Ci sarebbero tutti gli ingredienti per farne un romanzo terribilmente pop (‘ndrangheta, massoneria, pentiti, indagini arenate, timide commissioni parlamentari, morti più che sospette e testimoni assortiti) eppure il caso delle "navi dei veleni" deliberatamente affondate per facilitare la sparizione di rifiuti tossici nei fondali marini rimane incastrato lì nello spazio collettivo dove si archiviano le storie "troppo incredibili" per essere vere e quelle con complicità troppo alte per facilitare curiosità. Così proprio oggi che possiamo leggere le parole messe a verbale nel 2009 dal magistrato Bruno Giordano in cui racconta di avere visto con i propri occhi una nave molto simile alla Cunski raccontata dal collaboratore di giustizia Fonti (e dei bidoni fuoriuscire da uno squarcio della stiva) ritorna prepotentemente a galla un'indagine che forse è stata chiusa troppo in fretta.

Che le mafie siano interessate al business dei rifiuti tossici è storia antica. Dalla Terra dei Fuochi fino alle ridente Lombardia sia la Camorra che Cosa Nostra e ‘Ndrangheta sanno bene che riuscire a fare scomparire un rifiuto speciale è il modo migliore per garantirsi un guadagno netto con estrema facilità e solo gli anni ci diranno quale sarà il prezzo che dovremo pagare in termini ambientali e di salute. Niente di strano quindi che anche il mare (come i frutteti o le fondamenta o le gettate di qualche nuova tangenziale) sia un buon luogo in cui progettare il velenoso occultamento. Secondo il pentito Fonti già nel 1982 Giuseppe Nirta (boss di ‘ndrangheta nella zona di San Luca) aveva fiutato l'importanza del business dei rifiuti tossici nascosti in mare. Il racconto che il pentito lasciò scritto in Direzione Antimafia non lascia spazio a dubbi: "Io stesso", scrisse l'ex boss ora deceduto, "mi sono occupato di affondare navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi. Nel settore avevo stretto rapporti nei primi anni Ottanta con la grande società di navigazione privata Ignazio Messina, di cui avevo incontrato un emissario con il boss Paolo De Stefano di Reggio Calabria. Ci siamo visti in una pasticceria del viale San Martino a Messina, dove abbiamo parlato della disponibilità di fornire alla famiglia di San Luca navi per eventuali traffici illeciti. Fu assicurato che non ci sarebbero stati problemi, e infatti in seguito è successo. Per la precisione nel 1992, quando nell'arco di un paio di settimane abbiamo affondato tre navi indicate dalla società Messina: nell'ordine la Yvonne A, la Cunski e la Voriais Sporadais".

Poi c'è il capitano Natale De Grazia, ufficiale della Marina, che per conto della Procura si occupò delle indagini e dei riscontri delle parole del pentito Fonti. De Grazia muore per un malore al rientro da una cena con due colleghi carabinieri il 12 dicembre del 1995. Le autopsie dell'epoca parlarono di "morte naturale" mentre il professore Giovanni Arcudi (con cattedra di Medicina legale all'università romana di Tor Vergata, direttore della Scuola di specializzazione nello stesso ateneo e professore alla Scuola ufficiali dei Carabinieri) ha sempre contestato quei risultati assicurando di non potere escludere un avvelenamento.

Poi c'è una Commissione parlamentare d'inchiesta che, come troppo spesso succede qui da noi, è apparsa piuttosto timida e poco curiosa. Angela Napoli (all'epoca membro di spicco della commissione Antimafia) definì la Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti una "sconfitta politica": «I nostri politici tentano, come meglio possono, – disse la Napoli – di coprire con il silenzio la questione. In primo luogo a livello locale, con gli amministratori che vogliono salvaguardare l'immagine, il turismo e la pesca. E in secondo luogo a livello nazionale, dove si approfitta del fatto che in sede locale non si voglia scoperchiare lo scandalo.»

Ora c'è questo nuovo documento desecretato. E c'è la speranza che la curiosità possa diventare virale e appuntita poiché non c'è niente di meglio, per i poteri immondi che amano sommergersi per restare impuniti, di un silenzio che dura anni come alleato del malaffare.