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Uno dei primi grandi muri ad essere costruiti sulle fondamenta della follia antisemita, razzista e xenofoba fu quello del Ghetto di Varsavia, il più grande ghetto nazista definitivamente completato e chiuso il 16 novembre del 1940. Un muro all’interno di una città, come il ben più noto e successivo muro di Berlino, atto a dividere le persone, a far sì che gli ebrei vivessero isolati dal resto della popolazione “ariana”. Un muro costruito per convincere le popolazioni che esistano davvero delle barriere fra gli esseri umani, che ce ne siano alcuni più degni di essere liberi e vivi di altri. Una follia che appare antica nel tempo, come tutte le foto che la ritraggono in bianco e nero, e irripetibile ma, seppure la Shoah sia tuttora incomprensibile e inaccettabile ad un cuore che si definisca umano, oramai è un qualcosa a cui ci siamo abituati, nostro malgrado, e non desta più quel giusto orrore che invece non dovrebbe mai smettere di fare.

Ma a quanto pare il tempo è un cerchio piatto e la storia dei popoli continua a ripetersi all’infinito in situazioni diverse ma uguali, come ben dimostrano nazionalismi e sovranismi alla ribalta un po' dovunque. E nonostante il più noto fra i muri, quello di Berlino, sia stato abbattuto 30 anni fa, altri ne continuano a sorgere e dividerci, fuori e dentro di noi, in qualunque parte del mondo e nella più totale indifferenza. Come accadde nei giorni della costruzione delle mura del ghetto di Varsavia.

La costruzione del Ghetto di Varsavia

L’orrore avvenne lentamente, giorno dopo giorno, a partire dalla fine del 1939: prima deportarono un milione di ebrei a Varsavia, per tenerli tutti lì, poi pian piano li raggrupparono in un solo unico ghetto, poi gli impedirono di uscire, poi chiusero i varchi con del filo spinato, poi con dei muretti, poi con delle mura sempre più alte, prima le strade, poi i vicoli, alla fine anche porte e finestre e il ghetto si tramutò in un’enorme "trappola per topi", un cimitero a cielo aperto. Furono stipate, in uno spazio di poco più 3 chilometri quadrati, oltre 450.000 persone, le comunicazioni postali furono proibite, le linee telefoniche e tranviarie furono interrotte, le razioni alimentari furono ridotte al minimo e le terribili condizioni di vita, unite al tifo, contribuirono a decimare progressivamente la popolazione: morivano più 2.000 persone al mese, uomini, donne e bambini che soccombevano al dolore, al freddo, agli stenti, abbandonati per strada o fucilati a sangue freddo. Dal 16 novembre del 1940 nessuno era potuto più uscire fino al gennaio del 1942, quando venne decisa e pianificata la “soluzione finale della questione ebraica” e iniziarono i "trasferimenti" verso i campi di sterminio. Dentro o fuori, era uno solo il destino che li attendeva: in poco meno di 3 anni, in un buco di 3 chilometri quadrati erano morte più di 80.000 persone. E alla fine della guerra i morti del ghetto saranno più di 400.000! Mentre tutto il resto della città, della nazione, del mondo, restava intorno a guardare.

Cosa è accaduto 80 anni dopo la chiusura del Ghetto?

Perché è sempre così, non ci rendiamo neppure conto di restare a guardare, fin quando tutto è oramai accaduto e ci resta quella strana sensazione, come se il futuro fosse sempre stato alle nostre spalle. E succede così che permettiamo che Liliana Segre, un’anziana signora ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento, debba vivere sotto scorta il resto della sua vita, permettiamo che la destra in Italia, rappresentata in questi giorni dal roboante duo, SalviniMeloni, non abiuri il fascismo, anzi gli strizzi l’occhiolino. Permettiamo la presenza di partiti, partitini, gruppi e movimenti che inneggino al fascismo e al nazismo in virtù di un’ideale volto alla libertà di espressione, quando invece non dovremmo dimenticare mai che il nazismo e il fascismo sono l'antitesi stessa della libertà. Permettiamo così il rinascere di antisemitismo, nazismo e fascismo in qualunque strato della società. Permettiamo che quotidianamente sotto i nostri stessi occhi, muoiano esseri umani, abbandonati al loro unico destino, lasciati affogare in mare senza alcuna compassione. Permettiamo nuovamente l’esistenza di campi di concentramento in Libia per coloro i quali hanno la “sventura” di non affogare, e ancora una volta permettiamo di lasciarci convincere che ci siano esseri umani più degni di essere liberi e vivi di altri. E nonostante tutto, non facciamo nulla e, tutti intorno, restiamo a guardare.

Oggi ci sono 70 barriere/ghetto in tutto il mondo

Nascono nuovi muri ogni giorno, in qualunque parte del mondo: prima ne parlano, poi ne parlano sempre di più così la gente si abitua, poi li approvano, costruiscono prima un pezzettino, poi un altro e alla fine il Messico è diviso dagli Stati Uniti da un muro di tremila chilometri, e così Israele e la Palestina, Corea del Nord e Corea del Sud, Iraq e Kuwait, Ungheria e Serbia, Grecia e Turchia, Kenya e Somalia, Belfast cattolica e Belfast protestante e via dicendo, 70 barriere in tutto il mondo, di pietra e filo spinato, che sono il disegno di un divario sempre crescente fra poveri e ricchi. Ma sono anche l’esternazione incosciente delle nostre paure, convinti che con i muri si possano tenere lontane la violenza, la povertà, le guerre, certi che continuando a costruire barriere resteremo al sicuro dalle invasioni, dai diversi, dagli altri. Ma come diceva il poeta: “gli altri siamo noi.” E un giorno, neppure tanto lontano, ci ritroveremo al di qua del muro.

Il muro del Ghetto di Varsavia fu completamente raso al suolo, insieme a tutto il ghetto, dai nazisti dopo la grande rivolta del ‘43: gli ebrei furono completamente annientati, pochissimi riuscirono a salvarsi ma come qualcuno ha detto prima di me “Se salvi una vita, salvi tutto il mondo” e chi riuscì a sopravvivere lo fece proprio grazie al sacrificio di tutti i ribelli che avevano scavato dei tunnel, proprio per permettere loro la fuga durante la battaglia. E così “La grande rivolta del Ghetto di Varsavia”, “Varshever geto oyfshtand”  è una storia che si continuerà a raccontare per sempre, nonostante i muri, le barriere, nonostante il nazismo. Durante il processo di Norimberga i nazisti usavano difendersi rispondendo sempre nello stesso modo: ho eseguito gli ordini. Ma può nel 2019 questa essere una motivazione valida e legittima? Certo che no. È ora di rivoltarci, di abbattere i muri, le barriere, ma non è “distruggendo ciò che odiamo che vinceremo, ma combattendo per ciò che amiamo” perché quando l’amore è vero amore è un atto di rivolta e la rivolta è un atto d’amore. Siamo sempre a sud di qualche nord e siamo sempre nel ghetto di qualcuno.