di nome Parthenope, sua mitica fondatrice. Respinta da Ulisse, per il dolore si getta in mare, il suo corpo si spiaggia sull’isolotto di Megaride, gli abitanti della costa le tributeranno un sacro culto. Dove Parthenope esala l’ultimo respiro, nasce Napoli. E nascono i napoletani.
Ma a quale “domus” pompeiana apparteneva il quadretto? I dati di scavo del 1799, diretti dall’architetto Mattia Zarrillo, lo collocano nel triclinio della Casa di Championnet I (Regio VIII), intitolata al generale francese che nel gennaio del 1799 conquistò Napoli dopo la fuga precipitosa a Palermo dei Borbone e incentivò gli scavi a Pompei. Al momento della rimozione dal muro l’affresco presentava alcuni danni, come i graffiti lungo il bordo inferiore. Nel 1826 il re Francesco I di Borbone lo donò al duca di Blacas. Alla morte di quest’ultimo, dopo che il governo francese non riuscì ad acquistarlo, nel 1866 gli eredi del duca lo vendettero, con l’intera collezione, per 48mila sterline a Charles Thomas Newton, emissario del British Museum.
Paure ancestrali su intonaco: perché questo affresco ci appartiene
La resa stilistica dell’affresco non è da capolavoro dell’arte, seppur non è frequente la rappresentazione di questo episodio omerico nella pittura parietale antica. Nel quadretto numerato dagli inglesi 0508.1354 (che ha un dipinto complementare raffigurante la caduta di Icaro, proveniente dalla stessa casa pompeiana e, questo sì, esposto nel museo londinese) i tratti stilizzati ci restituiscono le sirene simili a sgorbietti alati e antropofagi, imprigionati nei colori scuri del blu-mare e del marrone-terra. Ricordando che quasi sempre la rappresentazione delle sirene nei contesti decorativi di quarto stile a Pompei ed Ercolano è associata a figure tipiche del corteo bacchico. Per questo motivo capita di imbattersi in sirene dalle sembianze maschili, ovvero assimilabili a quelle dei giovani satiri.
Napoli resta un laboratorio dove il mito si adatta ai tempi. Il dipinto 0508.1354 è un breve racconto per immagini che intercetta le nostre paure ancestrali di perdere la rotta e la nostra necessità di continuare a navigare “per lo gran mar de l’essere” di dantesca memoria. Entra a far parte del nostro bagaglio emozionale, diventa nostro perché in parte è come se l’avessimo creato anche noi. Non incalza, ma cadenza il nostro ritmo interiore. È questo l’invisibile metronomo del mito.
Ultime due settimane per poter ammirare le sirene pompeiane
La mostra, curata dal direttore del MANN Francesco Sirano, dal neo-capo del DIAC (Dipartimento per le Attività Culturali del Ministero della Cultura) Massimo Osanna, dalle archeologhe Raffaella Bosso e Laura Forte, con oltre duecentocinquanta opere dall’VIII secolo a.C. ai giorni nostri, è stata prolungata fino al 31 agosto. Soltanto un paio di settimane per andare ad ammirare un affresco salvatosi dalla furia del Vesuvio e che chissà quando rivedremo in terra vesuviana o nuovamente esposto. Poi il sipario calerà di nuovo. Le sirene dipinte sul quadretto 0508.1354 torneranno a tacere nell’ombra dei depositi d’oltremanica, lontane dalla luce del loro golfo. A noi non resta che aspettare, come la paziente Penelope, il loro prossimo, imprevedibile “nostos”.