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17 Febbraio 2022
16:57

Morì suicida in caserma, ma la tesi non ha mai convinto la famiglia: “Cercate la verità”

Il 24 marzo 1997 Giuseppe Passarelli, 21 anni, viene trovato in fin di vita in una stanza della caserma di Cassano Allo Ionio, dove era arrivato da appena tre settimane. L’inchiesta della procura di Castrovillari parla di suicidio, tesi che non ha mai convinto la famiglia.
A cura di Francesca Lagatta
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Giuseppe durante la leva militare
Giuseppe durante la leva militare

Nella vita della famiglia Passarelli, originaria di Policoro, in provincia di Matera, c'è un prima e un dopo. Lo spartiacque è il 24 marzo 1997, giorno in cui Giuseppe, 21 anni ancora da compiere, viene trovato in fin di vita in una stanza della caserma di Cassano Allo Ionio, in Calabria, dove il giovane era arrivato da appena tre settimane. Giuseppe è stato ferito da un colpo alla nuca e si è spento qualche ora più tardi nel reparto di Rianimazione dell'ospedale Annunziata di Cosenza. L'inchiesta della procura di Castrovillari parla di suicidio. La sua famiglia nel frattempo scopre che la vicenda ha contorni oscuri. Ci sono una serie di indizi che stridono con la versione ufficiale. Ma il grido d'aiuto viene soffocato. La procura riapre il caso altre due volte, il verdetto è sempre lo stesso: Giuseppe si è tolto la vita. La famiglia non si arrende e venticinque anni dopo, assistita dall'avvocato Daniele Sanasi, torna a chiedere che venga fatta piena luce sul caso.

Le ultime ore di vita di Giuseppe

Per comprendere le controversie di questa storia è necessario cominciare dal principio. È il 23 marzo 1997, Giuseppe quel giorno sarebbe dovuto tornare a casa per trascorrere la domenica in famiglia, ma all'ultimo minuto viene trattenuto dai superiori, che gli chiedono di sostituire un collega. Così dice alla madre quando quella mattina la chiama al telefono, ma alla fine non ci sarà nessun cambio turno. Giuseppe però è tranquillo. Lo testimonia un suo vecchio amico che lo incontra l'indomani. Giuseppe lo invita a pranzo, ma l'amico non può trattenersi. Scherzano per un po', come di consueto, e poi salutano. Due ore dopo il giovane militare è in fin di vita. Cos'è accaduto tra le 12 e le 14 del 24 marzo 1997?

Il suicidio

Secondo la versione ufficiale, dopo pranzo i colleghi di Giuseppe sentono un tonfo provenire dalla stanza degli archivi. Il giovane collega si è ferito alla testa ed è crollato al suolo. Dagli atti dell'inchiesta, risulta che i colleghi non chiamano i soccorsi, in quattro lo sollevano di peso e lo portano in auto fino all'ospedale di Castrovillari. Da lì viene trasferito all'Annunziata di Cosenza, dove spirerà nel pomeriggio. Giuseppe, apparentemente spensierato e pieno di vita, non lascia biglietti e non parla con nessuno delle sue intenzioni. La sua morte lascia tutti di stucco.

Il terriccio sulla divisa

Effettivamente, una serie di coincidenze e circostanze rendono la vicenda poco chiara agli occhi di chi la osserva. A scriverle, nero su bianco, è l'allora perito incaricato dalla procura di Castrovillari di svolgere le indagini. Secondo il ctu, come si legge nella relazione, la massiccia presenza di tracce di terra sulla divisa "fanno ritenere che il Passarelli dopo l'esplosione del colpo alla testa sia finito su di una superficie ricoperta di terriccio". E inoltre "la presenza di segni di trascinamento fa ritenere che il Passarelli agonizzante sia stato trascinato, probabilmente afferrato dalle braccia, da un unico soggetto che non aveva la forza fisica sufficiente per sollevarne di peso il corpo". Se si è sparato in ufficio, come ci è finita della terra sulla divisa? E perché qualcuno avrebbe dovuto trascinarlo?

Gli altri elementi

Nella relazione del perito ci sono una serie di altri elementi che fanno storcere il naso alla famiglia. La manica della giacca destra, la parte da cui sarebbe stato esploso il colpo, presenta solo due particelle da polvere da sparo. Dovrebbero essercene, invece, una settantina, come risulta dall'esito di un esperimento condotto dallo stesso ctu della procura. Non ci sono impronte digitali sulla pistola ("colpa del materiale ruvido da cui è composta l'arma", si sarebbe sentito rispondere l'avvocato Daniele Sanasi), non ci sono né sangue o polvere da sparo sulla mano che avrebbe sparato ("colpa del lavaggio effettuato in ospedale") e nemmeno sulla giacca ("colpa del tempo trascorso tra il suicidio e le indagini", cioè sei mesi). Ma non si trova nemmeno la scheda d'armamento della pistola, una sorta di carta di identità dell'arma, elemento con cui gli inquirenti sarebbero potuti risalire al reale utilizzatore. Stavolta è colpa di due incendi, riferisce ancora l'avvocato della famiglia Passarelli, che avrebbero distrutto ben due schede in due differenti momenti.

La mail e la misteriosa rissa

Negli anni, diversi giornalisti si occupati della controversa vicenda. Due su tutti, Fabio Amendolara e Chicca D'Alessandro. Con le loro denunce hanno sempre tenuto alta l'attenzione sulla vicenda. Un giorno, molti anni dopo, un uomo appartenente alle forze dell'ordine fa arrivare un messaggio alla famiglia. "Se volete sapere la verità su Giuseppe, dovete rivolgervi a questa persona". Scrive nome e cognome. Ma questo presunto testimone indicato nella email non verrà mai ascoltato. In quel periodo il caso solleva un polverone mediatico e le voci si accavallano. In tanti parlano di fatti misteriosi che aleggiano intorno alle morte del giovane, come quello di una presunta sparatoria avvenuta a Cassano allo Ionio il giorno della sua morte, proprio nei pressi della caserma, ma la difficoltà di convincere i testimoni a parlare spengono anche le ultime speranze della famiglia di dare al caso un'altra chiave di lettura.

Giuseppe sapeva qualcosa?

In tutto questo trambusto, c'è di vero che quattro giorni prima di morire Giuseppe era tornato a casa. Non era preoccupato, ma parlando con il papà Antonio avevo espresso delle perplessità su alcune cose che gli erano accadute. Pochi giorni prima, dopo una perquisizione, il giovane a cui aveva fatto visita aveva tentato di investire il collega che era in servizio con lui. Era accaduto mentre i due si stavano dirigendo in pizzeria a fine turno. Nel racconto, Giuseppe si era soffermato al momento della perquisizione, riferendo alcuni particolari. Inoltre, qualcuno, in quei giorni, gli avrebbe consigliato di tenersi pronto a uno scambio di favori a cui non si sarebbe dovuto opporre. "Ma sono cose che non voglio fare", avrebbe detto Giuseppe al papà. Quattro giorni dopo è spirato in un letto d'ospedale.

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