Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una giovane lettrice:

"Come sta la generazione Z? Credo che quando racconteremo ai posteri cosa abbiamo provato durante questo periodo, nessuno ci crederà. Probabilmente perché sembra un qualcosa di così irreale, paradossale, che anche noi adesso facciamo fatica a credere che sia la realtà. Non è necessario spiegare tutte le conseguenze di carattere economico, sanitario e politico legate al Covid-19. Bisogna invece parlare dei cambiamenti psicologici che questa pandemia ha portato sulle persone e in particolare dare voce a noi giovani, a noi che molto spesso veniamo ignorati, che non veniamo considerati una priorità per questo Paese. Bisogna chiedersi, COME STA LA GENERAZIONE Z?

Tutti si sono preoccupati della nostra istruzione, ma nessuno ha realmente pensato a come stessimo psicologicamente. Chi più chi meno, ognuno di noi ha risentito di questa situazione e siamo diventati più fragili, anche se all'apparenza non sembra. Già, perché in questo momento si pensa solamente all'apparire, e a far sembrare che tutto stia andando nel migliore dei modi, che tutto si stia risolvendo, ma ogni mese siamo punto e a capo. Questa mattina ci è stata fatta una semplice e chiara domanda: che cosa vorreste in questo momento? Beh sinceramene non lo sappiamo, non sappiamo più cosa vogliamo, non abbiamo più un obiettivo, perché ormai ci siamo abituati a questa situazione, ci siamo abituati a questa solitudine, ci siamo abituati così tanto ad avere pochi contatti con le persone che forse anche quando stiamo con gli altri ci sentiamo un po' soli. E la cosa che più ci fa arrabbiare è che nessuno se ne preoccupa, nessuno si preoccupa di questo aspetto. Veniamo semplicemente additati come untori, come coloro che portano il Covid, quando in realtà siamo tra quelli che ne hanno risentito di più. Perché anche una semplice uscita il sabato sera, una cena in pizzeria, incontrarci su un muretto dopo cena, CI RENDEVA FELICI. Molto probabilmente torneremo ad avere tutto ciò, ma tra quanto e per quanto durerà?

Questa instabilità infatti, di apertura e chiusura delle attività, anzi oserei dire della possibilità di vivere una vita decente, non fa che alimentare la nostra angoscia, la nostra paura che tutto questo non finirà mai. Ma tanto sembra che il problema in questo momento sia semplicemente la nostra istruzione… non capiscono però che questa scuola ce la stanno facendo odiare; perciò prima di invogliarci a studiare di più, dovrebbero farci tornare la voglia di venire a scuola, di riprendere i rapporti, di tornare alla normalità, di uscire da quella bolla che ci stiamo creando e nella quale forse ci stiamo abituando a restare. Che poi la frase precedente è rivolta contro qualcuno, ma in realtà non c'è un vero colpevole a tutta questa situazione, se ci fosse tutto sarebbe molto più semplice. Il problema è proprio questo: non sappiamo con chi prendercela, non sappiamo contro chi sfogarci e per questo lo facciamo con noi stessi, con i pensieri che, quando siamo soli, prendono sempre più piede. Questi pensieri che vanno a colpire il nostro lato più fragile facendolo crollare. Ciascuno di noi poi manifesta questo crollo in diversi modi, chi con la rabbia, chi con il pianto, chi invece cerca semplicemente di staccarsi dalla realtà e rinchiudersi nel suo mondo, nella sua comfort-zone. Però come ho detto prima non c'è un vero colpevole e purtroppo non c'è una vera e propria soluzione, se non cercare di uscire da quella bolla e ascoltarci tra di noi, tra di noi che, almeno, abbiamo voglia di farlo e non ci ignoriamo come fa il resto del mondo. Questo mondo che non si rende conto di come questa situazione abbia rovinato una generazione.

Perché non si tratta semplicemente di non uscire, non stare a contatto, non andare a scuola o a lavoro. Si tratta di vedere il tuo intero mondo crollare ed abituarsi ad una nuova quotidianità. Perciò quando, tra qualche anno, qualcuno oserà dire che noi giovani non abbiamo dovuto affrontare nulla di che, noi non staremo zitti. È vero forse non abbiamo perso il lavoro, ma, come è stato detto precedentemente, psicologicamente ne siamo usciti devastati, più fragili. Già perché questo stare lontano da tutti ci ha davvero fatti sentire fuori dal mondo, ha solo alimentato una piccola convinzione che già era nella nostra testa. La differenza è che noi giovani queste cose non le tiriamo fuori, ce le teniamo dentro e ci facciamo logorare da questi pensieri. Perciò quando qualcuno dirà che noi giovani non ne abbiamo sofferto molto di questa situazione, ci pensi due volte, perché siamo stati devastati come tutte le altre persone, ma non lo abbiamo mai urlato al mondo… ce lo siamo tenuti per noi, come sempre".

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