La giurista Frulli: “Da Gaza all’Ucraina, chi governa con la forza considera il diritto un intralcio”

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Da Gaza all’Ucraina, Micaela Frulli denuncia i doppi standard e la mancata protezione della Corte penale internazionale dalle sanzioni Usa. Le regole producono risultati, anche nella vita di ogni giorno. In Italia, è il caso del divieto della tortura o delle unioni civili.

“Gli attacchi ai giudici avvengono dentro gli Stati e sul piano internazionale. Perché chi vuole governare facendo valere soltanto la propria forza considera il diritto un intralcio”. Per Micaela Frulli, la crisi della democrazia e quella delle regole internazionali procedono insieme: a legarle è il tentativo sempre più diffuso di liberare il potere dai controlli.

Professoressa ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Firenze, autrice di Il diritto internazionale è carta straccia (Laterza, 2026), Frulli contesta l’idea che quelle regole siano ormai inutili. “È proprio quando gli strumenti funzionano, che arriva il contraccolpo e il diritto internazionale è liquidato come carta straccia”, spiega a Fanpage.it.

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Micaela Frulli

Professoressa, cosa risponde a un palestinese che le dice: il vostro diritto internazionale non mi ha protetto?

È difficile chiedergli fiducia. Ma ci sono giuristi palestinesi che al diritto internazionale ci credono eccome: raccolgono prove delle violazioni e ci sfidano a fare la nostra parte. Senza il diritto sarebbe ancora più difficile trovare una via d’uscita, costruire alleanze e arrivare a esercitare l’autodeterminazione.

Se però chi viola una regola non paga, che cosa la distingue da una raccomandazione morale?

Manca un’attuazione coercitiva centralizzata. D’altra parte, anche negli ordinamenti interni mica rispettiamo le regole solo per paura della polizia: le regge un patto sociale. È quel patto a essere in pericolo, sul piano internazionale. Trump si è spinto oltre la soglia: non dice soltanto che delle regole non gli importa, ma che le stabilisce lui. Poi c’è l’applicazione selettiva, che può indebolirle persino più dell’assenza di una sanzione centralizzata. Gli strumenti esistono: bisogna decidere di usarli”.

Nel suo libro parla di un “doppio standard” occidentale su Ucraina e Gaza. Esempi concreti?

Per perseguire il crimine di aggressione contro l’Ucraina si è creato un tribunale apposito con il Consiglio d’Europa, investendo risorse per superare un limite della Corte penale internazionale: può occuparsi dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Ucraina, ma non processare Putin per aggressione. Quando però le sanzioni americane minacciano il lavoro della Corte stessa, l’Europa si limita a condannarle politicamente. Potrebbe usare il regolamento di blocco, come ha fatto a tutela delle imprese.

Lei si riferisce al regolamento europeo del 1996 che vieta agli operatori, salvo deroghe, di adeguarsi alle misure straniere indicate in un allegato.

Estenderlo alle sanzioni contro la Corte servirebbe a proteggere banche e imprese europee che lavorano con il tribunale. Questo sostegno a targhe alterne mina la credibilità delle regole. L’Europa dovrebbe difendere lo Stato di diritto e i diritti fondamentali. Invece oscilla.

Una parte di chi difende i palestinesi giustifica l’aggressione russa all’Ucraina. Non è anche questo un uso selettivo del diritto?

Sicuramente. Il problema è proprio questa applicazione selettiva, oggi così eclatante. Non dico che prima andasse tutto bene, ma reazioni tanto asimmetriche davanti a situazioni estreme mettono in crisi le regole stesse.

Possibile che la giustizia penale internazionale si applichi solo quando l’imputato perde il potere? Come nel caso di Milosevic, per esempio.

In parte oggi è così. Tutto dipende dalla cooperazione degli Stati. La Corte può procedere anche contro un capo di Stato in carica, senza dover rispettare le immunità personali, pure previste da altre norme internazionali. Gli Stati però privilegiano le regole sulle immunità, anche se hanno l’obbligo di cooperare con la Corte. Si tratta di scegliere quale obbligo far prevalere. L’arresto di un presidente creerebbe un precedente preoccupante. Qualsiasi Stato potrebbe trovarsi domani nella stessa posizione. Da qui le remore.

A che cosa serve incriminare un leader che nessuno arresta?

Bisogna guardare le cose in prospettiva. Negli anni Novanta, quando ho cominciato a occuparmene, mi sarebbe sembrato impensabile vedere il presidente russo incriminato davanti a un tribunale internazionale. È insoddisfacente, ma è un avanzamento. Gli attacchi feroci alla Corte mostrano che la Corte fa paura. Ci sono progressi e immediati contraccolpi: manca ancora il grado di cooperazione necessario.

Sostenere un alleato come Israele può significare diventare complici di crimini internazionali?

Configurare giuridicamente la responsabilità di uno Stato per l’aiuto dato a un altro è complesso. Ma l’articolo 2 dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele pone i diritti fondamentali alla base del rapporto. Eppure, davanti a quello che abbiamo visto, non si adottano sanzioni e non si sospende neppure l’accordo: si tratta Israele come se nulla fosse. Ci si avvia su una strada di responsabilità. Non basta proclamare i diritti.

Perché è importante stabilire se a Gaza sia genocidio?

Quella qualificazione comporta obblighi anche per gli Stati terzi, a partire dalla prevenzione. Non è soltanto una questione di parole. Ma non è che senza la qualificazione di genocidio si possano tollerare altre gravissime violazioni: le Convenzioni di Ginevra obbligano gli Stati a rispettare e a far rispettare il diritto umanitario. È anche su questo che la comunità internazionale manca. Ma certo, la Convenzione sul genocidio indica precisamente in che modo gli Stati terzi possono diventare complici o responsabili di violare l’obbligo di prevenzione di quel crimine.

I diritti umani sono davvero universali?

Aspirano a esserlo. Nella pratica, i fatti ci smentirebbero subito. Ma dal 1945 questa aspirazione si è tradotta in garanzie. Le corti regionali hanno prodotto risultati importanti: penso alle terre ancestrali dei popoli indigeni nel sistema interamericano e al contenzioso climatico. Anche i più vulnerabili possono ottenere ragione e conseguenze concrete.

E in Italia, quali conseguenze concrete abbiamo visto?

Non credo avremmo introdotto il reato di tortura senza le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo, a partire da quelle su Genova. Anche sulle unioni civili le pronunce europee hanno dato una spinta decisiva. Quando questi strumenti funzionano, però, provocano reazioni: diversi governi ora cercano di spingere la Corte verso interpretazioni meno garantiste sui migranti, soprattutto se sospettati di reati. Come se i diritti fossero un premio da meritare, anziché garanzie dovute alle persone in quanto persone.

Lei nel suo libro spiega bene come il diritto internazionale sia stato all’inizio uno strumento coloniale.

Trasformare uno strumento di dominio in una garanzia per i deboli è un cammino in salita. La decolonizzazione è stata un passaggio enorme. Quando l’autodeterminazione entrò nella Carta delle Nazioni Unite, le potenze coloniali non pensavano di rinunciare ai possedimenti. Ma i movimenti di liberazione conquistarono l’indipendenza e il riconoscimento giuridico della loro lotta. Le origini non cancellano le conquiste.

Il diritto internazionale sembra a volte un’idea astratta. Quando incontriamo le sue regole nella vita quotidiana?

Nei viaggi aerei, nelle telecomunicazioni, nei satelliti, negli standard e nell’etichettatura dei prodotti. Una trama spesso invisibile perché tecnica. Pensiamo agli accordi sui vaccini e all’Oms durante il Covid: si poteva fare meglio, ma senza cooperazione sarebbe stato ancora più disastroso. Anche questa trama si indebolisce se ciascuno applica le regole quando gli conviene. Nel diritto del mare il passaggio in transito negli stretti internazionali non può essere sospeso: chiudere Hormuz viola quelle regole. Le violazioni si propagano anche in settori apparentemente lontani dal conflitto.

Come evitare che difendere il diritto resti una consolazione per le vittime?

Sostenendo chi chiede che conti. La spinta arriva dal Sud del mondo e dai margini. Finché possiamo manifestare, dobbiamo premere sui governi perché applichino le regole senza doppi standard. I ragazzi nelle piazze mi danno coraggio.

Il Nobel per la pace a Navi Pillay, giurista sudafricana di origine indiana, già Alta commissaria ONU per i diritti umani, è un segnale in controtendenza?

Bellissimo. È una donna straordinaria, che rappresenta la giustizia penale internazionale e la lotta per i diritti umani e per chi sta ai margini. Ma oltre ai segnali bisogna andare concretamente in quella direzione.

La crisi della democrazia e quella del diritto internazionale sono collegate?

Il parallelo è fortissimo. Gli attacchi ai giudici avvengono dentro gli Stati e sul piano internazionale. Chi vuole governare facendo valere la propria forza considera il diritto un intralcio. L’Europa dovrebbe difendere i diritti fondamentali in tutte le situazioni: altrimenti perde credibilità.

Viene in mente la parola “utopia”. D’altra parte, le utopie servono a indicare strade virtuose, no?

È così anche per il diritto internazionale. E ogni passo avanti conta.

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