Padova, l’Asl nega il suicidio assistito a paziente oncologico: “Vorrei morire a casa mia”

A febbraio 2026, per la seconda volta, L'Asl ha respinto la richiesta di un paziente oncologico 67enne che dal 2006 sta facendo i conti con un tumore incurabile al cervello. Roberto, 67 anni, assistito dall'Associazione Luca Coscioni, si è rivolto alla Ulss 6 Euganea, ma l'Asl si è opposta per ben due volte al suicidio assistito. Ora il paziente veneto 67enne ha rivolto un appello tramite un filmato realizzato con l'Associazione Luca Coscioni, dalla quale è assistito.
Roberto ha ottenuto di potervi accedere in Svizzera, ma vorrebbe usufruirne a casa sua, in Italia. L'Asl si era già opposta nel maggio del 2025 e contro il secondo diniego, Roberto ha presentato ricorso in Tribunale per chiedere al giudice di valutare la legittimità costituzionale dell'articolo 580 del codice penale, "istigazione o aiuto al suicidio", per come riformato dalla sentenza 242/2019 dalla Corte Costituzionale nella parte in cui non prevede la prognosi infausta come criterio alternativo all'essere tenuto in vita da trattamenti sanitari per l'esclusione della punibilità.
Ad assistere il 67enne è il collegio legale dell'Associazione Luca Coscioni, coordinato dall'avvocata Filomena Gallo. Il ricorso contempla la richiesta di sollevare la questione di legittimità davanti alla Corte Costituzionale e, conseguentemente, di ordinare alla Asl di modificare le proprie conclusioni, permettendo di fatto al paziente di accedere al suicidio assistito a casa sua. Il 67enne ha deciso di uscire dall'anonimato chiedendo aiuto anche attraverso un video. "Ho un tumore al cervello incurabile che si propaga velocemente. Vorrei porre fine ai miei giorni prima che diventino impossibili a viversi – ha sottolineato davanti alla telecamera -. Ogni sera spero di morire del sonno e ogni mattina faccio fatica ad alzarmi dal letto. In Svizzera sono pronti ad aiutarmi, ma vorrei morire a casa mia. Credo che una prognosi infausta come la mia sia un requisito sufficiente per avere l'aiuto del mio sistema sanitario".
La Corte Costituzionale aveva previsto nella sentenza alcuni casi specifici come alternativi al reato per l'aiuto al suicidio. In poche parole, non costituiscono azione punibile dalla giustizia se il malato che esprime la propria volontà, soffre molto, è tenuto in vita da trattamenti sanitari salvavita ed è capace di decidere autonomamente della propria vita. Devono coesistere, secondo la Corte, tutte queste condizioni per permettere l'interruzione assistita della vita.
La sentenza, però, contempla solo che il paziente sia attaccato a macchinari o sottoposto a terapie salvavita. Non contempla invece il caso di chi, pur essendo gravemente malato e incurabile, non è attaccato ai macchinari.