"Era come se qualcuno avesse messo dieci scheletri in un sacco, lo avesse scosso ben bene e poi rovesciato sul ponte. Resti commisti: l'incubo di ogni antropologo". Un mix di corpi ben conservati e resti scheletrici. Mucchi di carne e ossa ammassati alla rinfusa, maleodoranti e difficilmente maneggiabili. Circa 200 minuscole ossa della mano da cui partire per poter trovare "un match". A cimentarsi nella difficile impresa è Cristina Cattaneo, medico legale, insieme al team del Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense), come racconta nel suo "Naufraghi senza volto", di Raffaello Cortina Editore. Un saggio in cui ripercorre le varie fasi del lungo lavoro di riconoscimento dei migranti morti nel Mediterraneo. La Cattaneo e il Labanof provano a ridare un'identità e una storia a chi le ha perse, un volto e un nome a tante persone scomparse lontane da casa, mentre provavano ad inseguire il sogno di un futuro migliore. Quasi mille persone morte a cento chilometri dalle coste libiche nel naufragio del 18 aprile 2015 di un peschereccio soprannominato "Barcone" dalla Cattaneo. Lo stesso che ora, abbandonata la Sicilia, è arrivato a Venezia diretto alla Biennale.

Naufraghi senza volto, il lavoro della Cattaneo che rida dignità ai morti

In "Naufraghi senza volto", pubblicato nel 2018, la Cattaneo si rivolge a tutti i lettori e non soltanto agli addetti ai lavori. Necessaria la premessa iniziale in cui si chiariscono le aree di competenza del Labanof e il modus operandi dell'istituto che fa capo all'Università degli Studi di Milano. La ragion d'essere dell'esistenza di un simile laboratorio è proprio quella di occuparsi di cadaveri e resti umani senza nome, dagli antichi romani alle vittime di mafia. In situazione critiche come i disastri di massa il loro intervento è decisivo. Eppure, con gran sorpresa dalla dott.ssa Cattaneo, prima del naufragio del 2015, "il più grande disastro di migranti nel Mediterraneo con quasi mille morti", nessuno dei suoi colleghi sembrava preoccuparsi dei migranti morti in mare. Un morto è, forse, diverso da un altro? Per la Cattaneo la risposta non poteva che essere negativa. Così cominciava l'avventura nella base Nato di Melilli dove era stato trasportato il peschereccio pieno di cadaveri. Un lavoro complesso e difficile, ma necessario. Per il team del Labanof si tratta di "umanità": bisogna trascrivere tutto scrupolosamente in una banca dati così da permettere il riconoscimento da parte dei parenti. Eseguendo le autopsie capita anche di trovare particolari inaspettati come un sacchetto di terra cucito nella maglietta di un ragazzo o una pagella scolastica scritta in arabo e in francese all'interno del giubbotto di un bambino. Dettagli che rivelano molto delle storie di questi migranti, "persone come noi", legate alla propria terra d'origine e piene di speranze verso la possibilità di un futuro diverso. Questo e tanto altro racconterà la dott.ssa Cattaneo al Salone del Libro di Torino sabato 11 alle 20;30 nella Sala Conferenze durante l'incontro dedicato a "Naufraghi senza volto".

La storia del relitto, da Melilli alla Biennale

Circa 50 tonnellate, una fiancata squarciata e l'elica collegata da una corda. Queste le condizioni del peschereccio senza nome che si inabissò nel 2015 con più di mille persone e che, ora, viene chiamato "Barca Nostra". Doveva rimanere ad Augusta a futura memoria e, invece, è stato incluso in un progetto artistico a firma Cristoph Büchel, artista svizzero residente in Islanda, lo stesso che quattro anni fa alla Biennale aveva fatto parlare di sé dopo aver trasformato una chiesa in una moschea e che suggeriva di considerare land art i prototipi per il muro di Donald Trump. Ora ritorna al centro del dibattito con questa nuova trovata, rinnovando per l'ennesima volta il destino di questo peschereccio di nazionalità eritrea. Alto 23 metri, adatto a trasportare un equipaggio inferiore alle venti persone ma sovraccaricato con più di mille disperati, il barcone si depositò a 370 metri dalla superficie, custodendo i corpi per oltre un anno, finché il governo Renzi non ne dispose il recupero. Trasportato, poi, nella base Nato di Melilli, vicino ad Augusta in Sicilia, il relitto rimase lì in attesa di un collocamento migliore. A quel punto intervenne il pool di medici legali coordinato da Cristina Cattaneo per effettuare le autopsie e occuparsi del riconoscimento dei corpi. La Dottoressa voleva che rimanesse esposto a futura memoria come "simbolo universale per la tutela della vita e della dignità". Il suo testo, infatti, nasce proprio dal bisogno di far conoscere a quante più persone possibili quell'esperienza e le sensazioni provate. La sua preoccupazione era che si mettessero in mezzo interessi politici ed economici.

"Il Barcone rappresentava cosa succedeva dietro l'angolo di quell'Europa e dei rispettivi parlamenti, che si dichiarano i più civili, democratici e liberali: adolescenti e giovani morti, stipati su imbarcazioni che nulla hanno di diverso dalle antiche navi negriere, per scappare dalla guerra, dalla persecuzione o dalla fame".

Quando "Naufraghi senza volto"vede la luce, ossia nel 2018, il destino del relitto non è ancora certo. Matteo Renzi propose di portarlo in piazza Duomo a Milano. Il comune di Milano, invece, voleva metterlo al centro di un museo a Città Studi. Vari registi si interessarono al caso. Alcuni pensarono di portarlo a Bruxelles. Poi l'idea di Büchel. Per legge un relitto, che è di proprietà dello Stato e dato in custodia alla Difesa, dovrebbe essere smaltito come rifiuto speciale, ma non sembra questo il caso. Il relitto del peschereccio libico, infatti, diventerà un’installazione artistica col nome "Barca Nostra" e sarà ospitato all’Arsenale. Ovviamente, le polemiche politiche non si sono fatte attendere.