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Quando ti uccidono ma è anche colpa tua: il caso di Luigia Fortunato mostra chiaramente cos’è la rivittimizzazione

Luigia Fortunato è stata uccisa dal suo ex, padre del loro bambino. Questo dovrebbe essere detto o scritto, per descrivere quanto successo e definirne gravità e responsabilità, non servirebbe altro. Ma leggendo i commenti che compaiono sotto i vari articoli, ci si rende immediatamente conto che per molti non è così.
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Luigia Fortunato è stata uccisa dal suo ex compagno, padre del loro bambino, al culmine di un’aggressione. Un bambino di otto anni che oggi è orfano di madre, per colpa di suo padre.

Questo dovrebbe essere detto o scritto, per descrivere quanto successo qualche giorno fa e per definirne la gravità e le responsabilità.

Non servirebbe altro.

Ma leggendo i commenti che compaiono sotto i vari articoli che hanno trattato la vicenda, ci si rende immediatamente conto che per molti non è così.

Chiariamo. Siamo tutti d’accordo che Luigina sia stata uccisa, ma la responsabilità di quanto successo viene quasi sempre distribuita tra chi ha ucciso e chi quell’aggressione l’ha subita.

Paradossale? Purtroppo no.

Si leggono infatti commenti del tipo “Brava, fare un figlio con un nordafricano significa cercarsele” o anche “Perché li sposano?” e ancora “Ancora povere ragazze che si innamorano di islamici, non le capirò mai”.

Cosa se ne deduce? Che se Luigina è stata uccisa è un po' anche per colpa sua, perché si è innamorata dell’uomo sbagliato (straniero per altro).

Un’interpretazione purtroppo troppo spesso condivisa in casi di femminicidio e di violenza maschile contro le donne, che se da un lato produce effetti rivittimizzanti, dall’altro descrive perfettamente il contesto culturale e sociale in cui tale violenza affonda le sue radici e si alimenta.

Spesso la rivittimizzazione viene agita (a volte anche in maniera inconsapevole) proprio a causa di questo e delle idee fortemente stereotipate che abbiamo in riferimento al fenomeno.

Se infatti si pensa che solo “certe donne” possano finire in una relazione maltrattante e che solo “certi uomini” possano commettere abusi contro le loro partner o ex, inevitabilmente si tende a responsabilizzare entrambi.

Le statistiche e la letteratura internazionale da decenni però ci dicono altro.

La violenza maschile contro le donne è un fenomeno estremamente diffuso nel nostro Paese e nella maggior parte dei casi rimane sommerso (la violenza non viene denunciata). Non esiste un prototipo di “donna vittima”, ognuna di noi può finire in una relazione di questo tipo (una donna su tre, dicono i dati. Guardatevi intorno).

Non esiste un “maltrattante tipo” e soprattutto la maggior parte degli abusanti non ha precedenti, non ha problemi di abuso o uso di sostanze, non soffre di problemi mentali ed è italiano (anche quando le vittime sono straniere).

Quando, all’interno di una relazione, viene agita la violenza (in qualsiasi forma essa venga perpetrata) si crea un disequilibrio di potere tra i partner, questo vuol dire che la relazione diventa asimmetrica, perché un partner agisce la violenza e l’altra la subisce. Per questo motivo la responsabilità della violenza non può e non dovrebbe essere mai attribuita anche alla vittima ma solo a chi quella violenza sceglie di agirla.

Non c’è nulla che una donna possa o non possa fare per evitare la violenza. Se non decidere di allontanarsi da quella relazione, se le è possibile o se le viene reso possibile, ma a volte nemmeno questo serve per salvarsi, le cronache ce lo ricordano quasi tutti i giorni.

Se da un lato, utilizzare concetti stereotipati ci aiuta a sentirci in qualche modo protetti, ad allontanare il fenomeno da noi, come se ci ripetessimo che a noi una cosa del genere non potrà mai accadere, questo modo di pensare riflette uno schema rigido e resistente a un necessario cambiamento culturale. Un cambiamento nel nostro modo di intendere le relazioni, di intendere l’essere donna e l’essere uomo all’interno di una relazione.

Ogni nuovo femminicidio ci dimostra infatti che gli interventi normativi posti in essere negli ultimi anni non sono sufficienti. Rappresentano strumenti importanti, ma che possono essere utilizzati solo quando il fatto è già avvenuto.

È necessario invece investire e intervenire in campagne di prevenzione che promuovano l’educazione all’affettività, sin dalle scuole dell’infanzia. Educare i piccoli al rispetto dell’altro/a, al rispetto delle emozioni e delle volontà dell’altro/a, all’accettazione dei no e alla tolleranza alla frustrazione che ne consegue è l’unica strada perseguibile per sperare in un reale cambiamento. Educare i più piccoli, partendo da noi.

Se nel nostro Paese ogni anno, circa cento donne vengono uccise dai loro partner o ex (e non il contrario) significa che la violenza maschile contro delle donne è un problema maschile molto diffuso. È un problema di cui gli uomini dovrebbero farsi carico, sentendolo loro. Sia gli uomini che la violenza la agiscono, sia quelli che non lo fanno, ma che sono chiamati a prenderne formalmente le distanze, a promuovere responsabilmente il cambiamento di cui tanto abbiamo bisogno.

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Sono Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Criminologa Forense. Esperta di Psicologia Giuridica, Investigativa e Criminale. Esperta in violenza di genere, valutazione del rischio di recidiva e di escalation dei comportamenti maltrattanti e persecutori e di strutturazione di piani di protezione. Formatrice a livello nazionale.
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