Alcuni sono già impegnati nelle operazioni di soccorso, altri sono ancora in partenza. I vigili del fuoco italiani hanno risposto alla chiamata per dare una mano in Albania, colpita lo scorso martedì 26 novembre da un terremoto di magnitudo 6.4 che ha provocato finora 39 morti accertati, tra cui quattro bambini e la fidanzata del figlio del premier, Edi Rama, e centinaia di feriti. Alcuni di loro, dalla 46esima Brigata area, erano appena rientrati da Savona, dove è crollato il viadotto sull'Autostrada che porta a Torino, e sono ripartiti alla volta di Durazzo da Pisa.

Luca Cari, addetto stampa del team, ha spiegato al quotidiano La Nazione, che i suoi colleghi stanno lavorando in un punto particolare della città, dove si trovava un’abitazione crollata: al momento risultano ancora disperse, sotto le macerie, sei persone, tra cui tre minori. "Un’operazione lunga e delicata. Speriamo di riuscire". I pompieri si aiutano anche con la tecnologia, in particolare, con i droni che sorvolano l’area coinvolta e la strumentazione Search Cam.

Ma i vigili del fuoco in partenza da Pisa non sono gli unici a operare nel paese balcanico. Il loro contributo è stato determinante anche perché molto più ferrati dei colleghi albanesi per quanto riguarda i soccorsi post terremoto. "Con l’esperienza che abbiamo maturato – hanno detto a Repubblica gli uomini della squadra Usar medium, la stessa che ha operato a Rigopiano e ad Amatrice – sappiamo che non è opportuno entrare con sistemi così pesanti. Noi preferiamo lavorare con sistemi leggeri e di precisione, identifica". Il team italiano è infatti composto da 65 unità specializzate Usar (Urban Search and Rescue), 44 dalla Toscana e 21 dal Lazio, per la ricerca e il soccorso tra le macerie, sezioni operative da Puglia Campania, integrate con personale medico dell’Areu della Regione Lombardia, insieme a ingegneri e tecnici del Corpo nazionale esperti nella valutazione di strutture lesionate e analisi del danno a seguito del sisma. Grazie alla tecnologia utilizzata sono riusciti a tranquillizzare anche le famiglie dei dispersi. "Abbiamo trovato persone vive anche dopo sei giorni", hanno raccontato, spiegando che non bisogna mai perdere la speranza. "Per noi è fondamentale raccogliere le testimonianza – spiegano – di chi può sapere dove potremmo trovare le vittime. A quel punto lavoriamo in modo mirato, anche se questo non vuol dire che sia più semplice: qui, per esempio, sappiamo che erano al secondo piano e abbiamo ricevuto indicazioni della zona in cui potrebbero trovarsi, ma scavare è comunque un lavoro difficile".