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Mafia, ‘ndrangheta e camorra: chi c’era dietro la rivolta nelle carceri dello scorso marzo

Cosa c’è dietro la rivolta nelle carceri che lo scorso 9 marzo ha messo a ferro e fuoco l’Italia. Non una semplice protesta ma un’azione coordinata con dietro le quinte gli interessi delle mafie.
A cura di Redazione
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Estratto dal report “Parallel Contagion” di Sergio Nazzaro per Global Initiative against Transnational Organzied Crime

Da venerdì 7 marzo al lunedì 9 marzo, possiamo identificare i tre giorni che hanno sconvolto l’Italia durante la pandemia del Covid-19. Giorni che vedranno la rivolta delle carceri, che sarà scatenata da due fattori: il primo fattore è il blocco dei colloqui con i parenti, il secondo il rischio del contagio.

La sera di lunedì 9 marzo il Presidente del Consiglio dell’Italia Giuseppe Conte annuncia in conferenza stampa il lockdown dell’intera Nazione, estendendo il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm) firmato nella notte tra il 7 e l’8 marzo a tutto il Paese: “Se la salute dei cittadini, la salute pubblica è messa a repentaglio noi siamo costretti a scegliere e imporre dei sacrifici. Sto per firmare un provvedimento che possiamo riassumere con l’espressione – Io resto a casa – non ci sarà più una zona rossa, non ci sarà più la zona uno e la zona due della Penisola. Ci sarà un’Italia zona protetta”.

Lunedì 9 marzo la Borsa Italiana chiude gli scambi con un pesante ribasso: meno 11% punti percentuale, il peggiore dato dal 2016, anno del referendum sulla Brexit. Il totale del ribasso netto, considerando il periodo dal 10 febbraio al 9 marzo 2020 è uno numero da shock: meno 25% punti percentuali, ovvero sono bruciati in un mese i guadagni dell’anno precedente.

La giornata di lunedì 9 marzo 2020 vede susseguirsi sui telegiornali nazionali una serie concatenata di notizie che scuotono profondamente il Paese: il lockdown della Nazione, il crollo della borsa italiana e la rivolta nelle carceri. Una sequenza d’immagini che disegnano uno scenario da incubo.

Da venerdì 7 marzo, in maniera improvvisa e sottovalutata, cominciano rivolte violente nelle carceri italiane che proseguono per tutto il weekend del 8 e 9 marzo, e con episodi sporadici fino al momento della stesura del presente report. In un solo weekend vanno letteralmente a fuoco, distrutti e devastati, oltre 70 istituti penitenziari, a cui si aggiungono 30 penitenziari che hanno avuto manifestazioni pacifiche, su un totale degli Istituti sul territorio nazionale pari a 189 prigioni.

Nei telegiornali italiani tra l’8 e il 9, mentre si chiudono per legge tutte le persone a casa, mentre crolla la borsa, scorrono immagini di evasi, prigioni in fiamme, colonne di forze dell’ordine che devono mantenere l’ordine fuori e dentro le carceri. In quei giorni sembra che lo scenario peggiore, quello del caos possa prendere il sopravvento, che l’ordine democratico stia per crollare:

“Il grave errore commesso è stato non dichiarare l’emergenza carceri, appena dopo aver dichiarato l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica. Solo dichiarando l’emergenza si poteva intervenire con maggiore incisività. Purtroppo non si considera mai che in un’emergenza nazionale, il mondo carcerario è quello da mettere in sicurezza immediatamente”.

Catello Maresca è un magistrato italiano, già sostituto procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia e attuale sostituto procuratore generale di Napoli.

Le sue dichiarazioni per GITOC, sono state raccolte il giorno dopo essere stato minacciato di morte insieme al magistrato Nicola Gratteri, per le sue posizioni sulle rivolte in carcere.

“Sono morti quelli del terzo letto”, continua il dott. Maresca “solitamente noi parliamo di terze linee, nel mondo delle carceri invece si parla di terzo letto, ovvero i detenuti più poveri, solitamente tossicodipendenti che dormono nei letti a castello, nella parte superiore, quella più scomoda. Se analizziamo i morti, purtroppo sono stati i detenuti con problemi di dipendenze che hanno assaltato le farmacie delle carceri e sono andati in overdose”.

Un ufficiale della polizia penitenziaria aggiunge: “I capi prendono il primo letto, sono quelli che hanno coordinato le rivolte, i secondi e terzi letti cosiddetti, sono stati la manodopera. Quelli che sono morti, non possono più parlare”.

Un investigatore di lungo corso, con specifica esperienza nel mondo delle carceri delinea il quadro reale: “Le rivolte hanno disegnato anche una precisa mappa delle mafie italiane. In Calabria non c’è stata quasi nessun problema, perché la ‘ndrangheta controlla le carceri, non voleva nessun problema. Loro hanno interessi fuori, non avevano nessuna intenzione che ci fosse attenzione sul territorio. In Sicilia abbiamo avuto che la mafia ha partecipato quasi simbolicamente, i problemi anche lì sono stati molto contenuti, una partecipazione di facciata. I problemi maggiori li abbiamo avuti a Napoli, in Campania, dove la camorra ha uno stile colombiano. Loro hanno bisogno che entrino droga e cellulari nel carcere, altrimenti non riescono a comandare da dentro, mentre la ‘ndrangheta lo fa senza problemi. Infatti calabresi e siciliani sono molto arrabbiati con i napoletani, è per colpa loro che si è inasprito il 41bis. Le mafie serie sono silenziose, hanno altri tavoli di contrattazione. Se un carcere è rimasto pacifico durante questa rivolta, hanno maggiore peso di contrattazione i boss dentro, perché non hanno fatto creare disordini. Osserviamo poi le carceri di Modena e Reggio Emilia, dove è stato celebrato anche il più grande processo di ‘ndrangheta al nord Aemilia. Modena in fiamme perché ci sono i camorristi napoletani, Reggio Emilia nulla perché ci sono i calabresi. Foggia, dove abbiamo la mafia foggiana che è camorra in fin dei conti, è stato esponenziale, fino alla fuga di massa di oltre 70 detenuti. Consideriamo pure che Lecce, sempre in Puglia quindi, dove ci sono boss sia della mafia foggiana, sia della Sacra Corona Unita non è accaduto nulla, perché i boss non hanno voluto che ci fossero problemi. Sono sicuro che le mafie hanno guidato la rivolta, su questo non ci sono dubbi. Tutto organizzato con precisione. Appena sono cominciate le rivolte, e stiamo parlando di 70 carceri su tutto il territorio nazionale, i parenti dei detenuti erano fuori, come se lo sapessero, anzi lo sapevano. Questo è sicuro. Si sono coordinati e hanno attaccato tutti insieme”.

Global Initiative against Transnational Organzied Crime

Fondata nel 2013 e con sede a Ginevra, la Global Initiative against Transnational Organized Crime (Gi-TOC) comprende una rete di oltre 500 esperti su diritti umani, democrazia, governance e questioni di sviluppo in cui il tema della criminalità organizzata è diventato sempre più pertinente. La GI-TOC offre una piattaforma per promuovere dibattito e approcci innovativi a una strategia globale e inclusiva contro la criminalità organizzata, tramite l'elaborazione di politiche sociali, la facilitazione del dialogo multisettoriale, e lo sviluppo di strumenti e programmi necessari per dare risposte veloci e efficaci a problematiche emergenti. Primo centro studi internazionale che ha promosso a livello mondiale il Covid Crime Watch per analizzare i rischi e i pericoli legati all'infiltrazione di organizzazioni criminali nella gestione della pandemia da COVID-19, per studiarne le dinamiche, ma anche le risultanze a livello sociale e a livello economico.

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