Je so’ pazzo riporta Pino Daniele al cinema: cosa diceva il cantautore di Napoli e degli stereotipi sui napoletani

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Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images)
Con l’uscita di Je so’ pazzo, riscopriamo cosa diceva Pino Daniele di Napoli, dei napoletani e degli stereotipi sulla sua città nelle interviste degli anni ’70 e ’80.

Con l'uscita di "Je so pazzo", film di Nicola Prosatore su Pino Daniele, che ha come protagonista Massimiliano Caiazzo nei panni del cantautore napoletano, i fan si sono divisi ancora prima di vederlo per intero. È bastata qualche scena del trailer per far prendere posizione. Ma è normale, quando si parla di Pino Daniele c'è una sorta di difensore d'ufficio dell'ortodossia danielana che in questo caso gioca anche contro la prima moglie Dorina e il figlio Alessandro dal cui libro il film trae liberamente ispirazione. C'è chi ne è rimasto contento ed esalta il film e chi lo critica aspramente. Ci sta. Nel film si racconta la nascita del Pino Daniele artistico, immergendolo in un contesto familiare non semplice, con un rapporto difficile con il padre, un rapporto complesso con il cibo e pure con chi si frapponeva tra lui e la musica che voleva fare (come lo scontro con Claudio Poggi, primo manager). Si affronta in maniera secondaria il suo rapporto con la città che pure aveva un significato forte, soprattutto grazie alla sua musica: da "Terra mia" a "Napul'è".

Un rapporto controverso con quella città che era una carta sporca che comunque lo richiamava sempre. Furono tante le critiche, soprattutto perché ritenuto di essere un cattivo ambasciatore della città. Nonostante ciò lo stesso Pino Daniele ricordò come, al contrario, nelle critiche al primo disco, fu addirittura accusato di rendere un'immagine stereotipata della città. In un’intervista inedita a Pino Daniele realizzata nel 1979 da Pasquale Scialò e Stefano De Matteis disse: "Nel primo disco sono stato accusato di oleografia da un certo punto di vista. Io sono perfettamente d’accordo perché sono pezzi nati cinque anni fa quando di Napoli di certe cose se ne parlava ben poco". Fa strano pensare che qualcuno possa avere pensato all'oleografia ascoltando le canzoni di "Terra mia". Nella stessa intervista Daniele spiegava anche di non sentirsi un cantante napoletano e di non fare la canzone napoletana: "Faccio un certo tipo di musica con colore napoletano, perché uso il dialetto, perché uso dei giri armonici particolari".

E Pino Daniele deve la propria fortuna anche alla sua capacità di fondere stili e generi, una fusion che pescava a piene mani dagli Stati Uniti, dal jazz e dal blues. In un reportage Rai di Joe Marrazzo intitolato "Nero napoletano" andato in onda all'interno di TG2 Grandangolo il 24 luglio 1979 il cantautore racconta il suo rapporto con la città. Ha pubblicato il secondo album che porta il suo nome e contiene canzoni come "Chi tene ‘o mare", "Basta na jurnata ‘e sole", "Je so' pazzo", "Ue man!" e "Putesse essere allero" e nell'intervista esplicita questo rapporto ambivalente con la sua città: "Noi siamo come i neri, c'è ancora questa rivalità, questo razzismo nei confronti dei meridionali e io l'ho vissuto. Ed è proprio questo che bisogna abbattere, queste barriere nei confronti dei napoletani, dei terroni che continuano ad essere incivili, ma bisogna andare in fondo alle cose per capire perché uno è incivile. Io la amo e la odio questa città".

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Pino Daniele con Tullio De Piscopo, James Senese e Tony Esposito nel 1981 – Angelo Deligio:Mondadori Portfolio via Getty Images

Odio e amore, un gioco di opposti che si evince in tutta la sua prima discografia. Quando scrisse "Napul'è" aveva dentro molta rabbia, perché considerava veramente Napoli una carta sporca, ma sporchi non erano i napoletani bensì le istituzioni che la trattavano in quel modo, strutture inesistenti e che funzionano male. Non sopportava chi usava la città per arricchirsi: "Napoli è stata venduta sempre, sotto i vari aspetti folkloristici. Oggi è piena di stress, di un ritmo che ti porta alla pazzia. L'oleografia di Napoli fa comodo a quelli che ci mangiano su questa cosa, del napoletano che si fa gioco della città per me non è napoletano" continuava nell'intervista Rai, fatta su uno svincolo della Tangenziale. E lui stesso non si assolveva, anzi, era consapevole di fare parte di un meccanismo anche solo decidendo di pubblicare un disco, ma quello spazio era fondamentale per cercare di dire qualcosa. Nel 1981, inoltre, il cantante fu premiato da Carlo Massarini a Mr Fantasy come miglior show dell'anno per il Vai Mò Tour: "Per aver distrutto l'immagine oleografica di Napoli cuore e amore e aver affermato dal vivo, in concerto, una via italiana al rock".

Nel film di Prosatore che ha tra gli interpreti anche Mariasole Pollio che interpreta Dorina e un bravissimo Giovanni Ludeno nei panni del padre padrone si racconta anche del trasferimento del cantautore da Napoli a Formia. Accade dopo una scena in cui si sente oppresso dagli amici del padre che cominciano a chiedergli favori e soldi. Il fratello Nello Daniele disse a Repubblica: "Era andato già via da Napoli, era a Formia, aveva bisogno di un posto più tranquillo. Anche per lui non è stato semplice crescere nei vicoli negli anni Settanta". Mentre in un'intervista all'Unità, nel 1981, Pino Daniele cercava di ridimensionare tutto, spiegando che fu una questione di opportunità: "Ma a Formia lavoro soltanto. Abbiamo creato una specie di studio d'incisione. A Napoli non si è trovato un buco. Qui si sta comodi; c'è del verde, se sta bbuone. Ci vuole un'ora di macchina da Napoli. Ma io continuo a vivere a Napoli. Ci mancherebbe altro".

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