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Strage di Bologna, ergastolo definitivo per Bellini: fu tra gli esecutori dell’attentato del 1980

La Cassazione ha confermato l’ergastolo per Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, coinvolto nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Riconosciuto come esecutore insieme ai Nar, fu identificato anche grazie a un video e alla testimonianza dell’ex moglie.
A cura di Biagio Chiariello
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Quarantacinque anni dopo la strage alla stazione di Bologna, una delle pagine più buie della storia italiana trova una nuova e importante conferma giudiziaria. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna all’ergastolo per Paolo Bellini, 72 anni, ex militante di Avanguardia Nazionale, riconosciuto colpevole di aver partecipato all’attentato che il 2 agosto 1980 uccise 85 persone e ne ferì oltre 200.

La decisione è arrivata al termine di una lunga e articolata udienza, che ha visto contrapporsi accusa, difese e parti civili fino a tarda sera. I giudici della sesta sezione penale hanno confermato anche la condanna a sei anni per depistaggio all’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel e quella a quattro anni per Domenico Catracchia, amministratore di alcuni immobili in via Gradoli a Roma, per aver fornito false informazioni al pubblico ministero.

Il ruolo di Bellini – processato molti anni dopo rispetto agli altri esecutori materiali Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini – è stato ritenuto decisivo: avrebbe trasportato parte dell’esplosivo o comunque fornito supporto logistico e materiale al gruppo di fuoco. Una ricostruzione avvalorata da una serie di elementi raccolti dalla Procura generale di Bologna, che riaprì le indagini in un momento in cui sembravano ormai archiviate.

Uno dei momenti chiave del processo è stato il ritrovamento, a distanza di decenni, di un video amatoriale girato pochi minuti dopo l’esplosione: in quel filmato, riemerso dagli archivi della Procura grazie agli avvocati delle parti civili, appare un uomo con i baffi, riconosciuto come Bellini dagli esperti e, soprattutto, dalla sua ex moglie.

Una testimonianza pesante: intercettata in una conversazione privata e poi ascoltata in aula, la donna ha ammesso di averlo riconosciuto e di aver mentito in passato per proteggerlo. Dalle sue parole è emersa anche la verità su un alibi costruito ad arte: Bellini avrebbe portato con sé la nipotina di otto anni proprio per far credere di essere partito da Reggio Emilia verso Rimini la mattina dell’attentato. In realtà, secondo i giudici, a quell’ora si trovava a Bologna.

Dietro la strage non ci fu un gesto isolato, ma un piano eversivo. La sentenza individua come ispiratori e finanziatori della strage i vertici della loggia P2: Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi, tutti ormai deceduti, insieme a figure come Federico Umberto D’Amato. Un progetto criminale, parte integrante della strategia della tensione, che mirava a destabilizzare lo Stato democratico.

Il verdetto di ieri arriva pochi mesi dopo un’altra sentenza storica: a gennaio, la Cassazione aveva confermato l’ergastolo per Gilberto Cavallini, ex Nar e quarto uomo della strage. Secondo il procuratore generale Antonio Balsamo, questi processi rappresentano “una pietra miliare per il diritto alla verità”, non solo per le vittime ma per l’intero Paese. Un principio sostenuto anche dalle istituzioni internazionali, come la Corte europea dei diritti dell’uomo e le Nazioni Unite.

Il riconoscimento giudiziario di ieri è stato salutato con emozione dai familiari delle vittime e dai loro rappresentanti legali. L’avvocato Andrea Speranzoni, che rappresenta l’associazione dei familiari, ha parlato di “un punto di arrivo fondamentale” nella lunga battaglia per la giustizia: “Ora sappiamo chi ha finanziato, organizzato e coperto l’attentato. La verità giudiziaria è completa”.

Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha voluto ricordare il ruolo cruciale della città: “Grazie ai bolognesi che non si sono mai arresi, oggi possiamo affermare con certezza storica cosa accadde il 2 agosto 1980. È un atto di giustizia che segna la nostra identità nazionale. La politica ora ha il dovere di inchinarsi davanti alle vittime e riconoscere pienamente quanto è emerso da questi processi”.

In una nazione ancora segnata dalle ferite della strategia della tensione, il processo a Paolo Bellini non è solo la chiusura di un capitolo doloroso, ma anche un monito e un segnale: la verità, anche se in ritardo, può arrivare. E con essa, una giustizia che diventa memoria collettiva.

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