Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Palermo, 19 luglio del 1992: il giudice Paolo Borsellino si reca in via d'Amelio per far visita alla madre. Al suo passaggio una Fiat 126 carica di tritolo salta in aria e uccide lui e 5 agenti della scorta: è quella che i libri di storia ricordano come la strage di Via D'Amelio. La mafia progettava da tempo di ucciderlo. Borsellino era uno scomodo, che non si faceva i fatti suoi; era un magistrato tutto d'un pezzo che lavorava in silenzio e che sull'altare della legalità ha immolato tutto, anche la sua vita. Ripeteva spesso quello che gli aveva detto il vice questore Ninnì Cassarà (poi ucciso dalla mafia): "Convinciamoci che siamo cadaveri che camminano". E Borsellino lo sapeva, ma non per questo si dava per vinto. Il suo esempio, insieme a quello di Giovanni Falcone, a 20 anni dalla sua morte è decisamente attuale e ha fatto capire ai siciliani che la battaglia contro la mafia si può vincere. E si deve vincere. Questa è la storia di Paolo Borsellino, la storia di un eroe silenzioso.

LA LAUREA IN GIURISPRUDENZA E I PRIMI PASSI- Paolo nasce il 19 gennaio del 1940 a Palermo nel quartiere popolare La Kalsa dove, tra gli altri, vivono anche Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta. Dopo la maturità classica, il giovane Paolo si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza e il 27 giugno 1962 per lui arriva la laurea con 110 e lode. L'anno successivo passa il concorso per entrare in magistratura, divenendo il più giovane giudice italiano e, dopo il tirocinio da uditore giudiziario, nel 1965 viene assegnato al Tribunale di Enna (sezione civile). Nel 1967 è pretore a Mazara del Vallo, nel 1969 a Monreale, dove  la collaborazione col capitano dei carabinieri Emanuele Basile lo porta a conoscere la nascente mafia di Corleone. Nel 1968 sposa Agnese Piraino Leto. Nel 1975 viene trasferito a Palermo e entra nell'ufficio istruzione affari penali sotto la guida di Rocco Chinnici, col quale stringe una profonda amicizia. Nel 1980 fa arrestare sei mafiosi legati a Leoluca Bagarella e, nello stesso anno, riceve la scorta a seguito dell'assassinio di Emanuele Basile.

IL POOL ANTIMAFIA E IL MAXIPROCESSO- Sempre nel 1980 nasce il pool di Palermo che ha la funzione di coordinare al meglio i giudici istruttori e il loro lavoro. Il pool è guidato da Chinnici ed è formato, tra gli altri, da Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Barrile. Nell'83 viene ucciso Chinnici e nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino, mentre Tommaso Buscetta, catturato a San Paolo del Brasile ed estradato in Italia, inizia collaborare con la giustizia. Le rivelazioni di Buscetta aiutano i magistrati a capire molto della mafia e della sua organizzazione. La mattanza, però continua: nel 1985 Cosa Nostra uccide il commissario Giuseppe Montana ed il vice-questore Ninni Cassarà. Per precauzione Falcone e Borsellino vengono trasferiti alla foresteria dell'Asinara dove iniziano a istruire il cosiddetto maxiprocesso che manderà alla sbarra 475 imputati. Per il soggiorno all'Asinara verrà chiesto ai due magistrati un indennizzo economico.

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore solo una volta

Paolo Borsellino

Nel 1986 diviene Procuratore della Repubblica di Marsala e l'anno dopo si conclude il maxiprocesso con l'irrogazione di 19 ergastoli e 2.665 anni di pena. Dopo roventi polemiche riguardanti la nomina di Antonio Meli a consigliere istruttore presso la Procura di Palermo (tutti, Borsellino compreso, si aspettavano la nomina di Falcone) iniziò a serpeggiare l'idea che il pool potesse essere sciolto e in effetti è quello che accadrà. Dopo aver continuato a lavorare a Marsala, Borsellino nel dicembre del 1991 torna a Palermo come Procuratore aggiunto. Falcone, intanto, è a Roma per assumere il comando della direzione affari penali.

L'ultima intervista a Borsellino

L'intervista di Canal + a Paolo Borsellino

L'ULTIMA INTERVISTA– Il 21 maggio del 1992 Borsellino rilascia ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi l'ultima intervista della sua vita. Il magistrato parla dei legami tra la mafia e l'ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano (boss mafioso e stalliere di Berlusconi) e Marcello Dell'Utri. Sui rapporti tra Berlusconi e Mangano preferisce non dire nulla. Il 23 maggio del 1992, due giorni dopo l'intervista, saltano in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: è la strage di Capaci.

LA MORTE- La mafia ha puntato da tempo Borsellino e nel 19 luglio 1992 mette a segno il colpo. Dopo aver pranzato con la moglie e i figli, Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vive sua madre. Nei pressi dell'abitazione c'è una Fiat 126 carica di tritolo che esplode al passaggio del giudice: muoiono lui e 5 agenti della scorta.

STRAGE AVVOLTA NEL MISTERO- La strage di via d'Amelio rappresenta ancora una pagina molto misteriosa della storia d'Italia. Nel luglio 2007 la Procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo per scoprire se persone legate agli apparati deviati del SISDE (servizi segreti) possano avere ricoperto un ruolo nella strage. L'uccisione di Borsellino, per gli inquirenti, potrebbe aver visto il coinvolgimento non solo della mafia ma anche dello Stato o di "parti deviate" di esso.  Nel 2009 Totò Riina riferisce al suo avvocato di non essere coinvolto nella strage di via d'Amelio. Il boss confida al suo legale: "L'hanno ammazzato loro. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia". In alcuni addetti ai lavori si fa strada l'idea che Borsellino possa essere stato ucciso perché al corrente della presunta trattativa tra Stato e Mafia. Al momento, però, è solo un'ipotesi.