Ranucci, il panico degli arrestati guardando Giletti in tv: litigano sul colore dell’auto ma sono intercettati

"Amma otta' i palazz n'terra!", dobbiamo buttare i palazzi a terra: così parlava Pellegrino D'Avino, uno degli arrestati per l'attentato al giornalista di Report Sigfrido Ranucci del 16 ottobre scorso. Dalle intercettazioni emerge uno spessore criminale notevole, un'arroganza e una sicurezza di sé molto solida: pur essendo pura manovalanza, D'Avino, Mutone, De Filippis e Passarielloerano entusiasti di quello che avevano fatto, tanto da vantarsene pure in giro. "Hai visto su Google il fatto di Ranucci?", diceva Passariello a un amico appena uscito dal carcere. "Il fatto di Ranucci… Roma, Ranucci. Attentato", gli fa digitare. "Ranucci?". "Eee!". Ma sarà proprio quest'ostentazione a fregarli e a far capire ai carabinieri che la pista seguita è quella giusta.
Le rivelazioni sull'auto durante la trasmissione di Giletti
L'autocelebrazione però inizia a vacillare il 30 marzo 2026, quando gli indagati scoprono che durante la trasmissione Lo Stato delle Cose di Massimo Giletti, saranno rivelati nuovi dettagli dell'inchiesta. Giletti rivela che gli autori dell'attentato sarebbero partiti dalla Campania e vi sarebbero tornati subito dopo l'esplosione, ma soprattutto che la macchina utilizzata non era una Panda nera, come inizialmente riportato e ripreso da tutti i giornali, ma un'altro tipo di vettura. Ed è a questo punto che vanno nel panico e cominciano a commentare in maniera ossessiva la puntata, rivelando dettagli che ancora non erano noti, tra cui il modello dell'auto realmente usata – una Fiat 500 – e il suo colore. Nessuno fino a quel momento aveva parlato di quel modello in particolare. Un altro mattone che ha contribuito a incastrarli.
Il noleggio dell'auto tramite prestanome
L'auto usata per l'attentato è stata presa a noleggio presso una società di Avella. Non era la prima volta che qualcuno del gruppo si riforniva lì, noleggiando auto da utilizzare per attività illecite che, fino a quel momento, riguardavano soprattutto il traffico di droga. Il modus operandi era sempre lo stesso: usare prestanome, persone senza precedenti e con una fedina penale immacolata, per poi servirsi direttamente dei veicoli. Un sistema che, nella zona, non sembrava essere un segreto. Passariello, in particolare, farebbe parte di un gruppo criminale locale molto attivo nello spaccio e avrebbe utilizzato più volte auto a noleggio per questo tipo di attività. Lo stesso gruppo, però, sarebbe rimasto all'oscuro di quanto accaduto a Ranucci. Anzi, quando il boss della zona avrebbe scoperto quello che avevano fatto, si sarebbe infuriato, proprio perché un'azione del genere avrebbe inevitabilmente attirato su di loro l'attenzione delle forze dell'ordine.
La versione concordata per proteggere i mandanti
In realtà Mutone, D'Avino, Passariello e De Filippis erano intercettati già da tempo. I carabinieri, che per mesi hanno lavorato per ricostruire l'attentato, erano infatti già sulle loro tracce. Sapevano quindi anche che i mandanti dell'azione, ancora ignoti, avevano suggerito loro una versione di comodo da fornire in caso di arresto: sostenere che l'attentato fosse stato commissionato da un albanese incontrato appena tre giorni prima, che avrebbe offerto 3mila euro per portare a termine il lavoro. Una ricostruzione che, secondo gli inquirenti, non stava in piedi e che serviva soltanto a coprire la vera identità di chi aveva ordinato l'attacco.
Le indagini dei carabinieri
Le indagini proseguono ora per scoprire chi sono i mandanti. Non si tratta di persone improvvisate, ma di qualcuno che sa muoversi molto bene negli ambienti della criminalità organizzata e che probabilmente gode di un certo peso. "A Corrado non devono arrivare", dicevano gli indagati. E sul loro conto non si sono lasciati sfuggire nemmeno una parola, neanche per sbaglio. I mandanti avevano addirittura prospettato agli esecutori assistenza legale e una fuga all'estero, un'offerta che però né Mutone, né D'Avino, né Passariello, né De Filippis hanno accettato. Temevano infatti per la loro stessa vita e hanno finito per ritenere l'arresto un'ipotesi preferibile. Adesso l'attenzione degli investigatori si sposta proprio su chi ha ordinato l'attentato. Sono i mandanti, ora, l'obiettivo delle indagini.