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Il Tesoro dei Faraoni: la collana delle mosche d’oro che nasconde la storia della regina guerriera Ahhotep

In Italia il Tesoro dei Faraoni espone la collana delle mosche d’oro della regina guerriera Ahhotep, simbolo dell’antico Egitto.
La collana delle mosche d’oro
La collana delle mosche d’oro

Salita la scalinata delle Scuderie del Quirinale, è tra i primi reperti a mostrarsi agli occhi dei visitatori. Varcando la soglia del vasto salone d’ingresso della mostra "Tesori dei faraoni", alla destra del coperchio del sarcofago della regina Ahhotep, compare in una teca la sua collana con i tre singolari pendenti a forma di mosche. La mummia custodita nella cassa dorata è stata distrutta dall’ingordigia ottocentesca di recuperare solo gli oggetti preziosi, mentre il corredo della sovrana "guerriera" è giunto fino a noi intatto. Fatto di asce cerimoniali, spade e pugnali, ma anche di gioielli come, per l’appunto, lo splendido girocollo con le mosche, in oro massiccio finemente lavorato. Sono lunghi nove centimetri i ciondoli che raffigurano l’insetto stilizzato, emblema usato come onorificenza per i militari più valorosi in battaglia. Il motivo è facilmente intuibile, perché nell’immaginario collettivo la mosca nilotica era il simbolo di tenacia e determinazione: infastidisce ai limiti della molestia.

Ma la particolarità di questo monile, datato fine XVII – inizio XVIII dinastia del Nuovo Regno, e del gruppo di cui fa parte risiede altresì in un dettaglio storico più contemporaneo ma non meno importante. Si tratta, infatti, del primo tesoro entrato al museo di Bulaq (la tomba di Tutankhamon verrà scoperta cinquant’anni dopo), cioè il nucleo originario del museo del Cairo dove Said Pascià, viceré d’Egitto, incaricò l’egittologo Auguste Mariette di istituire nel 1863 la “Casa delle antichità”. In un’epoca di saccheggi e di scavi stranieri che spesso miravano in maniera scriteriata a trasferire i reperti in Europa, è la prima volta che un’antichità egizia rimane consapevolmente in terra d’Egitto. Non fu impresa da poco quella di Mariette, neo-direttore del Servizio delle Antichità Egiziane (precursore dell’attuale Consiglio Superiore delle Antichità), che creò un organismo tramite il quale tenere d’occhio l’intero Paese. Ispettori che vigilavano senza sosta le aree archeologiche, guardiani dei monumenti, un centro museale in cui raccogliere tutti i reperti degli scavi al fine di arginare il fenomeno dei tombaroli e delle esportazioni indiscriminate e, di conseguenza, garantire che tale patrimonio fosse accessibile agli studiosi e al pubblico locale.

Il sarcofago della regina Ahhotep
Il sarcofago della regina Ahhotep

La storia del tesoro di Ahhotep lo conferma. Fu scoperto da operai locali nel 1859 a Dra Abu el Naga in una tomba di cui non conosciamo l’esatta ubicazione, poiché non disponiamo di documenti ufficiali che attestino la sua descrizione e l’inventario dei reperti rinvenuti all’interno. Sappiamo soltanto che Mariette riuscì ad ottenerlo in maniera rocambolesca inseguendo la nave del Maamur di Qena, il quale aveva smembrato la mummia srotolando le bende alla ricerca di oro, dopo aver sottratto parte del corredo. Il coperchio del sarcofago “rishi”, recante un’iscrizione con il nome e i titoli di Ahhotep, ci restituisce le sembianze del suo volto dai lineamenti delicati, con gli occhi a mandorla in smalto nero che il colore dell’oro fa maggiormente risaltare.

Figlia del re, sorella del re, grande sposa reale i titoli segnati sul legno a futura memoria, ma manca quello di madre del sovrano. Secondo una delle ipotesi sulla sua identità, Ahhotep (il cui nome significa “la luna è soddisfatta”) sarebbe stata la sposa reale di Kamose, il re che combatté contro gli Hyksos. Molto probabilmente lei stessa dovette assumere il comando delle truppe per difendere l’Egitto dal pericolo degli invasori del Nord nel 1550 a.C.

Dopo che il sarcofago venne portato in salvo da Mariette, che aveva intercettato in tempo il prezioso carico, la storia si arricchisce di un altro significativo capitolo. Il seguito si svolge qualche anno dopo, nel 1869, in occasione dell’apertura del Canale di Suez quando l’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, si recò al Cairo e, rapita dalla bellezza del corredo funerario di Ahhotep, chiese con insistenza a Ismail Pascià, successore di Said, i gioielli come regalo diplomatico secondo la moda del tempo delle teste coronate. Secco fu il no di Mariette, nonostante le lamentele di Ismail e il successivo rancore dello stesso imperatore. Mariette motivò la decisione con la necessità di non spostare il corredo dalla terra egiziana a cui apparteneva da millenni.

Per questo motivo, la collana con le mosche fa parte ancora oggi della collezione del museo di Luxor, costruito negli anni Sessanta del secolo scorso sulla sponda destra del Nilo. Ma è possibile vederla, per la prima volta in Italia, nella mostra romana fino al 14 giugno. Poi volerà in un tour oltreoceano a San Francisco, insieme agli altri 129 reperti provenienti tutti dall’Egitto (e per la maggior parte mai usciti dal Paese), tranne la tavola bronzea della mensa isiaca del museo egizio di Torino.

L’allestimento espositivo, curato dall’egittologo Tarek El Awady, ex direttore del museo egizio del Cairo, non è soltanto una raccolta di capolavori che descrive la vita dei faraoni nel concetto di regalità e di costruzione dello Stato, ma rivela soprattutto gli aspetti della vita quotidiana dei sovrani che controllavano ogni attività produttiva, costruivano piramidi, templi ed erigevano obelischi. Le testimonianze archeologiche, concesse in prestito dai musei egizi del Cairo e di Luxor (con una ventina di artefatti dalla recente scoperta della Città d’oro di Zahi Hawass), mostrano quanto gli egizi, da noi conosciuti soprattutto per le tombe e le mummie, amassero invece la vita. Tanto da immaginarne una prosecuzione eterna nell’aldilà.

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