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Non solo frane a Niscemi, lo smaltimento dell’olio vegetale era in mano alla mafia: “I miliardi ci facciamo”

A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, cosa nostra si è presa tutto il mercato dello smaltimento dell’olio vegetale esausto. Gli affari erano in mano ad Alberto Musto, il boss della famiglia mafiosa di Niscemi e al vertice del mandamento di Gela.
A cura di Giorgia Venturini
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Gli affari di cosa nostra per lo smaltimento dell’olio vegetale esausto
Gli affari di cosa nostra per lo smaltimento dell’olio vegetale esausto

A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, non c'è solo il problema della frana che lo scorso gennaio ha costretto diverse famiglie ad abbandonare le proprie case e a lasciare la zona. C'è anche cosa nostra e la sua strategia messa in atto per prendersi tutto il mercato dello smaltimento dell'olio vegetale esausto. Lo ha svelato una recente operazione dei carabinieri che ha arrestato 35 persone. Tra questi c'è anche Alberto Musto, il boss della famiglia mafiosa di Niscemi e al vertice del mandamento di cosa nostra di Gela. Sul territorio quindi il clan non controllava solo il traffico di droga ma anche quello di questo tipo di rifiuto: il progetto dei Musto era più ampio e prevedeva di estendere l'attività illegale anche nella raccolta dell'olio per motori, del vetro e della plastica. Alla fine gli affari della mafia si sono concentrati solo sullo smaltimento dell'olio. Ma come funzionava?

Stando a quanto si legge dalle carte della Procura di Caltanissetta, bisogna partire dall'analisi dell'attività imprenditoriale legale di questo settore per capire poi come ha agito la famiglia Musto. In breve, gli operatori ritirano l’olio vegetale esausto che è prodotto dagli esercizi commerciali come ristoranti e pizzerie. Questo primo passaggio avviene in modo che i titolari dello smaltimento non debbano affrontare alcun costo. Gli operatori poi rigenerano l’olio attraverso sofisticate procedure chimiche introducendolo di nuovo nel ciclo di produzione di diversi ambiti. In questo passaggio ottengono profitti. I magistrati spiegano: "L’attività è divenuta molto fiorente poiché, da un lato, i produttori dell’olio esausto smaltiscono il prodotto senza alcun onere economico, che invece sopporterebbero se volessero smaltirlo diversamente; dall’altro, gli operatori specializzati nella raccolta dell’olio esausto lucrano sulla vendita del prodotto, una volta completato il ciclo di rigenerazione". In questo mercato più volte si è inserita la criminalità organizzata: i primi a speculare in questo settore sono stati il clan dei Casalesi, impegnati in quella che passò alla storia come la "terra dei fuochi".

E ora è stata la volta anche della famiglia Musto: il loro obiettivo fin da subito è stato quello di monopolizzare la raccolta dell'olio vegetale esausto a Niscemi attraverso accordi criminosi con ditte specializzate nel settore. Tutto violando le disposizioni legislative in materia ambientale e senza ottenere alcuna autorizzazione. I Musto agivano illegalmente dietro a società regolarmente iscritte all'albo gestori ambientali e gestori rifiuti. Esattamente come prevede il copione mafioso. In un primo momento si tratta della società "Think Green" srl di Favara, in provincia di Agrigento, per poi nascondersi dietro alla "Sicilgrassi" Spa di Catania. Entrambe le società avevano un amministratore (non Musto) e diversi operai di fiducia.

L'interesse per il racket dell'olio esausto era nato in Alberto Musto durante la sua ultima reclusione nel carcere di Voghera, in provincia di Pavia. Qui aveva parlato con il suo co-detenuto e scoperti i maxi guadagni (illegali) che ne avrebbe ricavato. Il compagno di cella, una volta fuori, avrebbe dovuto metterlo in contatto con chi gli avrebbe permesso di siglare accordi con qualche grossa ditta campana. Però una volta entrambi fuori dal carcere non si sono più messi in contatto.

Poco importa, tanto l'obiettivo era chiaro. "I miliardi ci facciamo", si sente in una conversazione intercettata tra Alberto Musto e la madre. E ancora: "Abbiamo trovato la soluzione per questo smaltimento, 500 euro per mille litri". Alla base c'era la strategia di crearsi un buon giro di clientela e entrare "piano piano in paese", a Niscemi ovviamente.

Così Musto faceva gli affari di cosa nostra: costringevano i commercianti niscemesi a consegnare alla sua società l'olio esausto per "ottenere nel settore una posizione dominante da sfruttare in seguito per accaparrarsi il servizio di raccolta anche di altre tipologie di rifiuti", si legge nelle carte. Ma anche: "Contaminare l'economia legale mediante un'attività di partecipazione ad essa, che si estrinsecasse in maniera doppiamente illegale, ossia esercitare l'intimidazione mafiosa per indurre gli operatori economici niscemesi ad accettare di conferire l'olio vegetale esausto all'impresa indicata dagli stessi Musto, con la quale i predetti avrebbero 93 collaborati in ‘nero' occupandosi della raccolta materiale di tale rifiuto". Alla fine di tutto il clan ha fatto i guadagni che si aspettava e ha alimentato il suo prestigio sul territorio.

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