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“Non voglio comunisti e gay in cucina”, lo chef Paolo Cappuccio condannato per discriminazione

Lo chef Paolo Cappuccio è stato condannato dal Tribunale di Trento per quell’annuncio di lavoro pubblicato nel luglio 2025 su Facebook, ritenuto appunto discriminatorio. Il giudice ha riconosciuto la violazione dei principi di uguaglianza, con risarcimento alla Cgil che l’ha definita una “sentenza storica”.
A cura di Biagio Chiariello
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“Sono esclusi comunisti/fancazzisti. Master chef del c*** ed affini. Persone con problematiche di alcol, droghe e di orientamento sessuale”. E ancora: “Quindi se eventualmente resta qualche soggetto più o meno normale…”.

Per questo annuncio di lavoro pubblicato su Facebook nel luglio 2025, lo chef Paolo Cappuccio è stato condannato dal Tribunale di Trento per discriminazione in ambito lavorativo. Il post, pensato per la ricerca di personale da inserire nella brigata di cucina di un hotel in Trentino, era finito nel giro di poche ore al centro di un caso nazionale.

Secondo la sentenza, le frasi contestate non riguardavano requisiti professionali o criteri tecnici di selezione, ma introducevano esclusioni basate su condizioni personali, dall’orientamento sessuale all’appartenenza politica, fino a riferimenti alle dipendenze. Elementi che, per il giudice, configurano una discriminazione nell’accesso al lavoro.

Il ricorso era stato presentato dalla Cgil del Trentino, che ha ottenuto il riconoscimento della legittimazione ad agire a tutela di un interesse collettivo. Il Tribunale ha stabilito un risarcimento di 6mila euro a favore del sindacato, oltre alle spese legali, e la pubblicazione della sentenza su un quotidiano nazionale.

A motivare la decisione è stata la giudice Giuseppina Passarelli, secondo cui quel tipo di comunicazione era idonea a scoraggiare la candidatura di potenziali lavoratori, in contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza e non discriminazione.

Per il sindacato si tratta di una “sentenza storica”, definizione utilizzata anche alla luce del fatto che, secondo la Cgil, si tratta di una delle poche pronunce di questo tipo in Italia.

Il caso era esploso subito dopo la pubblicazione del post, poi cancellato. Lo chef, già noto per una carriera pluridecennale e una stella Michelin ottenuta nel 2009, aveva difeso la propria posizione parlando di uno “sfogo” legato a esperienze lavorative negative e alla difficoltà di trovare personale affidabile.

In interviste successive aveva ribadito la propria linea, sostenendo la necessità di selezionare collaboratori “seri” e criticando apertamente alcune categorie di lavoratori e modelli culturali legati al mondo della ristorazione e degli eventi.

Non era la prima volta che Cappuccio finiva al centro delle polemiche. Già nel 2020 aveva pubblicato un altro annuncio di lavoro con toni simili, in cui escludeva diverse categorie di candidati, scatenando allora reazioni critiche sui social.

Nel caso del 2025, però, la vicenda ha avuto un esito diverso: non solo mediatico, ma anche giudiziario, con una condanna che entra nel merito della legittimità di quel tipo di selezione del personale e del linguaggio utilizzato negli annunci pubblici.

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