11 Settembre 2021
11:04

Come l’11 settembre ha cambiato la cultura pop (e ci ha resi un po’ più reazionari)

L’11 settembre ha rimodellato, fin da subito, i linguaggi e le ritualità della cultura pop occidentale, indirizzandoli in un orizzonte di marcato patriottismo ed eterna devozione nei confronti di una patria traumatizzata dal disastro di Ground Zero. Il mondo del Cinema, della tv e anche dello Sport ha dovuto affrontare i cambiamenti che quel giorno ha portato con sé.
ph Craig Allen/Getty Images
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Per comprendere quanto l'Undici settembre abbia rimodellato, fin da subito, i linguaggi e le ritualità della cultura pop occidentale, indirizzandoli in un orizzonte di marcato patriottismo ed eterna devozione nei confronti di una patria traumatizzata dal disastro di Ground Zero, può essere utile partire da un esempio: lo strano caso di God Bless the U.S.A., anche conosciuta come Proud to Be an American. La canzone – che, come avrete capito, si distingue sin dal titolo per un ostentato sciovinismo – è stata scritta dall’eccentrico cantautore folk Lee Greenwood – una specie di versione destrorsa di Bruce Springsteen – nel 1984, diventando ben presto la colonna sonora della convention repubblicana di quell’anno e della successiva rielezione di Ronald Reagan.

Come l’Undici settembre ha cambiato la cultura pop: lo strano caso di God Bless the U.S.A.

Inizialmente il brano non riscosse il successo sperato, ma la sua popolarità ha avuto fortune alterne e, anzi, nel corso degli anni, si è trasformata in una specie di termometro utile per sondare gli umori reazionari degli statunitensi. Infatti, la filastrocca nazionalista di Greenwood è tornata in auge in tre circostanze particolari, tutte accomunate dalla presenza di una presidenza repubblicana e dalla capacità di aprire uno spartiacque nella storia dei media: la prima volta nel 1991, durante la guerra del Golfo, la “prima guerra del villaggio globale”; la seconda all’indomani dell’Undici settembre, quando il brano tornò a occupare la 16esima posizione della Billboard Hot 100 e George W. Bush stava già oliando i meccanismi della sua War on terrorism, agitando gli spauracchi dell’islamofobia e della tolleranza zero nei confronti di tutti i “nemici illegali” (che, purtroppo, è esacerbata in uno stigma che ha finito per coinvolgere la totalità dei musulmani, fuori e dentro i confini nazionali); la terza, ça va sans dire, nel 2016, durante la campagna elettorale per la presidenza di Donald Trump (era la canzone con cui veniva introdotto ai comizi). Il ritorno in auge di God Bless the U.S.A. anticipò una tendenza che finì per investire la totale dei medium e dei linguaggi: la febbre patriottica (già piuttosto alta “in tempi di pace”) stava preparandosi a contagiare un’intera nazione.

Courtesy Of The Red, White And Blue

Un altro indicatore musicale della direzione che, di lì a poco, avrebbe intrapreso la cultura pop è il successo riscosso da un’altra canzone un pelino surreale, questa volta non ripescata dal passato, ma composta pochi giorni dopo l’attentato: si tratta di Courtesy of the Red, White and Blue, un motivetto islamofobico scritto da Toby Keith che si posizionò nelle posizioni apicali delle hit parade del tempo. Senza addentrarci troppo nei dettagli, basti pensare che il momento poeticamente più elevato del brano è quello in cui Keith invita il popolo americano a “infilare uno stivale nel culo” del nemico (leggasi: ogni arabo che capitasse a tiro) per ottenere vendetta e riscattare l’orgoglio patrio ferito.

Ph Mario Tama/Getty Images
Ph Mario Tama/Getty Images

Come l’Undici settembre ha cambiato la cultura pop: il wrestling

Che gli americani fossero pronti a fare fronte comune per impugnare fieramente le bandiere e cantare a squarciagola l’inno nazionale appena si presentasse l’occasione lo si poteva evincere anche dai cambiamenti che, in quegli anni, interessarono un altro bastione della cultura pop americana: la WWE, la principale promotion di pro wrestling al mondo. Per chi fosse poco avvezzo alla materia: si tratta di una disciplina a metà strada tra lo sport e lo spettacolo in cui i risultati degli incontri sono predeterminati e gli show seguono una particolare continuity, come in una vera e propria serie tv, che si dipana in diversi archi narrativi. Nel 2004, uno di questi coinvolse il wrestler statunitense di origini italiane Marc Julian Copani, chiamato a interpretare il personaggio di Muhammad Hassan, un lottatore arabo-americano.

La redenzione di Muhammad Hassan

Hassan fece il suo debutto in WWE nella puntata di Raw (lo show principale della federazione) del 13 dicembre 2004, interrompendo un promo in cui Mick Foley elogiava l'esercito americano. Durante le sue comparsate in WWE, Hassan non perdeva occasione per accattivarsi le antipatie delle arene, scagliandosi contro il pubblico e attaccando apertamente il modo in cui i media avevano stigmatizzato gli arabi-americani dopo gli attentati dell'Undici settembre. Nei mesi successivi, la sua popolarità crebbe a dismisura: riuscì a consacrarsi come uno degli heel (i cattivi) di punta della federazione, acquisendo una certa popolarità anche al di fuori del wrestling. Il successo di un personaggio come Hassan è un campione rappresentativo del sentimento prevalente dell’opinione pubblica statunitense dell’epoca; la WWE aveva deciso di puntare sull’islamofobia, e la scelta aveva pagato: la paura del diverso stava dettando i trend del mercato dell’intrattenimento.

La propaganda nazionalista di Disney Channel

Come la musica e il wrestling, dopo l’Undici settembre anche il comparto dell’intrattenimento per bambini ha mostrato un certo allineamento alla propaganda anti musulmana e alla retorica della “guerra al terrore” di Bush. Da questo punto di vista, l’esempio più impressionante è senza dubbio quello di Disney Channel e della triste campagna pubblicitaria Express Yourself, in cui alcuni volti noti dell’emittente, come Hillary Duff e Shia LaBeouf (che ai tempi erano i protagonisti di due delle serie più fortunate della House of Mouse, Lizzie McGuire e Even Steven) esternavano in brevi spezzoni i propri sentimenti nei confronti del più grande trauma nazionale della storia recente degli Stati Uniti, senza perdere occasione per sfoggiare un patriottismo posticcio e fastidioso. I video si risolvevano in un tripudio di bandiere a stelle e strisce, orgoglio patrio, nazionalismo spicciolo e proclami ai limiti del cattivo gusto. Quello più sconcertante in assoluto è un filmato in cui Shia LaBeouf (che all’epoca aveva quattordici anni) recita una poesia in rima ispirata ai fatti dell’Undici settembre, intitolata One Man, che si chiude così: "Penso che attraverso questo dolore ho imparato una lezione preziosa, che è fantastico essere un cittadino americano".

Il caso West Wing

In questo clima di ostilità e narrazioni tossiche, qualcuno ha provato a sottrarsi dalla retorica dei pregiudizi e del terrore. È il caso di Aaron Sorkin, l’ideatore di The West Wing, la serie tv cult andata in onda dal 1999 al 2006 su Nbc e incentrata sul racconto delle sottotrame più oscure e inaccessibili della politica americana (insomma, una specie di House of cards ante-litteram). Dopo l’Undici settembre, Sorkin decise di mandare in onda una puntata non canonica per stimolare una riflessione critica sugli eventi di Ground Zero e smontare tutta una serie di pregiudizi che stavano trovando ampio spazio sui giornali, nelle televisioni e nel dibattito pubblico del tempo. Accadde il 3 ottobre del 2001, quando venne mandato in onda Isaac and Ishmael, prima puntata della terza stagione della serie, girata nell’arco di appena tre settimane.

Isaac and Ishmael

Nell’episodio, in seguito a un lockdown, un gruppo di studenti viene trattenuto all’interno della Casa Bianca e ha la possibilità di instaurare un dialogo costruttivo con i protagonisti della serie per confutare tutti gli stereotipi che, in quelle settimane, venivano cuciti addosso agli arabi, come ad esempio il luogo comune (tuttora in voga) secondo cui i musulmani sarebbero tutti terroristi. Tuttavia, nonostante il mirabile tentativo di Sorkin, l’episodio fu accolto malissimo da pubblico e critica e tacciato di paternalismo. Ad esempio, in un articolo del Washington Post del 5 ottobre, il critico Tom Shales accusò Sorkin di eccessivo moralismo, scrivendo che “Anche un momento di dolore, trauma e crepacuore come questo, i liberali di Hollywood riescono ancora trovare qualche scusa per far calare l'America nei panni del colpevole”.

Raffigurare un mondo senza Torri

Come ha ricordato Adrian Horton sul Guardian, nei giorni che seguirono l’Undici settembre molte persone paragonavano le immagini di repertorio dell’impensabile distruzione di Ground Zero alle scene di un film post-apocalittico. In un certo senso, era una reazione più che normale, dato che il World Trade Center era stato distrutto sullo schermo in tre blockbuster di fine anni Novanta (Independence Day, Deep Impact e Armageddon). Dopo Ground Zero, però, si rese necessario un mutamento di paradigma: bisognava smaltire un lutto, allontanare dalla mente lo schianto degli aerei, le urla, i tuffi suicidi, i quasi tremila morti e tutte le istantanee drammatiche connesse al 9/11, cancellare il trauma dalle menti degli americani. Per questa via, il World Trade Center stesso si trasformò ben presto nell’elefante nelle stanze dei set cinematografici e televisivi di New York e, in moltissimi casi, finì per essere silenziosamente cancellato dalle scene. Ad esempio, il teaser originale del primo Spider-Man di Raimi metteva in mostra un elicottero intrappolato in una ragnatela che attraversava le Torri Gemelle, ma è stato rimosso dalla ripresa subito dopo gli attacchi. Diversi programmi televisivi ambientati nella Grande Mela, tra cui Sex and the City, I Soprano e The Late Show con David Letterman, hanno scelto di rimuovere il World Trade Center dai titoli di testa.

Dopo vent’anni, cosa resta dell’Undici Settembre?

Come ha ricordato Nathalie Batiste su Mother Jones, col proverbiale senno di poi possiamo spingerci a considerare che, all’indomani dell’Undici settembre, la cultura pop (anche grazie alla pressione esercitata da alcuni leader, in primis George W. Bush) credeva che il suo ruolo fosse quello di aiutare un’intera nazione a compattarsi nella guerra contro un nemico comune. Per fortuna, oggi Muhammad Hassan, le poesie di Shia LaBeouf e le marcette nazionaliste di Greenwood e Keith sono soltanto un ricordo sbiadito, ma quanto accaduto negli ultimi vent’anni ci ha lasciato in dote una lezione importante: quella del patriottismo è una macchina facilissima da alimentare.

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