Ci sono pochi dubbi sul fatto che "l'emergenza" immigrazione sia stata la questione per eccellenza del dibattito pubblico nel 2015. Dall'assalto alla redazione di Charlie Hebdo, all'aumento dei flussi migratori via mare, passando per la "scoperta" della rotta balcanica e arrivando fino agli attentati di Parigi, l'Europa si è trovata a dover fare i conti con un problema che negli anni precedenti era stato sostanzialmente scaricato sulle spalle dei Paesi di primo approdo, Italia, Grecia e Spagna su tutti. La pressione di decine e decine di migliaia di profughi siriani si è andata ad aggiungere ai flussi "naturali" di migranti economici provenienti dal corno d'Africa e di richiedenti asilo somali, eritrei, afghani e iracheni, determinando il collasso del fragilissimo sistema dell'accoglienza.

In Italia, seppur in presenza di una sostanziale diminuzione degli sbarchi (dovuta per lo più alla sostituzione della rotta del Mediterraneo centrale con quella balcanica), l'opinione pubblica è stata investita da un flusso senza precedenti di informazioni, che hanno trasformato il 2015 nell'anno della "scoperta della paura dei migranti". Ne ha tenuto traccia Ilvo Diamanti:

Il tema dell’immigrazione, infatti, nei primi 10 mesi del 2015 ottiene 1.452 titoli sulle prime pagine dei giornali, con incrementi, rispetto al medesimo periodo nel 2013, che variano in misura significativa, fra una testata e l’altra. Si va dal 70 – 100%, in alcuni casi (Corriere della Sera e la Repubblica), fino al 188% ( il Giornale). E la frequenza appare in relazione diretta con l’enfatizzazione dei toni e degli argomenti utilizzati.

Quanto alla televisione, nelle edizioni del prime time dei telegiornali delle 7 reti generaliste italiane (TG1, TG2, TG3, TG4, TG5, Studio Aperto e TgLa7), nel 2015, si osserva un vero e proprio record di notizie dedicate all’immigrazione: 3.437 notizie (1.996 nel I semestre e 1.441 nel II semestre). Si tratta del numero più alto in 11 anni di rilevazioni.

Un bombardamento mediatico che si è nutrito di bufale, numeri incerti, notizie non verificate, propaganda e disinformazione. Una impostazione che ha drogato il dibattito, spingendo anche attori politici progressisti o moderati a gettarsi a capofitto in una narrazione tossica, che ha finito per esasperare le contrapposizioni, fomentando un clima di tensione, diffidenza e angoscia.

Anche da tali ragionamenti nasce la necessità di non perdere di vista i fatti, monitorando i numeri reali e tenendo traccia delle caratteristiche specifiche dei flussi migratori che stanno interessando l'Italia e l'Europa in questi mesi.

Quanti sono i migranti che hanno raggiunto l'Europa negli ultimi anni

Il primo grafico che vi mostriamo è quello relativo al numero totale di migranti / profughi / richiedenti asilo (la discussione "terminologica è molto interessante e ampia, vi rimandiamo qui e qui per approfondimenti). I dati sono quelli dell'UNHCR, e per il 2015 possono essere scorporati per "rotta", nel modo che segue (rilevazioni Frontex): poco più di 153mila arrivi in Italia attraverso la “Central Mediterranean Route”, 885mila arrivi dalla “Eastern Mediterranean Route”, con 765mila persone che si sono poi messe in cammino attraverso la “Western Balkan Route”.

Il confronto con gli anni passati è particolarmente indicativo, anche per quel che concerne i morti e dispersi in mare:

 

Provenienza geografica dei migranti

Un dato molto interessante, soprattutto per quel che concerne le richieste di asilo o di protezione sussidiaria, è rappresentato dalla nazionalità di chi è arrivato in Europa. I dati riportati sono quelli dell'UNHCR per l'Europa, e del ministero dell'Interno per quel che concerne l'Italia. Dal confronto emergono le differenze sostanziali fra i flussi migratori (in Italia arriva una buona maggioranza di migranti provenienti dal Corno d’Africa), che del resto è evidenziata anche dal numero e dalla tipologia delle richieste di asilo in Italia e in Europa in generale.

Complessivamente in Europa vi sono circa 4 richiedenti asilo ogni 10mila abitanti, in Italia poco più di 2 (il Paese in cui sono giunte più richieste di asilo è l’Ungheria, dove ci sono circa 34 richiedenti asilo ogni 10mila abitanti).

 

Età e sesso dei migranti

Si discute spesso della "composizione" delle ondate migratorie, con interpretazioni più o meno strumentali e funzionali a una certa rappresentazione del fenomeno. Partire dai dati, anche in questo caso, appare quasi una precondizione per una analisi che sia minimamente obiettiva. La situazione, relativamente al totale dei migranti giunti in Europa è la seguente (in percentuale):

 

Strutture di accoglienza in Italia

Come detto sono stati 153mila i migranti sbarcati sul territorio italiano nel corso del 2015, il 9 percento in meno del 2014. Stando alla stima del ministero dell’Interno il 90% delle partenze (circa138mila) sono avvenute dalla Libia, l’8% dall’Egitto e il restante da Turchia, Grecia e Tunisia. In Sicilia sono sbarcate 104.709 persone, in Calabria 29.347, in Puglia 11.190, in Sardegna 5.451, in Campania 2.556, in Liguria 499. I porti “prescelti” (si considerano anche gli interventi di soccorso delle autorità italiane e dei mezzi “internazionali”) sono stati: Lampedusa (21.160 con 168 sbarchi), Augusta (22.391 con 146 sbarchi), Reggio Calabria (16.931 con 90 sbarchi), Pozzallo (16.811 con104 sbarchi).

Nelle strutture di accoglienza ci sono al momento poco meno di 105mila migranti, ospitati 14 centri di accoglienza (compresi Cara e Cpsa), 1859 strutture temporanee (a gestione sia “pubblica” che privata), 430 Sprar (la rete di progetti a gestionale comunale che garantisce protezione e assistenza per richiedenti asilo e rifugiati in cui sono al momento inserite circa 20mila persone).

La suddivisione su base regionale di migranti e richiedenti asilo è la seguente:

 

Le richieste di asilo o di protezione sussidiaria in Italia

Come noto, la normativa italiana consente il rilascio di 3 diverse tipologie di permesso di soggiorno:

Per asilo politico – Durata 5 anni, rinnovabile, consente accesso allo studio e al lavoro, convertibile in permesso di soggiorno per lavoro. Diritto al ricongiungimento dei familiari. Mantenimento unità nucleo familiare. Rilascio del titolo di viaggio, equiparato al passaporto, di validità quinquennale, rinnovabile. Accesso all’occupazione alle medesime condizioni del cittadino italiano. Diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino italiano in materia di assistenza sociale, sanitaria e di accesso agli alloggi pubblici.

Vale la pena di ricordare che, come spiega bene una scheda della Camera dei deputati, per la normativa italiana “l’istituto del diritto di asilo non coincide con quello del riconoscimento dello status di rifugiato, per il quale non è sufficiente che nel Paese di origine siano generalmente conculcate le libertà fondamentali, ma il singolo richiedente deve aver subito, o avere il fondato timore di poter subire, specifici atti di persecuzione”

Protezione sussidiaria – Stessi “benefici” del permesso per asilo politico, ma protezione riconosciuta al cittadino straniero che “non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno” (condanna a morte, tortura, minacce di morte).

Protezione umanitaria – Durata 2 anni, rinnovabile, consente accesso allo studio e al lavoro, convertibile in permesso di soggiorno per lavoro. Diritto al ricongiungimento dei familiari in presenza dei requisiti di alloggio e reddito previsti dal D.lgs. n. 286/1998. Mantenimento unità nucleo familiare. Diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino italiano in materia di assistenza sociale, sanitaria e di accesso agli alloggi pubblici.

I dati per il 2015 non sono ancora completi, le domande esaminate sono i due terzi del totale: il 51% delle richieste è stato rigettato, lo status di rifugiato è stato concesso nel 5% dei casi, la protezione sussidiaria è stata concessa nel 16% dei casi, mentre per un altro 23% di richiedenti la Commissione ha proposto la concessione della protezione sussidiaria.

Negli anni precedenti la situazione era invece questa:

 

Per quel che riguarda l’Italia c’è un dato particolarmente significativo, ed è quello relativo alla “composizione dei richiedenti asilo per genere ed età”. Rispetto al resto dei Paesi europei, infatti, si evidenzia una ridottissima presenza di donne (pari al 7,6% del totale) e di minori (6,8% del totale). La comparazione del biennio 2013 / 2014 è del Dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno su dati Eurostat elaborati dalla Fondazione Leone Moressa:

I costi dell’accoglienza

Della questione abbiamo scritto dettagliatamente qui e qui, cercando di sgombrare il campo dai falsi miti e dalle tante strumentalizzazioni che, nel corso degli anni, hanno drogato il dibattito pubblico sul tema.

Qui aggiungeremo solo qualche dato ulteriore, cominciando dalla spesa complessiva per il sistema dell’accoglienza nei diversi Paesi europei. Gli ultimi dati relativi alle spese per i richiedenti asilo sono quelli raccolti e diffusi dallo European Migration Network nel 2012 ed evidenziano come la spesa pro capite sia di circa 39 euro in Svezia, 24 in Germania, 21 in Italia, 14 in Francia e Regno Unito; il costo complessivo per il sistema di sostegno ai richiedenti asilo è così di 1,15 miliardi in Svezia, 860 milioni in Italia, 821 in Francia, 790 in Germania, 400 nel Regno Unito. Va detto che per l’Italia il dato appare gonfiato dalla sovrapposizione dei capitoli di spesa: al fondo per l’asilo, di 120 milioni di euro, va aggiunta la dotazione straordinaria per l’emergenza in Nord Africa.

Molto più rilevante è la proiezione di spesa “attuale”, stimata dal ministero dell’Interno sulla base degli afflussi di quest’anno. Per il 2015 si stima infatti un costo totale di 1,162 miliardi di euro, di cui circa 918 milioni servono a coprire le spese delle strutture temporanee (oltre che di Cara, Cda, Cpsa) e 242 milioni a finanziare i progetti SPRAR.

Come spiega il Viminale, è importante sottolineare che “il costo per la gestione dell’accoglienza viene in gran parte riversato sul territorio sotto forma di stipendi ad operatori, affitti e consumi e, in ogni caso, rappresenta una piccolissima percentuale, quantificabile nello 0,14%, della spesa pubblica nazionale complessiva”. Se provassimo ad analizzare come esempio le spese per gli SPRAR (utilizzando come fonte i bilanci preventivi presentati dai progetti), noteremmo come il 38% delle risorse serve a coprire i costi del personale, il 12% gli oneri per gli adeguamenti delle strutture, il 4% consulenze e il 15% in spese relative a servizi esterni: sostanzialmente solo il 30% della spesa è riferibile all’assistenza in senso stretto (e parte di questa somma finanzia anche l’acquisto di beni di consumo).