Con il nuovo Dpcm che entrerà in vigore da venerdì 6 novembre si stabilisce un principio di non poco conto nel nostro Paese. E cioè il fatto che i libri, in Italia, costituiscono un bene essenziale al pari dei generi di prima necessità che è possibile reperire al supermercato o dei medicinali in farmacia. La notizia dell'apertura delle librerie anche nelle regioni nella cosiddetta fascia rossa è stata salutata con entusiasmo dagli operatori della filiera, dagli editori ai librai, passando per scrittori, traduttori, lettori. Anche all'estero, dove in molti casi le nuove misure di lockdown (più o meno light) applicate in questi giorni in diversi paesi europei hanno portato alla chiusura delle librerie, si guarda all'Italia come un modello che ha saputo coniugare il diritto alla salute con quello alla cultura e all'istruzione.

Librerie aperte: adesso non lasciamole vuote

Ovviamente non sono tutte rose e fiori, anzi, il pericolo adesso è che, lasciate aperte, le librerie restino vuote o quasi, e soprattutto che il variegato mondo del libro (un'industria che impiega in maniera diretta e in diretta centinaia di migliaia di persone, gran parte di essere fortemente in sofferenza dall'inizio della pandemia) finisca abbandonato a se stesso, senza ulteriore misure efficienti volte a sostenerlo e che resti la foglia di fico simbolica delle aperture a coprire le macerie di un settore per sua natura fragile e sempre sull'orlo della crisi.

Considerare il libro non solo essenziale, ma strategico

La verità è che, se con la decisione assunta ieri nel nuovo Dpcm il governo italiano riconosce il libro come un bene essenziale, restiamo comunque ben lontani da una situazione ideale in cui, a riconoscerlo come tale, siano anche gli italiani. Come hanno ricordato ieri AIE e ALI in comunicato congiunto, tramite i loro rappresentanti istituzionali, Ricardo Franco Levi e Paolo Ambrosini, "con la decisione di oggi si sostengono le librerie che stanno subendo una continua erosione di quote di mercato da parte degli store online, un disequilibrio che mette a rischio non semplici negozi, ma presidi sociali e culturali essenziali per le nostre città e, più in generale, per la vita democratica del Paese".

Ecco il punto. Se "l’Italia è cultura e la cultura e il libro possono essere il volano per la ripartenza del Paese” allora dopo aver tenuto aperte le librerie e messo il libro alla stregua del pane e della tachipirina, è arrivato il momento di considerare il libro e tutta la filiera economica e culturale che ruota attorno ad esso, anche "strategico" rispetto allo sviluppo del Paese.