Ottantaquattro anni fa nasceva a Milano Enzo Jannacci. Ottantaquattro autunni fa, ottantaquattro stagioni fa, ottantaquattro lune fa (anche se, in realtà, le lune sono molte di più) che si sono consumate come una lampadina. E nonostante tutto “mi sun chi che cammini avanti e indrè e me fann mal i peè”, nonostante tutto continuiamo a camminare avanti e indietro ad aspettare risposte che non arrivano e ci fanno male i piedi. Perché di sicuro la Milano che cantava Enzino non c’è più, forse son rimasti solo i binari dei tram, vecchi bisonti che attraversano la città con la faccia triste, come dice il mio piccolino grande quando li vede tagliare di traverso, con la luce del loro “monocchio”, quel poco di nebbia che di tanto in tanto riappare nella città vecchia.

Di sicuro quella Milano non c’è più, la Milano delle mille lire, dei Trani, dei soliti ignoti, la Milano della povera gente, ma sicuramente ce n‘è una tanto simile seppur assai differente, molto vicina a quella di Vincenzina che andava alla fabbrica, una Milano che ha cambiato tratti, lingua e origini, ma con la stessa “tristesa” che guarda alla fabbrica come se “non c’è altro che fabbrica” e “la fatica è dentro là”.

“Andai a una trasmissione che si chiamava Partitissima e sentii dire: oddio Jannacci, un’altra canzone sui morti di fame. Mica lo faccio apposta. Sono cresciuto in un quartiere popolare, a due passi dall’Ortica. Mica potevo fare canzoni sui ricchi”.

Certamente i “teroni” che spalavano la neve non ci sono più, anche perché di neve ce n’è sempre di meno, ma in un paese dove le generazioni cambiano e tutto resta immutato, i nuovi “teroni” son quelli che la gente chiama “negri” e Milano ne è piena di questi ragazzi che che si alzan la mattina alla cinque per “andare alla fabbrica” anche se, come la neve, di fabbriche ce n’è sempre di meno.

Portano “i scarp del tennis” anche loro e son quelli che pedalano da una parte all’altra della città per un euro e cinquanta all’ora, quelli che si fermano a mangiare quello che c’è in frigo invece di rapinare la casa in cui erano entrati forzando la porta, quelli che arrivano con i barconi e non hanno nient’altro che un telefonino in mano, quelli che bevono la "Peroni grande" in via Padova il sabato sera, quelli che c’han quattro figli e una camera da letto, quelli che “guarda che se sono educati sono anca meglio dei nostri”, quelli che “la casa non gliela affitto perché sporcano”, quelli che la domenica mattina si vestono bene per andare a messa, quelli che se son stranieri ma non sono neri ce l’han su con i “negri” anche loro, quelli che l’umanità è finita tanto tempo fa, quelli che "con una dormita passa tutto, anche il cancro". Perché dopotutto come diceva il maestro:

“il comico è tragico, altrimenti non sarebbe comico. Uno non può andare su e fare solo ridere, perché la gente poi dice: questo qui è un pirla. Ma non può neanche andare su e far solo piangere, perché allora la gente dice: questo qui è ancora più pirla.”

La Milano della "povera gente" c’è ancora, è soltanto cambiata un po'. Quindi: o Jannacci era un genio o il paese non cambia mai. Probabilmente entrambe le cose. Perché passan le stagioni, le generazioni, le lune ma Milano, l’Italia è sempre qui, è sempre lei. Tutto cambia e tutto resta immutato. Basta sostituire qualche nome ai racconti della grande città e la vecchia scarpa eccola qua.
Ed è forse per questo me ne vado a vivere in campagna, cercando un po' di riparo da tutto questo immutevole mutare. Forse proprio come aveva fatto Enzino, quando ancora giovane si era trasferito in Sudafrica per allontanarsi da tutto e da tutti e studiare, deluso da un mondo dello spettacolo che lo censurava e non lo comprendeva, mettendolo all’angolo perché “Ho visto un re” era troppo politica, troppo indefinibile per la televisione di allora.

Forse perché troppo spesso mi sono sentito definire indefinibile, definizione peraltro assai poco definita e sono stanco di sentirmelo ripetere. Forse perché in campagna le case costano meno. O forse perché non sempre c’è un perché.

L’unica volta in cui ho incontrato da vicino Jannacci era l’estate del 2003, ero andato a sentirlo suonare ad un concerto in piazza. Dopo la conclusione dell’ennesimo bis, la folla si era allontanata, sparpagliandosi piano piano, e lui poco dopo si era seduto sul bordo di una fontana, e, con i gomiti poggiati sulle ginocchia, pensava, fumandosi una Lucky Strike che qualcuno gli aveva offerto poco prima. Una sciura si era avvicinata e lo aveva fissato per qualche lungo istante, poi dopo un certo esitare si era avvicinata e gli aveva chiesto “Mi scusi, ma lei è Jannacci?” e lui secco senza nemmeno guardarla “No!” e la sciura “Ma come? È lei l’ho riconosciuta, l’ho vista prima cantare…” e il genio, interrompendola “E allora se lo sai cosa me lo chiedi a fare, no?” La signora va via indispettita. Io scoppio a ridere, lui anche. Mi avvicino e gli chiedo “Mi scusi ma lei è Panatta?” ridiamo e mi offre un bicerìn de vìn al bar di fronte alla fontana e poi va via… senza pagare. Ma sia chiaro, non perché non volesse o non potesse, semplicemente perché è andato via e non sempre c’è un perché.

Ottantaquattro anni fa nasceva a Milano Enzo Jannacci. Ottantaquattro autunni fa, ottantaquattro stagioni fa, ottantaquattro lune fa che si sono consumate come una lampadina.

E nonostante tutto “mi sun chi che cammini avanti e indrè e me fann mal i peè”, nonostante tutto continuo a camminare avanti e indietro ad aspettare risposte che non arrivano e forse mai arriveranno mai…  perché non sempre c’è un perché. E mi fan male i pè.

“Io non ho mai capito tre cose. La prima è: cos’è un leasing?”