La strada per il reddito di cittadinanza potrebbe essere ben più in salita di quanto annunciato finora. A dispetto delle promesse – l’ultima ieri: “Arriverà ad aprile” – il percorso potrebbe presentarsi più tortuoso del previsto. Il Sole 24 Ore, in un’inchiesta realizzata sul reddito e sulla platea che potrebbe coinvolgere, fa emergere dubbi e criticità della misura voluta dal MoVimento 5 Stelle. Il primo punto critico riguarda la platea dei beneficiari che, stando ai vari annunci del governo, potrebbe essere più larga di quanto previsto: non i 6 milioni circa di cui parla il M5s, ma ben 9 milioni di persone. Una stima data dal Sole sulla base di alcuni dati evidenzia, in primis, il numero di persone in stato di povertà assoluta: sono 5 milioni, per 1,7 milioni di famiglie. A queste si aggiungono – sempre secondo le previsioni del governo – tutti coloro che sono in povertà relativa o potenziale, arrivando a 9 milioni di persone.

In stato di povertà assoluta si trovano, quindi, 5 milioni di persone. Che corrispondono al 6,9% delle famiglie italiane e al 32% delle famiglie di immigrati. In questa cifra rientrano 1,6 milioni di cittadini stranieri. E, anche in questo caso al di là degli annunci, non è pensabile escludere gli immigrati dal reddito di cittadinanza. Il Sole 24 Ore prende poi in considerazione il Reddito di Inclusione, la misura che oggi garantisce assistenza economica a 2,5 milioni di persone in difficoltà. Si tratta, soprattutto, di “emarginati, persone prive di relazioni minime”. Di loro si occupa spesso l’assistenza sociale e chi ha a che fare con loro sostiene che la risposta più urgente di cui hanno bisogno non è di certo il lavoro, come vorrebbe, invece, l’assioma del reddito di cittadinanza.

Alla povertà assoluta si può aggiungere quella relativa o potenziale. In questo caso si arriva quindi a 9 milioni di persone. Fanno parte di questa fascia coloro senza un lavoro di lunga durata e le fasce deboli del mercato o i disoccupati. Per cui un intervento che doveva riguardare l’8,4% della popolazione, potrebbe arrivare a coinvolgerne il 15,6%. Altro problema segnalato dal Sole 24 Ore riguarda l’ammontare dell’assegno. Se si fosse pensato ad una assistenza da 300-400 euro a testa si sarebbe potuto realmente affrontare il problema della povertà assoluta. Ma inglobando nell’azione il doppio della platea e con un assegno nettamente superiore, i 9 miliardi messi a disposizione con la legge di bilancio sono pochi.

Le esperienze all’estero dimostrano, inoltre, che solo il 25% di chi è in stato di povertà assoluta riesce a diventare occupabile. Il rischio, quindi, è che nasca una “rendita strutturale”. Inoltre, in molti territori è difficile pensare alle tre offerte di lavoro congrue, se non ci si “inventa” lavori socialmente utili da offrire al beneficiario. Anche la soglia dei 780 euro è decisamente alta rispetto agli altri Paesi, dove misure di questo genere funzionano. Solitamente il contributo è più o meno la metà del valore dei minimi contrattuali. Per esempio in Germania sono circa 400 euro, in Grecia addirittura solo 100. In Italia la soglia di povertà assoluta per i single è di 817 euro mensili nelle grandi città del Nord e di 733 euro nei piccoli comuni.

La card e il gap tecnologico

Le esperienze passate dimostrano che lo strumento da utilizzare non è un problema secondario. Non lo è stato per la social card e neanche per i voucher utilizzati in alcuni comuni. Il governo si è affidato a Diego Piacentini, il commissario uscente per l’Agenda digitale che sta mettendo a punto una apposita app. Ma rimangono due problemi: da una parte quello tecnologico (siamo sicuri che i potenziali beneficiari abbiano un telefonino e lo sappiano usare?), dall’altro quello dei finti poveri. La Guardia di finanza ha dimostrato che ogni dieci controlli, emergono sei finti poveri in Italia.

I controlli e i centri per l’impiego

Viene quindi a crearsi anche un problema relativo ai controlli. Per verificare ciò che viene fatto con questa card è necessaria una interazione tra Inps, centri per l’impiego, sistema bancario coinvolto, Agenzia delle Entrate e Guardia di finanza. Inoltre, un altro dei punti più critici riguarda i centri per l’impiego. Non c’è personale sufficiente, i centri non sono interconnessi tra loro e sono pochi rispetto agli altri Paesi dove l’assegno è legato all'occupabilità: basti pensare che in Germania sono 110mila, in Italia 8mila. Non solo, non hanno neanche ben presente il quadro della situazione riguardante altri ammortizzatori sociali, come la Naspi, che andrebbe detratta dall’importo dell’assegno. E, infine, secondo il Sole un altro problema dei centri per l’impiego è che non sono in grado di garantire una formazione adeguata ai futuri lavoratori.