Da Macklemore a Ghali, l’economia della censura: negli USA il potere è dei proprietari, in Italia delle istituzioni

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Patagarri, Ed Sheeran, Ghali e Rich Cholino, 2026
Da Macklemore escluso dagli stadi USA a Ghali silenziato dalla Rai: le diverse infrastrutture censorie con cui l’industria musicale silenzia chi sostiene la Palestina.

L'esclusione di Macklemore dal "Loop Tour" di Ed Sheeran, dopo i cori "Free Palestine" dal palco del MetLife Stadium del New Jersey, ha mostrato, in parte, una censura nuda, più volte mascherata dalla struttura corporativista. Le comunicazioni arrivate non solo da Macklemore stesso, ma anche dagli opening act che hanno successivamente deciso di fare un passo indietro, hanno stimolato solo una parte della riflessione, limitando la lettura del fenomeno. Una visione che ha accentrato le polemiche sulla natura "apolitica" di Ed Sheeran, causata anche da una comunicazione ombrosa, ma che ha fatto percepire meno ciò che era avvenuto nelle ore successive all'esibizione di Macklemore.

La rapidità con cui i proprietari delle grandi strutture hanno utilizzato una rete spessa, quasi naturale, per censurare le parole di Macklemore sul palco, è stata tracciata come una linea corporativista. Un atteggiamento in cui il lobbismo si è poi tradotto in una decisione aziendale, in cui le parole di Macklemore non sembrano essersi "incastrate bene" con la necessità di "neutralità", non del pubblico, ma degli stessi proprietari. Un fenomeno in cui, mediaticamente, la figura di Robert Kraft, proprietario del Gillette Stadium e tra i primi a delineare la rete censoria dei grandi proprietari nei confronti di Macklemore, ha attraversato quasi indenne il ruscello di polemiche.

In questo senso, il parallelismo per ciò che accade in Italia, soprattutto nel rapporto tra gli artisti, i promoter e le grandi strutture, è quasi assente. Infatti, a differenziare le due linee non sono sicuramente accenni a una natura democratica, nell'industria musicale italiana, superiore rispetto al mercato americano. Anzi, ciò che è importante riconoscere, soprattutto in Italia, è il contesto ambientale in cui viene proposto il proprio "slogan".

Non sono mancati negli ultimi anni grandi artisti che, durante i propri concerti, si sono esposti pubblicamente in merito a ciò che avveniva a Gaza. Da Giuliano Sangiorgi con i Negramaro ai Pinguini Tattici Nucleari, passando per Marco Mengoni fino ad arrivare anche ad artisti con platee meno ampie. Un luogo, il proprio concerto, in cui più volte vige una natura accogliente, nei confronti dell'idea e dell'esposizione dell'artista, che viene però depotenziata quando lo stesso accetta cornici più ampie. Un labirinto, soprattutto dal punto di vista comunicativo, a cui l'artista e il suo ufficio stampa devono ricorrere quando il teatro è, per esempio, l'Ariston di Sanremo.

Ne è un esempio ciò che è accaduto a Ghali, con l'esperimento Rich Ciolino al Festival di Sanremo 2024. L'utilizzo di un avatar, finanche fisico, che accompagnasse nei mesi precedenti la narrazione di "Casa Mia", ha giustificato l'accesso sul palco dello stesso durante la finale. In una delle serate mediaticamente più importanti del panorama televisivo italiano, Ghali ha utilizzato una forma neutra, come "Stop al genocidio" prendendosi la responsabilità di pronunciare la frase in modo diretto al microfono, fuori copione. Anche se chiaro il riferimento, ciò che era avvenuto sul palco era esattamente la trasmissione di uno slogan, un messaggio che estratto dal contesto in cui è avvenuto, si mostrava tutt'altro che divisivo.

Ma con lo stesso carattere corporativista che abbiamo potuto osservare nella dinamica tra i proprietari degli stadi negli USA e i promoter di Ed Sheeran, lo slogan di Ghali è diventato qualcos'altro. E non solo per la natura economica del commento, essendo il Festival di Sanremo uno degli spettacoli più sponsorizzati sulla rete pubblica. Basti pensare che negli ultimi 10 anni, la quota dei ricavi pubblicitari, gestiti da Rai Pubblicità, ha superato i 450 milioni di euro. E nelle ultime 3 edizioni sono stati oltre 200 i milioni di euro investiti da main partner, partner tecnici, sponsor territoriali e istituzionali. Un bacino in cui, per l'azienda pubblica, è diventato necessario mantenere e racchiudere in una scatola minuscola tutto ciò che eccede alla funzione della musica e dello spettacolo.

In questo senso, oltre alla natura commerciale, si è imposta, proprio in merito all'edizione 2024, una forza politica anche sulla trasmissione, soprattutto nei giorni successivi alla finale. Infatti, l'11 febbraio 2024, l'ambasciatore israeliano in Italia, Alon Bar, interviene pubblicamente sui social network, accusando formalmente il Festival di Sanremo di essere stato sfruttato per diffondere odio e superficialità, lamentando l'assenza di solidarietà verso le vittime dell'attacco di Hamas del 7 ottobre. Una richiesta di "imparzialità" che evidenzia come l'influenza di alcune forze politiche possa superare anche il concetto di "spettacolo".

La testimonianza più forte è ciò che avviene a Domenica In, trasmesso proprio dall'Ariston, in cui la conduttrice Mara Venier legge in diretta televisiva il comunicato stampa dell'Amministratore Delegato dell'azienda, Roberto Sergio, in cui si dà incondizionata solidarietà al popolo di Israele e alla comunità ebraica. In questo caso avviene un controsenso, proprio in merito alla partecipazione del cantante, che da anni promuove questo tipo di posizione. La decisione di applicare un filtro alle sue parole sul palco di Sanremo annienta e censura uno dei temi della sua narrazione. Ma anche parte di sé e della sua musica, dopo esser stato accettato come uno dei concorrenti con un brano che aveva una sua chiara direzione.

La lettera, letta dalla conduttrice, non è l'unico elemento che cerca di silenziare l'onda di "slogan" in merito al conflitto tra Israele e Palestina. Solo qualche ora prima, la censura si era manifestata in diretta: durante un'intervista sul palco di Domenica In, Dargen D'Amico era stato bruscamente interrotto dalla conduttrice per presunte "esigenze di tempo" proprio mentre tentava di approfondire il tema dell'accoglienza e della guerra. Un'interruzione seguita dal noto fuori onda in cui la conduttrice rimproverava i giornalisti per averla messa "in imbarazzo". Ciò che appare in maniera lucida è quanto, anche in toni molto meno posizionanti rispetto al caso Macklemore, è avvenuta una presa di posizione pubblica delle istituzioni. Un segnale che sembra giustificare un messaggio o un posizionamento evidente quando il pubblico, anche grande come quello degli stadi, appartiene e si lega alla carriera del cantante. Ma tutto ciò che esce dalla dimensione concerto, tra cui ciò che avviene sui social e sulle reti pubbliche e private, viene ridimensionato, edulcorato, in alcuni casi anche silenziato.

La censura ha toccato anche uno dei palchi più politicizzati in Italia, come il Concertone del Primo Maggio a Roma. E se la poca tolleranza mostrata nei confronti di Fedez, durante la sua partecipazione nel 2021, aveva mostrato alcuni meccanismi, ancora più evidente è la cornice che nel 2025 ha toccato i Patagarri, reduci dalla loro esperienza a X Factor. Sul palco, alla fine della loro esibizione con "Hava Nagila", un canto ebraico simbolo di unione, con un diretto rimando alla questione israelo-palestinese, il frontman si era espresso con "Palestina Libera". Nell'intervista a Fanpage, lo stesso aveva raccontato delle minacce e degli insulti ricevuti: "Sono arrivate anche molte minacce e insulti, persino messaggi privati da Tel Aviv e simili. Per lo più provenivano da persone comuni. Tutta questa vicenda ha generato anche parecchia attenzione mediatica, coinvolgendo anche alcuni personaggi noti. Ma forse è meglio non parlarne troppo".

E se tutto questo avviene per i grandi artisti, c'è anche chi, non avendo questo potere d'influenza sul pubblico, ha pagato a caro prezzo una scelta: quella di urlare il proprio supporto alla Palestina in un teatro. È il caso del Teatro Alla Scala di Milano che, il 4 maggio 2025, ospita un concerto privato su invito, organizzato in occasione dell'Annual Meeting dell'Asian Development Bank. L'evento prevede la partecipazione delle massime cariche dello Stato, tra cui la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Durante il suo ingresso nel Palco Reale, dal loggione del teatro viene sollevato l'urlo: "Palestina libera". Protagonista una lavoratrice del teatro in servizio con la qualifica di maschera, che oltre al tumulto iniziale in platea, provoca la reazione immediata della Fondazione Teatro alla Scala. Nelle settimane successive, la direzione identifica la maschera e, alla fine di maggio del 2025, le notifica il licenziamento in tronco, accusandola di aver leso il decoro dell'istituzione e violato i doveri di condotta legati alla sua mansione.

Questa vicenda, di natura squisitamente politica, rappresenta l'ennesimo esempio di una censura meno evidente ma non meno reattiva, conclusasi solo mesi dopo con la decisione del 27 novembre 2025. Il Tribunale del Lavoro di Milano dichiara infatti illegittimo il licenziamento, riconoscendo il carattere ritorsivo del licenziamento. Il Teatro viene condannato a risarcire la lavoratrice e a sostenerne integralmente le spese legali.

In definitiva, l'estromissione di Macklemore dalle arene americane e il silenziamento degli artisti negli spazi istituzionali italiani restituiscono due forme diverse dello stesso meccanismo di controllo. Se negli Stati Uniti il dissenso viene arginato attraverso la forza dei promoter e il potere di veto dei proprietari delle strutture, in Italia il meccanismo sembra legato al filtro delle istituzioni e alle loro ingerenze politiche. In questo senso l'attivismo è tollerato solo quando si trasforma in un prodotto innocuo, confinato all'interno di una struttura, palazzetto o stadio, privata composta da fan paganti. Nel momento in cui la rivendicazione raggiunge la piazza pubblica, sfidando l'apoliticità richiesta dagli sponsor e dalle istituzioni, si assiste alle dinamiche censorie. Un aspetto brutale che non solo svilisce la natura del personaggio, ma confina anche l'arte in un esercizio inespressivo.

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