C’mon Tigre: “L’umanità è nell’errore. Abbiamo usato l’AI e ne abbiamo preso le distanze”

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I C'mon Tigre
I C’mon Tigre raccontano il loro ultimo album “Lumina”, tra IA, imperfezione e ricerca sonora: “L’umanità è nell’errore”, mentre il gruppo pensa a un ritorno all’acustico.

I C'mon Tigre sono uno dei progetti musicali italiani più importanti di questi ultimi anni. Formato da due musicisti – che preferiscono l'anonimato – che hanno creato intorno a sé un collettivo con cui lavorano su ogni album, il progetto è arrivato al quinto album (più un live e una colonna sonora a un film che non esiste), "Lumina" che spinge più forte sulla componente elettronica, in cui "arpeggiatori e sequenze ritmiche dialogano con oud, violoncello, xilofono, vibrafono e percussioni", senza mai perdere un sound mediterraneo che li caratterizza dall'inizio di questa esperienza che ha toccato anche sonorità brasiliane. Un mondo in cui si fondono afrobeat, jazz, funk, world, accompagnando l'ascoltatore in un viaggio in cui ci si ritrova trasportati "da una parte all'altra del mondo senza avvertire la fatica del viaggio", come racconta a Fanpage Marco.

Lumina nasce da un'idea di immersività, giusto?

Sì, è corretto. Più che un classico album, lo definirei un vero e proprio "progetto", perché nasce dalla volontà di riflettere sul ruolo della musica nella contemporaneità, legata a dinamiche culturali e sociali che ci hanno travolto negli ultimi anni. Oggi si fa fatica a capire dove stia l'autorialità, come fare o fruire la musica, o quale direzione prendere, complice l'intervento prepotente dell'intelligenza artificiale generativa per quanto riguarda immagini, suoni e testi. Ci siamo voluti confrontare con quello che sta succedendo – magari con il classico "ritardo italiano" rispetto al resto del mondo, che però ci regala tempi più comodi. Cercando di mettere le mani su questa serie di sollecitazioni e di trovare un equilibrio tra i due mondi, è scaturita l'idea di questo nuovo flusso che si è concretizzato al contrario.

In che senso?

Abbiamo prima preparato uno spettacolo-concerto che ha debuttato lo scorso ottobre con due sole repliche. Per noi era un progetto molto ambizioso: uno spettacolo immersivo fruito in cuffia, con un sistema di cuffie wireless e ascolto spazializzato a 360°, per indagare quel tipo di fruizione e capire se la musica elettronica potesse arrivare in un modo più denso.

E cosa avete scoperto?

Abbiamo scoperto che ci sono dinamiche molto interessanti da indagare e su cui fare ricerca, ma abbiamo anche capito che la componente legata alla fruizione della musica attraverso un impianto classico è ancora molto potente. L'ascolto in cuffia è più cerebrale, avviene molto nella testa. Nello spettacolo avevamo provato a usare l'impianto solo con dei subwoofer per sparare le basse frequenze avvertibili a livello corporeo, immergendo la testa nell'ascolto spazializzato. Probabilmente, però, in un concerto fruito così manca ancora la parte più viscerale. È stato comunque un percorso bellissimo che ci ha portati a immergerci nel pubblico.

Fisicamente?

Anche, il pubblico era disposto tutto attorno al palco e abbiamo cercato di diminuire la distanza tra noi e la platea, abbassando il palco e mettendolo al centro. Questo dava un'idea di forte vicinanza e condivisione, anche perché noi sul palco avevamo lo stesso identico tipo di ascolto del pubblico. È stato un viaggio condiviso.

Ascoltando la vostra musica si percepisce sempre un equilibrio tra un'esperienza d’ascolto profonda e una dimensione fisica, corporea. L'ascolto in cuffia è un'esperienza molto intima e personale; in un concerto, forse, rischia di far venire meno il senso di comunità, il fatto di stare insieme e condividere la musica da un'unica fonte.

È vero, si verifica esattamente quello che dici. C'è una partecipazione più viscerale e corporea. La musica influisce sui corpi in maniera diretta: sposta l'aria, la comprime, te la fa arrivare addosso e la senti fisicamente.

L'ascolto in cuffia resta un'esperienza molto più intima.

Noi volevamo cercare un'esperienza che stesse in bilico tra le due cose: mantenere una sensazione corporea grazie alle frequenze basse e, allo stesso tempo, garantire un ascolto così dettagliato e immersivo da permettere di cogliere ogni sfumatura. Inoltre, c'era un aspetto pratico: nelle sale da concerto tradizionali, se ti sposti, il punto di ascolto cambia e spesso la resa peggiora. Con le cuffie, invece, la gente poteva circumnavigare il palco, osservare gli strumenti da diverse prospettive e mantenere una qualità d'ascolto eccellente da qualsiasi posizione.

Alla fine la domanda che vi siete posti è: "Come si fa musica adesso?". Esiste una sola risposta a questo quesito?

No, non credo proprio esista una risposta univoca. Per me, da curioso ossessivo quale sono e quali siamo tutti nel gruppo, c'è solo la necessità di sperimentare per cercare un arricchimento personale e imparare cose nuove.

E cosa avete imparato lavorando a Lumina?

Abbiamo imparato, ad esempio, che condividere la parte creativa con l'intelligenza artificiale non ci soddisfa del tutto. L'abbiamo testata sul campo per parecchio tempo, anche in progetti precedenti – come la colonna sonora per un film inesistente, la cui trama era stata affidata a un'IA appositamente addestrata ("Instrumental Ensemble – Soundtrack For Imaginary Movie Vol 1", ndr). È giusto sperimentare e metterci mano in prima persona per capirne le potenzialità, ma è altrettanto giusto, a un certo punto, prenderne le distanze per capire cosa resta e cosa conta davvero all'interno di un processo creativo.

Non è un pentimento, ma un comprendere cosa è e capire cosa serve.

Esatto, serve come strumento.

Ho l'impressione che ci sia sempre qualcosa di ancestrale che caratterizza la vostra musica. È una cifra che mi sembra vi appartenga profondamente. È solo una mia impressione o è davvero così?

Sono sempre domande a cui faccio un po' fatica a rispondere. Solitamente ci accorgiamo di quello che abbiamo fatto quasi sempre attraverso le chiacchiere e gli spunti di riflessione che nascono proprio da situazioni come questa, parlando con persone che hanno ascoltato, assorbito il disco e si sono poste delle domande. Dal punto di vista artistico, il nostro è più un cercare di lavorare il più liberi possibile, senza strutturare troppo il pensiero – per quanto una struttura sia poi necessaria per tirare le fila dei discorsi che affrontiamo di volta in volta. Tuttavia, quello dell'ancestralità non è un punto che ci siamo mai posti a tavolino. La sento anch’io in maniera piuttosto forte, ma non ci soffermiamo mai a discuterne.

In un'intervista al Fatto Quotidiano parlavate dell'importanza dell'errore. In un mondo in cui l'IA corregge tutto, come fa l'errore a diventare un punto di forza e come si concretizza nella vostra musica?

L'errore, nel nostro caso, è proprio metodologico. Quando scriviamo appuntiamo tutto, come fanno molti, e poi tendiamo a conservare le registrazioni iniziali come parte non sostituibile del mix finale e manteniamo l'errore perché porta qualcosa di non riproducibile: registrazioni sporche, take improvvisati. Lì c'è ciò attorno cui costruiamo.

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I C'mon Tigre

L'umanità è nell'errore.

C'è un accumulo di imperfezioni durante la fase di scrittura a cui ci affezioniamo: all'inizio cercavamo di ri-registrare meglio certe parti, ma ci rendevamo conto che il risultato perdeva molta della sua densità originale. L'errore fa parte del nostro approccio e del nostro metodo, ed è diventato una cifra stilistica a cui non vogliamo rinunciare. Non entriamo in studio con cose perfette, ben definite e tirate a lucido; preferiamo dedicare tempo umano alla musica e avere indietro qualcosa di più low-fi. Il nostro suono di bassa fedeltà non è del tutto ricercato a tavolino, è una risultante naturale: non potremmo fare altrimenti.

A che punto della ricerca siete oggi? Il progetto è solido e continua a evolversi: cosa vorreste esplorare ancora?

Proprio in questi giorni stiamo parlando di fare dieci passi indietro e tornare a una dimensione più acustica. Aver toccato la punta più estrema del nostro percorso elettronico ci fa sentire il bisogno di staccare qualche cavo e tornare a una situazione più calda e umana. Quando ti confronti con l'elettronica sei costretto a lavorare dentro una griglia rigida, che è l'unico modo per mantenere quella pulsazione che entra nei corpi e nelle teste delle persone. Questo però toglie spazio all'improvvisazione, alla dilatazione dei tempi, alle pause, ai silenzi e a tutta quella parte più umana che ora vorremmo recuperare. Non so dirti con certezza cosa succederà nei prossimi capitoli, ma la direzione è questa.

Siete un progetto consolidato che si muove al di fuori delle logiche mainstream e delle mode industriali. Vi siete ritagliati uno spazio unico e una comunità fedele: com’è vivere e lavorare in questo mercato musicale?

Fortunatamente non ci viviamo dentro fino in fondo, nel senso comune del termine. Abbiamo avuto la fortuna di muoverci con dinamiche molto distanti da quelle delle etichette tradizionali, che magari ti impongono cose che non sei abituato a prendere in considerazione o ti danno scadenze rigide. Abbiamo lavorato con collezionisti, istituzioni e realtà culturali, rendendoci conto che c'è molto margine per operare bene al di fuori del mercato. Questa è una grande fortuna: ti permette di stare in una sorta di bolla protetta dove puoi trovare i fondi per lavorare ai tuoi progetti in totale indipendenza, senza doverti preoccupare di cosa passi in radio. Anche perché in radio ci passiamo poco o niente, se non in fasce orarie e programmi culturali che purtroppo oggi vengono sempre più penalizzati o cancellati: anche perché sappiamo che la cultura non è una priorità in questo momento. Continuiamo a lavorare a testa bassa nel nostro spazio.

Vi percepite come un progetto con una forte dimensione internazionale?

Sì, assolutamente. Fin dall'inizio l'idea era quella di confrontarci con il resto del mondo e tutte le scelte fatte vanno in quella direzione, a partire dall'uso di lingue diverse o da un approccio musicale fluido. Non è un rifiuto dell'Italia, ma la volontà di non essere confinati all'interno di un singolo territorio. Poi, chiaramente, vivendo qui, il bacino di riscontro principale resta quello nazionale.

Oggi piattaforme come Spotify tendono a incasellare tutto in categorie e tag precisi. Per un progetto come il vostro, che sfugge alle etichette, è un limite o un valore?

È un'arma a doppio taglio. Per quanto riguarda il rapporto con il pubblico può creare qualche difficoltà iniziale, perché la gente non sa bene dove posizionarti. Ma per noi è sempre stato un punto di forza: all'interno dei nostri dischi ci sono derive molto distanti tra loro.

Succede anche in Lumina e credo sia questa la bellezza.

Certo, se consideri la musica in termini di viaggio sonoro complessivo all'interno di un album, anziché concentrarti sulle singole tracce, ascoltando un nostro lavoro ti ritrovi trasportato da una parte all'altra del mondo senza avvertire…

La fatica del viaggio?

La fatica del viaggio, esatto. Ci tengo molto a questo aspetto: non siamo un gruppo di genere. Un po' come sta succedendo in molti festival jazz contemporanei, che propongono ormai di tutto tranne il jazz tradizionale.

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