Sono dodici i capi ultrà della Juve arrestati con le accuse di spaccio e detenzione illecita di sostanze stupefacenti, corruzione, falso ideologico e associazione a delinquere nell'ambito dell'operazione ‘Last banner' della Digos di Torino. In manette sono finiti Geraldo Mocciola di 56 anni, Salvatore Cava di 51 anni, Sergio Genre di 43 anni, e Luca Pavarino di 51 anni, tutti del gruppo Drughi. Facenti parte di "Tradizione – Antichi valori" sono Umberto Toia di 54 anni, Massimo Toia di 54 anni e Corrado Vitale di 45 anni. Dei Viking indagati Fabio Trinchero di 48 anni e Roberto Drago di 47. Indagati anche Cristian Fasoli di 42 anni appartenente al gruppo "Nucleo 1985" e Giuseppe Franzo, 55enne leader del gruppo "Quelli di via Filadelfia".

Dino Mocciola e gli altri: chi sono gli ultras della Juventus arrestati

Il nome più noto è sicuramente quello di Mocciola, capo assoluto dei Drughi e già finito in carcere all’inizio degli anni Novanta per l’omicidio di un carabiniere durante, oltre che considerato uno dei responsabili delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in curva. Proprio con Mocciola, secondo quanto emerso dall'inchiesta della trasmissione Rai “Report”, avrebbe avuto pesanti divergenze poco prima di morire Raffaello Bucci, ultras bianconero che perse la vita precipitando da un viadotto della Torino-Savona nell'estate del 2016, dopo la sua deposizione nelle indagini su una associazione ‘ndranghetista che arrivava fino a Torino. Secondo le testimonianze raccolte dal giornalista Federico Ruffo, che ha seguito l'inchiesta, Bucci aveva riferito ad amici di essere preoccupato per un'eventuale ritorsione di Mocciola dopo i loro attriti e dopo le rivelazioni da lui stesso fatte ai pm nell'ambito dell'inchiesta “Alto Piemonte” relativamente ai rapporti tra la curva bianconera e la criminalità organizzata. Pochi giorni prima di morire l'ultras bianconero avrebbe anche subìto un pestaggio da parte di ignoti.

Le accuse nei confronti degli ultrà della Juventus

"Quella dei Drughi era un'organizzazione di tipo militare: le persone, anche più fidate, venivano allontanate se non rispondevano alle indicazioni del capo indiscusso Dino Mocciola. Queste sono persone che fanno della violenza uno stile di vita. Il tifo è un pretesto. Nemmeno la presenza dei bambini li fermava", ha detto il procuratore aggiunto Patrizia Caputo che, assieme al magistrato Chiara Maina, ha coordinato l'inchiesta sui gruppi ultrà bianconeri. Secondo gli inquirenti nei confronti della Juventus sarebbe stata orchestrata "una precisa strategia estorsiva" per cercare di ripristinare la situazione precedente alla fine della stagione 2017-2018, il momento in cui il club di Andrea Agnelli ha deciso di chiudere i rapporti con gli ultrà, bloccando tanti privilegi (biglietti in primis) concessi loro. E così sarebbero iniziate le ritorsioni degli pseudotifosi, tra cui anche l’invenzione delle false contestazioni (come quella a Bonucci) per far multare la società