Dolcenera: “L’industria ti impone dieci autori: mi sono fermata perché la musica è diventata una corsa folle”

È una "rinascita pubblica" quella di Dolcenera, che definisce così il suo ritorno sulle scene in occasione dell'uscita del nuovo singolo "Epopea". Dopo una lunga assenza, la cantautrice confessa: "Mi sono fermata tre anni e mezzo, quasi quattro. Volevo capire che valore dovesse avere ancora la musica". Una pausa necessaria per metabolizzare un'industria musicale sempre più frenetica e schiava dei numeri: "Ti costringono ad avere dieci autori che scrivono per te, perché il ritmo della richiesta commerciale si è centuplicato e devi sfornare roba in continuazione per starci dietro". Qui l'intervista a Dolcenera.
Come stai vivendo questo periodo della tua vita e come si inserisce "Epopea" in questo momento?
Sto vivendo una sorta di rinascita "pubblica". È un brano che è sempre attaccatissimo alla mia vita e al mio sentire personale: le mie canzoni manifestano sempre quello che provo in quel preciso momento. Se uno fa attenzione alla scrittura, cioè a ciò che dicono i testi, quelli sono esattamente i miei pensieri attuali. Raccontano anche il fatto che, precedentemente a queste nuove uscite (come "Epopea" e "My Love"), io mi sia fermata per un attimo, vale a dire tre anni e mezzo, quasi quattro (ride, ndr).
Cosa ti aveva spinto a questo stop?
Questo periodo è servito perché c'era una realtà che si stava rivoluzionando: dopo il Covid, volevo capire che valore dovesse avere ancora la musica. Forse perché sono una persona molto percettiva. Avevo già intuito come si stesse trasformando la musica, all'interno di un periodo di trasformazione molto più generale. E io, in qualità di cantautrice sensibile, sento le cose in maniera amplificata. Se ci fossero troppi filtri non scriverei quello che scrivo. Penso tanto e, di conseguenza, sento tanto.
Cosa ti ha pesato in quel periodo?
Ho patito molto lo scoppio di queste ultime guerre, guerre che l'umanità sembra quasi accettare pur di sopravvivere. Un metodo di difesa psicologica dall'aggressività e dalla moltiplicazione all'ennesima potenza delle notizie che ci arrivano dal mondo digitale. Ho vissuto male questo clima, ne ho subìto il peso emotivamente, e ho cercato di reagire pubblicando "Calliope (Pace alla luce del sole)" nel 2022, appena scoppiata la guerra in Ucraina. Lì ho avvertito un lieve senso di solitudine.
Perché?
Perché la mia voce che parlava di pace era rimasta sola. Non c'erano altre voci nel panorama musicale che parlassero di questo. Facendo un confronto con altre epoche, come gli anni '50, '60 e '70, quando la musica era sempre specchio della società, mi sembrava quasi indecoroso che oggi non avvenisse lo stesso. Ho cercato di capire cosa stesse succedendo e ora ho realizzato che questa trasformazione è inevitabile. Andremo verso qualcos'altro. Secondo me non riguarda solo la musica, ma il tessuto sociale, il nostro modo di vivere, il digitale, la politica che si confronta con esso. Si andrà verso una nuova era, una trasformazione che deve ancora prendere i suoi reali connotati.
Cosa ti spaventa di più di questa nuova era?
La sensazione di impotenza. In questo momento le persone, bombardate da un'informazione generalizzata e ossessivo-compulsiva derivante dalla vita digitale, hanno una percezione molto chiara del potere dei massimi sistemi, una consapevolezza che magari prima si aveva un po' meno.
Quindi la conoscenza e la consapevolezza di tutto questo hanno amplificato anche la nostra paura per ciò che accade?
Esatto. Torna la sensazione di essere ininfluenti in uno spazio enorme governato da pochi. A questa sensazione, però, se ne aggiungerà un'altra, perché l'essere umano cerca sempre una rivalsa. L'essere umano è fatto per sopravvivere.
Cioè?
Il senso dell'essere umano è quello di adattarsi in qualsiasi circostanza. Quindi cercherà, e troverà, un modo per far sì che le comunità e le persone apparentemente senza alcun ruolo nel mondo, possano avere di nuovo una voce che funzioni.
Anche musicalmente, stiamo andando incontro a un progresso evolutivo che tocca più la parte tecnologica che quella di pensiero. Tu come leggi questa sfumatura?
È un tema enorme. Io ho provato a metterlo sul piatto e all'attenzione di tutti in "My Love", che parla proprio di questo Truman Show digitale, di un mondo in cui sembriamo programmati o sottoposti a una programmazione da cui cerchiamo di salvarci, ma anche con "Epopea". L'ho affrontato a livello testuale ma anche visivo, realizzando due video generati per metà con l'AI e per metà con riprese vere.
Qual è la tua posizione?
Una posizione mediana. Un video fatto interamente con l'IA non l'avrei mai fatto. Il rischio di queste tecnologie è che chiunque inizi a credersi Spielberg anche se non vale niente. Il mercato rischia di intasarsi con prodotti di bassa qualità, omogenei e tutti identici, spiaccicati l'uno sull'altro. Ma la verità è che il pubblico e l'audience restano composti da esseri umani, i quali cercano sempre di "sentire" a livello umano. Quindi, si spera che sappiano ancora percepire la veridicità di un'anima e la follia creativa del contenuto umano, soprattutto quando è un essere umano di valore a comandare la macchina.
Non c'è il rischio, già percepito, di imbattersi in un'omologazione fin troppo evidente?
Non solo, ma anche intasamento del mercato con roba inutile, gente che vuole apparire per ciò che non è. Faremo una grande fatica a distinguere le cose belle da quelle brutte, ma ho fiducia nel fatto che l'uomo percepisce le cose con l'animo, e quindi saprà riconoscere il vero valore artistico rispetto a una cosa finta e senz'anima. vorrei chiarire che tutto questo è un ragionamento fatto dal punto di vista di chi l'arte la maneggia per mestiere. Posso anche pensare che a una persona comune, a cui della musica o del cinema interessa in maniera marginale, vada benissimo ascoltare un prodotto generato interamente con l'IA.
Credi?
Credo, però, che l'uso dell'IA debba essere sempre dichiarato. Ci sono piattaforme che ti obbligano a farlo e altre no.
C'è qualche canzone, interamente generata da AI, che ti è piaciuta?
Ho visto un video su TikTok in cui c'era una signora anziana con le palpebre cadenti, e dietro suo fratello un po' malmesso, che facevano uno di questi video, e il pezzo in sottofondo mi piaceva. Poi ho scoperto che non l'aveva scritto lei, ma era generato dall'IA. A quel punto mi sono detta: se il pezzo piace a tutti, a chi importa se l'ha fatto una macchina o un umano? Se ti piace, vuol dire che l'essere umano dietro la macchina le ha dato i comandi giusti ed è stato efficace. Finirà per essere così: è l'evoluzione del lavoro. Un tempo c'erano mille persone che stavano al telegrafo, poi le cose sono cambiate.
Come reagiresti se sapessi che la tua musica viene utilizzata, senza consenso, per addestrare queste IA che poi creeranno altra musica? Secondo un'inchiesta, oltre 108 brani tuoi sono stati utilizzati per addestrare questi modelli?
Il fatto è che a un certo punto finiranno il materiale umano da cui prendere ispirazione, e la macchina non imparerà più nulla di nuovo. Poi negli ultimi 15 anni il concetto di plagio è stato totalmente sdoganato e normalizzato.
In che senso?
Esiste davvero una policy sul plagio, oggi? La linfa della musica attuale sono le playlist. Le playlist raggruppano canzoni simili tra loro, e a forza di cercare cose simili, finiamo per ascoltare cose quasi uguali. È un meccanismo ormai metabolizzato ovunque. Il fatto che un'IA abbia assimilato 108 miei pezzi, purtroppo, è un processo di omologazione che l'industria metteva già in atto da tempo.
Cosa ti ha spinto a fermarti in quei 3 anni post-Covid e quanto hanno influenzato i numeri?
I numeri ci sono sempre stati. Io mi sono ritirata un attimo perché, specialmente dopo il Covid, ho visto cambiare radicalmente l'approccio alla produzione discografica. Si è accelerato tutto in una maniera incosciente e velocissima, che non permette quasi più a un cantautore di scrivere da solo. Ti costringono ad avere dieci autori che scrivono per te, perché il ritmo della richiesta commerciale si è centuplicato e devi sfornare roba in continuazione per starci dietro. Io ho sempre avuto bisogno di riflettere per dare un valore al mio lavoro, per trovare una voce unica, un'illuminazione molto personale ma condivisibile. Però per trovare quella scintilla serve tempo, e oggi il tempo non te lo danno più. Alla fine non è stata una questione di numeri, ma della folle corsa che imponevano. A un certo punto mi sono detta: "Fermatevi un attimo, fatemi capire che ca**o state facendo!".
Hai scritto qualcosa in quel periodo?
Zero. Rifiuto totale. Poi a un certo punto ti chiedi: "Ho ancora dentro una voce?". Non intendo la voce fisica, ma l'urgenza del racconto, quell'ideale e quella visione della vita che ho sempre espresso nelle mie canzoni. Quella voce ce l'ho ancora, e ho provato a tirarla fuori. È successo quando mi sono ritrovata circondata da ragazzi più giovani. In loro ho visto una speranza, perché non sono tutti schiavi dei social come la gente della mia età. Molti giovani reagiscono a questa deriva: conosco tanti ragazzi che, ad esempio, usano Instagram solo come messaggistica e non postano quasi nulla, liberandosi dall'ansia del "se non posti, non esisti".
Quindi vedi in loro una via d'uscita?
Sì, la loro reazione ha riacceso in me la fiammella della speranza. Il mondo digitale di oggi va regolamentato, è un vero far west. L'essere umano ha bisogno di protezione, e i bambini in particolare soffrono tantissimo questa competizione globale. Crea disagi enormi. Ho molti amici che si rifiutano di dare lo smartphone ai figli prima dei 16 anni. Magari sono amici particolari, perché per farlo devi avere due attributi enormi come genitore: se non gli dai il telefono per distrarli, devi parlarci e seguirli il triplo, il quadruplo. Mi rendo conto che purtroppo questo atteggiamento protettivo non appartiene alla massa. Con i social è un po' come con l'amianto: a un certo punto, quando i danni diventano palesi e innegabili, deve intervenire lo Stato.
Come nel Regno Unito?
Ecco. Quando la società se ne accorge in ritardo, lo Stato deve intervenire, altrimenti le persone si trasformano in una popolazione schiava e sottomessa.
C'è qualcosa che ti fa sorridere invece, del rapporto con i social?
Il playback frontale su TikTok, quel playback ammiccante. Lo fanno tutti: quelli che sanno cantare e quelli che non sanno cantare. Sono arrivati a farlo perfino gli artisti veri, si mettono lì a fare i playback sui loro profili social (ride, ndr).
Se dovessi individuare un momento del passato in cui il tuo personale fuoco interiore è stato così alto da divampare, a quale penseresti?
In realtà l'ho sempre avuto. La musica ti mantiene giovane. Sono sempre stata una grande idealista: l'idealismo ti protegge e fa sì che i meccanismi malati del sistema non riescano a intaccarti. Riesci a mantenere la tua libertà e la tua espressività. Fino all'arrivo della pandemia e allo scoppio della guerra, ho sempre avuto questi sprazzi di idealismo assoluto. Pensa al brano "Ci vediamo a casa": andare a Sanremo a parlare dei problemi sociali, delle banche, della difficoltà di avere un mutuo per i giovani. Insomma, il mio l'ho fatto!
Averci messo la faccia e prestato la tua immagine per quelle battaglie sociali, che poi hanno invaso la TV e i palchi, pensi ti abbia tolto qualche opportunità di carriera? Hai qualche rimorso?
Al contrario, mi ha dato tanto. Ha dato un senso più profondo a quello che facevo. Cos'è che potrebbe avermi tolto qualcosa? Sicuramente il fatto di non aver mai voluto abbracciare fino in fondo tutte le dinamiche del mondo dello spettacolo. Fin dal mio primo Sanremo, c'erano molte cose dell'ambiente che non mi piacevano e che continuano a non piacermi: il gossip forzato, i giri televisivi. Da idealista pura pensavo: "Ma perché devo fare interviste se mi spiego già benissimo attraverso le mie canzoni?". Mi invitavano nei salotti pomeridiani e io rifiutavo, non ci andavo. Cercavo una sorta di purezza artistica. Poi col tempo capisci che la contaminazione avviene lo stesso, perché in quel mondo, volente o nolente, ci sei dentro.
Quanto ha pesato?
Quando sei all'inizio della tua carriera hai tutti gli occhi puntati addosso. Il momento di massima esposizione per un artista che dura nel tempo è quasi sempre l'esordio. Se all'inizio sfondi letteralmente come me, vinci Sanremo, fai Music Farm, hai un forte impatto sia musicale che mediatico e ideologico. Quando tutte queste cose accadono in contemporanea, il segno è potentissimo. Se invece il successo arriva gradualmente, fai molta più fatica. In quest'ambiente magari non duri tanto, oppure sopravvivi solo perché cambi faccia così tante volte che alla fine non ti riconosci più.
Quindi tu ti sei sentita travolta?
Per me gli inizi sono stati proprio un'esplosione. Addirittura la Omnitel (che all'epoca si chiamava ancora così) mi chiese di fare una pubblicità per loro, ma poi ritirarono l'offerta dicendo: "In questo momento sei così esposta mediaticamente che il tuo volto oscurerebbe il nostro marchio".
Eri diventata troppo grande per loro.
Ero diventata talmente popolare, soprattutto grazie alla TV con Music Farm, da oscurare un marchio del genere. Ma anche la stampa.
In che modo?
Nel momento di ascesa tutti vogliono lo scoop, la notizia che nessuno ha. Ti chiedono del fidanzato per contestualizzare il personaggio, ed è tutto amplificato in modo assurdo. Ora invece mi sono stabilizzata: nessuno mi fa più gossip sul fatto che io stia con lo stesso compagno, Gigi, da ben 31 anni!
In base alla tua recente esperienza a Pechino Express, c'è un lato di te che è emerso in quel programma e che forse non era mai arrivato prima al pubblico?
Lì si è percepita la mia fragilità, anche perché sono partita malissimo. Il pubblico ha capito che non sono una guerrigliera da lotta nel fango. Sono una persona stabile e caparbia, ma non ho l'aggressività della guerriglia quotidiana. Magari mi hanno inquadrata più come un diesel: all'inizio faccio fatica, arranco, ma quando ingrano riesco ad abbracciare il mondo intero, e l'energia del mondo mi aiuta a sprigionare tutta la mia solarità.