
Sarah e Alisya sono state ritrovate. Stanno bene, fisicamente almeno. Queste sono le notizie che tutti aspettavamo da circa quindici giorni, da quando cioè le ragazzine si erano allontanate dalla comunità che le ospitava, attraverso una fuga che sembrava a tutti gli effetti estremamente organizzata. Per poi sparire nel nulla. Erano a casa di una lontana zia, dove, da quello che emerge, le avrebbe portate il nonno materno e dove sarebbero rimaste per tutti questi giorni.
Fermati per concorso in sequestro di persona, la mamma, il suo compagno e il nonno materno.
Ad intervenire, per riportarle in comunità, un vero e proprio blitz delle forze dell’ordine. Trenta i carabinieri intervenuti.
“Quando le abbiamo trovate le due sorelle non hanno fatto i salti di gioia, si sono chiuse nella stanza dove avevano vissuto fino ad allora”, ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo. Le ragazzine avrebbero da subito dichiarato di voler stare con la loro mamma. Quindi sono state riportate in una struttura.
Una vicenda, quella di Sarah e Alisya e della loro famiglia, sicuramente molto complessa, che parte da molto, troppo lontano. Le minori sarebbero state allontanate dai loro genitori sette anni fa e inserite in una comunità. Dapprima in realtà sarebbero state separate e collocate in due strutture differenti per poi essere ricongiunte, circa un paio di anni fa, presso la struttura da cui sono scappate.
Collocate in struttura per sette anni. Da quando avevano cioè rispettivamente cinque e nove anni. Sette anni.
Una vicenda, che al di là degli aspetti specifici e del reato commesso dalla mamma, impone indubbiamente una riflessione importante sul sistema di protezione e tutela dei minori nel nostro Paese. Un sistema che dovrebbe avere al centro, il superiore interesse del minore, il suo benessere, la sua protezione e se vogliamo, la sua felicità.
Sono principi questi che possono essere perseguiti rinchiudendo in una struttura due bambine per sette anni della loro vita? È davvero questo ciò che le tutela?
Un collocamento il loro, che sarebbe stato disposto, da quello che abbiamo appreso, a fronte della situazione conflittuale tra i due genitori e del rifiuto delle ragazze di essere collocate presso il padre. Rifiuto che ancora permane.
È lecito domandarsi, a mio avviso, laddove la normativa internazionale e nazionale, pone al centro il diritto del minore a essere ascoltato nell’ambito di tutti i procedimenti che lo riguardano, perché la volontà di Sarah e Alisya non sia mai stata accolta. E se un minore a 16 anni può essere imputato o scegliere di interrompere gli studi e andare a lavorare, perché non può scegliere con quale genitore vivere?
L’inserimento in una struttura, che dovrebbe essere sempre l’estrema ratio, per di più per un periodo così protratto nel tempo, era davvero l’unica strada perseguibile nell’unico interesse di queste minori? Perché l’impressione che si ha, osservando da fuori il caso e lo premetto, in assenza quindi di elementi fondamentali, è che, come purtroppo spesso avviene, queste ragazzine, il loro benessere, siano stati persi di vista, anteponendo gli interessi degli adulti.
E ancora mi chiedo. È giusto e sano imporre una relazione? Per me la risposta è no. Credo fermamente che le relazioni non possano mai essere imposte ma debbano essere costruite.
E dovrebbero essere gli adulti a farlo.
Dovrebbero essere i grandi a porsi nella condizione di fare un lavoro su se stessi, di fare anche un passo indietro se necessario, per costruire un legame e un rapporto significativo con i loro figli.
La bigenitorialità è un diritto dei minori, non può e non dovrebbe mai diventare una pretesa degli adulti. Pretesa che viene esercitata, molto spesso, sulle spalle dei bambini.