La scomparsa di Denise Pipitone: dai conflitti familiari agli errori delle indagini, la ricostruzione del caso

Mazara del Vallo, primo settembre 2004. Una bambina di quasi 4 anni sta giocando davanti casa della nonna, tra le palazzine di un quartiere residenziale. Rincorre il cuginetto appena dietro l’angolo, dove c’è la casa della zia. Poi lui rientra per il pranzo, e lei resta fuori: lontana dallo sguardo della nonna, soltanto per pochi minuti.
Quando qualcuno torna a cercarla, Denise Pipitone non c’è più. Non ci sono urla. Non ci sono testimoni oculari. Non ci sono tracce evidenti di pneumatici. Eppure, in quello spazio ristretto, in pieno giorno, una bambina sparisce nel nulla.
Piera Maggio lo sostiene da subito: sua figlia non si sarebbe mai allontanata da sola. Era troppo piccola, aveva paura delle auto, dei rumori forti, delle grida dei venditori ambulanti. Per lei, Denise è stata portata via. Ma da chi? E perché? Sono domande a cui, dopo oltre vent’anni, la giustizia italiana non ha mai dato una risposta definitiva.
Il "segreto" di Piera Maggio
Dopo la scomparsa di Denise, Piera Maggio dà agli investigatori un’indicazione precisa: indagare sui familiari. Perché Denise porta il cognome Pipitone, quello del marito di Piera, Antonino Pipitone, detto Toni. Ma il suo padre biologico è un altro uomo: Pietro Pulizzi.
Denise era nata proprio dalla relazione tra Piera e Pietro, che avevano iniziato una relazione extraconiugale in un momento in cui il matrimonio di entrambi con i rispettivi coniugi era in crisi. Pietro era sposato con un’altra donna, Anna Corona e aveva anche due figlie. Nonostante questa situazione ingarbugliata, Piera e Pietro avevano voluto fortemente questa bambina.
Sappiamo che la moglie di Pietro – Anna – e la figlia maggiore – Jessica – sapevano dell’esistenza di questa bambina avuta con Piera. Secondo quanto emergerà da testimonianze e atti processuali, Piera racconterà che sia Anna che Jessica nutrivano un astio profondo nei suoi confronti. E Denise, senza averne alcuna colpa, poteva essere vista da loro come il segno più concreto di quella frattura familiare. C’erano stati dei precedenti: Jessica avrebbe intimato a Piera di stare lontana da suo padre e, pochi mesi prima della scomparsa di Denise, aveva bucato le gomme della sua macchina. Un gesto che Jessica stessa ammetterà in tribunale, spiegando di aver provato gelosia perché, secondo lei, “il padre comprava vestiti all’amante e non a sua figlia”. Chiariamoci: questi elementi, da soli, non provano nulla. Ma spiegano perché Piera, subito dopo la scomparsa di Denise pensa a una vendetta familiare.
La perquisizione sbagliata
Le ricerche partono subito: si controllano strade, cortili e zone vicine. Ma mentre tutti cercano Denise, in quelle prime, vitali 48 ore, le indagini si muovono nel caos. Non è una critica, ma l'ammissione a posteriori di chi quell'inchiesta l'ha ereditata. L'ex Procuratore Capo di Marsala, Alberto Di Pisa, che assumerà la direzione del caso e dei processi nel 2008, ha parlato pubblicamente di indagini iniziali “confuse e imprecise”. A cercare Denise c’erano contemporaneamente polizia, carabinieri, guardia di finanza e polizia municipale. Tanti organi diversi che si muovevano sul territorio senza un vero coordinamento centrale.
E in questi momenti concitati succede l'impensabile. Gli errori contestati sono così gravi che, nel maggio del 2021, un gruppo di deputati ha chiesto l'istituzione di una Commissione Parlamentare d'inchiesta. Ed è proprio leggendo il testo ufficiale di quella proposta, il Documento 55 della Camera dei Deputati, che scopriamo i dettagli di uno degli episodi più controversi: Denise è sparita da poco e i carabinieri vanno a perquisire l'abitazione della sospettata numero uno, Anna Corona. Lei li accoglie. Ma invece di farli entrare in casa sua, li conduce all'appartamento di una sua vicina, al piano terra. I militari, quindi, ispezionano la casa sbagliata. Proprio così, nelle prime ore nessuno cerca nella vera abitazione della Corona. Nel frattempo, si attiva una vera e propria "macchina del fango" per depistare le indagini. Arrivano lettere anonime e soffiate false su Piera Maggio. Sempre l'ex procuratore Di Pisa rivelerà in tv che, in base a presunte informative della Polizia, la madre di Denise veniva descritta come un soggetto che "spacciava droga". Un'accusa gravissima, infondata, che però fin dai primi giorni instilla nell’opinione pubblica e negli inquirenti un pregiudizio che fa disperdere energie preziose, per mesi e mesi, dietro piste che si riveleranno un buco nell’acqua.
Le intercettazioni
Mentre passano i giorni, le forze dell’ordine ricorrono a uno strumento spesso decisivo nei casi di cronaca: le intercettazioni. Ma nel caso di Denise Pipitone anche le intercettazioni diventano un problema.
Secondo gli atti parlamentari, diverse cimici vengono posizionate male. Alcune vengono scoperte dai sospettati poco dopo l’installazione. Altre vengono collocate in punti che le rendono quasi inutilizzabili, per esempio vicino a vecchi condizionatori rumorosi, il cui frastuono copre le voci. Eppure qualcosa viene registrato. È l’11 settembre 2004, dieci giorni dopo la scomparsa. Nel commissariato di Mazara del Vallo ci sono Jessica Pulizzi, sua madre Anna Corona e Gaspare Ghaleb, l’ex fidanzato di Jessica. Una microspia registra alcuni frammenti di conversazione.
Secondo la trascrizione del perito fonico dell’accusa, Fulvio Schimmenti, Jessica direbbe a Gaspare Ghaleb: “Nun ci lu ricu dunni la misi”. Cioè: “Non glielo dico dove l’ho messa”. Poi, rivolgendosi alla madre, sussurrerebbe: “Ma ’a picciridda asciddrico”. Tradotta: “Ma la bambina è scivolata”. Sono frasi pesantissime. Ma nel processo diventano controverse. Un altro consulente, Roberto Genovese, nominato dal Tribunale, non le trascrive nello stesso modo. Al posto dei passaggi indicati dall’accusa, riporta la dicitura “incomprensibile”.
Il punto, quindi, è tecnico ma decisivo: che cosa si sente davvero in quei nastri? C’è poi un’altra intercettazione molto nota. Secondo una trascrizione discussa nel processo, Jessica avrebbe detto: “Quando ero con Alice presi e gliela portai a casa”. Per l’accusa, questo passaggio confermerebbe la loro ricostruzione: Jessica avrebbe portato la bambina a casa del padre naturale, Pietro Pulizzi, con l'intento di avere da lui la conferma definitiva che Denise fosse effettivamente sua figlia. Non trovandolo, l’avrebbe poi consegnata ad altre persone, mai identificate con certezza. Ma resta un'ipotesi dell'accusa: la frase “gliela portai a casa” non chiarisce chi o cosa Jessica abbia portato a casa. Non ricostruisce il percorso. Non identifica eventuali complici. Non spiega dove Denise sia stata portata dopo.
La terza intercettazione arriva circa un mese dopo la scomparsa. È l’11 ottobre 2004. Una microspia registra un dialogo tra Jessica e la sorella minore Alice, che all’epoca ha 11 anni. Jessica avrebbe detto, in dialetto: “Quando eravamo in casa, la mamma ha ucciso Denise”. Alice avrebbe ripetuto la frase in forma di domanda, al che Jessica avrebbe aggiunto: “Tu di queste cose non devi parlare”. Anche questo audio viene contestato. La difesa sostiene che quelle parole non siano chiare. E in un processo non basta che una frase sembri dire qualcosa: bisogna dimostrare che dica proprio quello, e che trovi riscontro in altri elementi. Nel caso Denise, questo step non avviene. Ed è anche per questo che la pista contro Jessica Pulizzi non reggerà. Le intercettazioni alimentano i sospetti, ma non dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio che sia stata lei a rapire Denise.
Dal labirinto giudiziario alle false speranze
Se le indagini sulla scomparsa di Denise Pipitone sono state complesse, il percorso giudiziario non è stato da meno. Per anni, la domanda è rimasta la stessa: gli indizi raccolti contro Jessica Pulizzi bastano per dimostrare il suo coinvolgimento? La risposta dei tribunali, alla fine, sarà no. Ma prima di arrivare all’assoluzione definitiva, bisogna passare da un punto centrale dell’indagine: gli alibi. Dov’erano e cosa facevano Jessica Pulizzi e Anna Corona la mattina del 1º settembre 2004? Nel caso di Jessica, emergono dichiarazioni considerate contraddittorie. All’inizio avrebbe detto di non essere uscita di casa. In seguito aggiunge diversi spostamenti: il tagliando dello scooter, l’acquisto di due giacche, il passaggio a scuola e poi al mercatino. Alcuni passaggi trovano riscontri, altri restano più incerti, soprattutto sugli orari. Parallelamente viene analizzata anche la posizione di Anna Corona. La donna lavorava in un albergo, nel reparto lavanderia. Secondo le ricostruzioni, proprio nella fascia oraria in cui Denise scompare, si sarebbe allontanata dal posto di lavoro, prima di quanto dichiarato. Una collega racconterà poi di aver firmato al posto suo nel registro delle presenze. Insomma, pur non essendo indagata per il sequestro, emergono dubbi sul registro delle presenze e sui suoi movimenti.
Sulla base di tutti questi elementi -movente, tensioni familiari, alibi, intercettazioni- il 18 gennaio 2010, a quasi sei anni dalla scomparsa di Denise, Jessica Pulizzi viene rinviata a giudizio con l’accusa di concorso in sequestro di minorenne. Nello stesso procedimento finisce anche Gaspare Ghaleb, il suo ex fidanzato, accusato però di false dichiarazioni al pubblico ministero. Il processo comincia il 16 marzo 2010 davanti al Tribunale di Marsala. L’accusa chiede 15 anni di carcere per Jessica. Ebbene, 3 anni dopo, il 27 giugno 2013, Jessica viene assolta per insufficienza di prove. Ma la vicenda giudiziaria non si chiude lì. Mentre per Gaspare Ghaleb, il reato viene dichiarato prescritto, il 2 ottobre 2015, la Corte d’Appello di Palermo conferma l’assoluzione di Jessica. Conferma ribadita, in via definitiva, anche dalla Corte di Cassazione, il 19 aprile 2017. Nelle motivazioni, la Cassazione riconosce l’esistenza di un movente legato a gelosia e rancore familiare, ma allo stesso tempo chiarisce che contro Jessica ci sarebbero solo indizi, non prove certe. Negli anni successivi ci sono state nuove verifiche. Nel 2021 la Procura di Marsala ha riaperto l’inchiesta, iscrivendo nel registro degli indagati quattro persone, tra cui per la prima volta Anna Corona, ma anche questa fase si è chiusa poi in un nulla di fatto. Tutt’oggi non c’è una verità processuale che spieghi cosa sia successo il 1º settembre 2004.
Eppure, in mezzo a questo vuoto giudiziario, Piera Maggio non si è arresa, e ci ha sempre messo la faccia. Non solo ha dovuto affrontare i sospetti e le accuse infondate nei suoi confronti, ma in oltre 20 anni ha inseguito decine di segnalazioni, trovandosi a fare i conti, ogni volta, col dolore delle false speranze. Tra gli avvistamenti più noti c’è sicuramente quello di Milano, avvenuto poche settimane dopo la scomparsa di Denise. Siamo in zona Barona-Giambellino, una guardia giurata, Felice Grieco, si trova davanti a un istituto bancario quando nota una bambina insieme a un gruppo di rom: ha il cappuccio in testa e somiglia tantissimo a Denise. Grieco riesce a trattenerli per alcuni istanti, il tempo di registrare un video con il suo cellulare. E le immagini parlano: la piccola ha un segno sulla guancia sotto l'occhio, che sembra combaciare con un graffietto che Denise si era procurata poco prima di sparire. Nel filmato, una delle donne la chiama “Danas”, e subito dopo si sente la voce della bimba che dice: “Dove mi porti?”. Lo chiede in italiano, ma le perizie rileveranno un leggero accento dialettale compatibile con il siciliano. Purtroppo, quando la guardia giurata chiama le forze dell'ordine, proprio in quelle stesse ore, a Milano, c'è stata una violenta sparatoria. Le volanti della polizia sono tutte impegnate in quell'emergenza, e quando finalmente una pattuglia arriva davanti alla banca, sono passati 30 minuti: il gruppo si è già dileguato.
Un altro episodio che riaccende la speranza avviene nel 2021. Forse lo ricorderete, una ragazza russa, Olesya Rostova, racconta alla televisione russa di essere stata rapita da bambina e cerca la propria famiglia biologica. Con Piera Maggio c’è una certa somiglianza e così partono le verifiche, ma purtroppo il gruppo sanguigno non è lo stesso di Denise.
E oggi, nel 2026, si parla ancora di questo caso. Negli ultimi mesi sono tornate a circolare ipotesi su presunti elementi mai chiariti dell’indagine. L’ex pm Maria Angioni -la prima a essersi occupata della scomparsa di Denise- ha parlato pubblicamente di una possibile traccia di sangue che, secondo lei, non sarebbe mai stata sviluppata fino in fondo. Tony Pipitone, padre legale di Denise, ha chiesto nuove verifiche e ha parlato della necessità di continuare a cercare la verità. In questo clima è intervenuto anche Kevin Pipitone, il fratello maggiore di Denise, rimasto per anni lontano dai riflettori. Con un post sui social, Kevin ha scelto di rompere il silenzio per difendere sua madre Piera Maggio e prendere le distanze da quello che ha definito un racconto irrispettoso verso la sua famiglia.
Non sono arrivate nuove svolte. Non c’è una condanna per rapimento. Non c’è mai stata una confessione. Non c’è neanche corpo su cui piangere. C’è però una ricerca che non si è mai fermata; e un punto fermo che la mamma di Denise ripete come un mantra da sempre: “Fino a prova contraria Denise è viva e va cercata”.
Ha collaborato Mara D'Alessandro