Il lockdown è finito, in Italia e in Europa la presenza del virus si è rarefatta. Tutti i pensieri e le riflessioni su un cambiamento epocale fatti durante i mesi di clausura domestica che davano a tutti l’esperienza di una cesura radicale nella biografia individuale e collettiva, sono svaniti o fanno ormai parte del nostro inconscio collettivo o l’ineluttabile tran tran quotidiano ha già ripreso il
sopravvento?

Ma di quale tran tran vai parlando? Ti dico quel che vedo io: l’altro giorno, dopo quattro mesi che non lo facevo, ho preso un taxi, ho chiesto al conducente come va. Si è volto verso di me con un sorriso triste e mi ha detto: abbiamo deciso di lavorare quattro ore invece che otto per lavorare tutti. Inoltre i tempi di attesa sono raddoppiati. Dunque metà della metà. Poi io sono partito per un’isola croata, primo viaggio in quattro mesi e mezzo. Era il primo luglio. Sul treno per Ancona i passeggeri nella carrozza erano
cinque o sei. Abbiamo preso la nave che un tempo era piena di persone che starnazzavano. Era desolatamente vuota, silenzio dovunque. Ora stiamo in un appartamento sul porto, camminiamo nei vicoli della città vecchia, deserta. In tre giorni non ho visto un turista straniero, pochi croati.

Pochi portano la mascherina perché qui il contagio non è arrivato (nel nord della Croazia alcuni focolai si manifestano adesso).
Tutto si è fermato per sempre, non so se l’avete capito. Gli economisti, illusionisti professionali, parlano di una caduta del dieci per cento. Sarà. Io penso che il crollo sia molto più profondo e molto più lungo di quanto si osi pensare. Questo non vuol dire affatto che la pandemia ha provocato il crollo dell’economia globale, l’ha solo rivelata. Stavamo continuando a credere nelle possibilità di crescita, espansione e così via, ma era finito da trent’anni, il neoliberismo ha sostituito la distruzione e l’estrazione alla crescita impossibile. Stavamo correndo sul vuoto, e la pandemia ci ha semplicemente rivelato che sotto i piedi non c’è un sentiero ma l’abisso.

Nei tuoi ultimi libri, compreso il diario di cui stiamo parlando, c’è sempre un sentimento che assomiglia alla disperazione per l’incapacità di provocare davvero un cambiamento rispetto a un capitalismo che produce disuguaglianze, sofferenze e ci sta ineluttabilmente portando verso il collasso ambientale. Da una parte la ricchezza e la capacità dell’intelligenza collettiva, dall’altra una macchina mortifera e apparentemente irrazionale ma che sembra inarrestabile. In questo nuovo testo mi sembra però che ci sia un filo di ottimismo in più sulla capacità di resistere e di contrattaccare.

Ottimismo, pessimismo… sono parole che non uso perché il problema non è se sono di buon umore o umore tetro.
Ogni rottura della continuità apre orizzonti ignoti. Alla fine del 2019 l’orizzonte era spaventoso, perciò si poteva sperare che la rottura del lockdown cambiasse le aspettative, i comportamenti, le priorità. Io lo speravo perché mi pareva improbabile ma possibile. Ora mi rendo conto di una cosa che gli economisti non possono capire ma i marxisti, che sono critici dell’economia politica, invece sì. I margini di profitto sono crollati perché la domanda si è sgonfiata per sempre.

In questa situazione o si passa ad una forma di vita basata sull’eguaglianza e la frugalità, o si cancellano i debiti e si dà a ogni individuo una somma sufficiente per vivere indipendentemente dal lavoro, oppure si scatena una guerra feroce.
Il solo modo per fare profitto, per la grande maggioranza dei capitalisti oggi è lo sfruttamento di tipo schiavistico, la violenza pura e semplice. Marx parla di plusvalore assoluto, quello che gli schiavisti ricavano dai loro schiavi. È tutto quello che rimane oggi per chi vuole fare profitti, altro che crescita. Infatti i proprietari stanno rivelando la loro ferocia, sono pronti ad uccidere, a rapinare
quel poco che è rimasto. E quella banda di porci che si chiama partito democratico ha già pronti i denari per le scuole private, mentre alla scuola pubblica cui la riforma Gelmini sottrasse otto miliardi dieci anni fa non si possono dare neppure i soldi per reintegrare gli organici e riparare i soffitti sfondati.

L’irrompere del coronavirus ha costretto tutto il corpo sociale a una mobilitazione in difesa, con tutti suoi limiti, non dei profitti ma della salute. Questa esperienza apre nuove prospettive all’ineluttabile fine verso cui ’umanità corre con la convinzione di un branco di lemmings? Apre la possibilità di cambiare “il finale delle fine”?

L’ho pensato per un paio di mesi, ora non lo penso più. È bastato poco per rendersi conto del fatto che in assenza di una rottura rivoluzionaria che cambi il modo di produzione e la distribuzione delle risorse, il profitto di alcuni è molto più importante della vita di tutti. Solo che adesso non stiamo più parlando di ammazzare qualche migliaia di persone o qualche milione di
persone, come il capitalismo ha sempre fatto con il sorriso sulle labbra. Ora si parla dell’estinzione della civiltà umana, dello scatenarsi di un inforno di violenza e di miseria. L’estinzione rapida della specie biologica homo sapiens è molto improbabile, e questo non mi pare una buona notizia perché forse la repentina scomparsa dei bipedi ci eviterebbe di dover attraversare un oceano di orrore su una barchetta dalle vele stracciate. Abbiamo già iniziato ad attraversare questo oceano.

Scrivi: “Ma se dunque i baci diverranno uno spettro di paura per il nostro inconscio, non sarà forse recisa la sola fonte di energia che ci muove all’azione, alla scoperta e all’avventura. (…) Se avremo paura, fin quando avremo paura di avvicinare la guancia alla guancia e le labbra alle labbra, temo che la barbarie prevarrà sulla civiltà, e temo che l’estinzione sarà il solo orizzonte del nostro futuro”. Dietro la retorica dello “state chiusi in casa” e dello state “distanziati” imposti dalla lotta al Covid-19 si nascondono quali rischi?

La pandemia è reale, il contagio è reale, il terrore è reale. Non stiamo parlando di una invenzione del potere. Il potere non inventa quasi niente, si limita a mettere a frutto. Nella ‘Storia della follia all’età classica' Michael Foucault analizza le forme di internamento controllo e normalizzazione con cui il potere “mette a frutto” la follia nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, così come
in precedenza aveva messo a frutto la peste. Che il potere abbia messo a frutto la pandemia di coronavirus lo dimostra
Amazon. Ma adesso stiamo ponendoci un altro problema. Un evento imprevedibile, la diffusione di un virus che si intrufola nelle vie respiratorie passando attraverso le mucose del naso e della bocca, ha interrotto la storia tardo-moderna in modo brutale. Il nucleo di questa rottura sta nella pericolosità del contatto: l’avvicinarsi delle labbra è obiettivamente un pericolo (potenzialmente mortale). Non sappiamo se questo pericolo verrà meno fra tre mesi sei mesi due anni… ma sappiamo benissimo che una situazione come questa produce mostri sul piano inconscio. Per esempio produce una sensibilizzazione fobica per la pelle dell’altro.

Credo che andiamo verso un’epidemia di suicidio, e quando questa si sarà stabilizzata andremo verso una mutazione di tipo autistico della mente relazionale: rifiuto di percepire desiderio, incapacità di interpretare l’emozione. C’è un libro di Octavia Butler, ‘The Parable of the sawyer‘, che racconta di un mondo distopico (che assomiglia molto agli Stati Uniti di oggi, di ieri, di
sempre) in cui la violenza, l’aggressione, l’omicidio si confondono con la miseria, la disperazione, al punto che la maggioranza della popolazione ha raggiunto una normalità totalmente anempatica. Il romanzo racconta la storia di una ragazzina di tredici anni che soffre di una brutta malattia: percepisce il dolore dell’altro come fosse proprio. Soffre di empatia.
Capisci? Stiamo entrando in una condizione in cui sopravviveremo solo liberandoci dell’emozione, della percezione desiderante del corpo dell’altro, dell’amicizia, della compassione. Solo la spietatezza ci permetterà di sopravvivere, a meno che il signore iddio non sia clemente con noi e stermini la razza umana nell’arco di una nottata. Non credo che qualcuno ci rimpiangerà.

Il tuo diario inizia temporalmente pochi giorni prima del lockdown e finisce con l’esplosione della nuova “guerra civile americana”. Il movimento che si sta dispiegando negli Stati Uniti, rispetto ai riot di Los Angeles del 1992, ha la capacità di esprimere richieste puntuali, darsi degli obiettivi, stilare piattaforme e per vincere usa anche la violenza, occupa interi quartieri dà vita a nuove forme di vita comune. All’inizio di marzo tutto questo ti sembrava impossibile o inevitabile?

È l’imprevisto che lacera la tela dell’inevitabile. L’insurrezione nera, latina, precaria e cognitiva delle grandi città americane, che non è di per sé una guerra civile, dovrebbe diventare il protocollo terapeutico post-lockdown per tutti i giovani del mondo. Se i giovani americani non avessero avuto la determinazione che hanno avuto avrebbero evitato qualche decina di morti
ammazzati da razzisti armati che sparano nel mucchio, avrebbero evitato forse anche un incremento della pandemia, ma sarebbero piombati in una condizione depressiva e suicidaria di massa.

Purtroppo non vedo segnali insurrezionali in Italia, in Europa, e allora prevarrà la depressione, il suicidio, l’aggressività, il femminicidio. Il fuoco dell’insurrezione è la psicoterapia di cui abbiamo bisogno se vogliamo evitare un abisso psicopatico, autistico, auto-distruttivo. Quanto agli Stati Uniti però occorre dire un’altra cosa: l’insurrezione anti-razzista non è guerra civile, ma innesca un processo di guerra civile di cui vediamo ormai tutti i contorni. E non parlo delle rivolte che sono
importantissime sul piano sociale e psicoterapeutico, ma non hanno conseguenze politiche o geopolitiche rilevanti. Parlo della guerra civile che si prepara tra l’apparato dello stato federale americano e le milizie suprematiste armate. Parlo della rottura interna all’esercito e alla contrapposizione tra FBI e milizie trumpiste armate. Parlo della secessione di stati come la California e
New York da uno stato in piena disintegrazione. Parlo di un esercito di decine di milioni di disoccupati che come cavallette impazzite si abbatteranno sulla società americana. Fra cinque anni gli Stati Uniti d’America, come stato federale, come entità
unitaria, non esisteranno più. Io non sarò più in vita per gioirne, ma tu che lo sarai, quel giorno ricordati della mia previsione, e ti prego allora di fare un brindisi alla mia memoria.

 In ‘Futurabilità‘ (Not Nero) e ‘ll Secondo Avvento‘ (Derive Approdi) mi pare che prendevi le distanze da una certa antropologia positiva e ottimista tipica dell’operaismo da cui provieni, e allo stesso tempo dichiaravi un’illusione l’ambizione del “populismo di sinistra” di governare la crisi o il capitalismo. Questo diario fa intravedere invece un bivio che è possibile imboccare: “Ma è possibile un’altra fine, una fine che sia un inizio. Le potenze dell’intelligenza tecnica governate da cento milioni di giovani lavoratori cognitivi, e il fiorire di un milione di comuni autonome, di laboratori e di scuole che producano ciò di cui hanno tutti bisogno, e su cui nessuno dovrà mai più lucrare. Il denaro è diventato inutile, l’accumulazione è un’illusione pericolosa. Ci occorre ricerca scientifica, pigra soddisfazione dei bisogni essenziali, e piacere dei sensi e delle menti. L’erotico scacci il ricordo triste dell’economico. La poesia cosmopolita dissolva il cattivo odore dell’appartenenza nazionale. Che tutte le bandiere brucino, che si aprano le porte di tutte le carceri. È possibile, se sapremo resistere al probabile e sapremo farci beffe dell’inevitabile”

Non è proprio una previsione, è un auspicio: moltiplichiamo le comuni di auto-sussistenza, perché nei prossimi anni entreremo in una condizione di miseria endemica, e anche proprio di fame. Il populismo di sinistra va trattato con comprensione perché spesso si tratta di compagni onesti, ma intellettualmente poverelli. Sono incapaci di cogliere il senso dei processi profondi. Chi crede che lo stato nazionale possa qualcosa contro lo tsunami in corso è un povero illuso. Chi crede che la parola democrazia significhi
ancora qualcosa non ha imparato la lezione della Grecia 2015. Chi crede che la politica sia ancora una tecnica capace di governo sulla complessità sociale passerà il tempo a svuotare con un cucchiaio l’oceano di orrore che sta avanzando.

Svegliatevi, ragazzi, non c’è più alcuna possibilità di evitare l’apocalisse, l’apocalisse è in corso. Il patrimonio dell’umano potrà essere salvato solo dall’autonomia di mille comunità intelligenti, tecnologicamente iper-dotate, emotivamente affettuose, e capaci di difendersi con ogni mezzo necessario. Adesso è questione di vita o di morte.