Il boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano, dopo un silenzio durato oltre 20 anni, sta continuano a rilasciare dichiarazioni esclusive nel corso del processo "‘Ndrangheta stragista" presso la Corte d'Assise di Reggio Calabria, riguardanti alcuni personaggi in vista della politica italiana e della criminalità organizzata. Così, dopo aver raccontato dei rapporti tra la sua famiglia e Silvio Berlusconi ("Ci incontrammo più volte, lui sapeva che io ero latitante"), questa mattina, deponendo in videoconferenza, è tornato a soffermarsi sul Cavaliere e sul legame di quest'ultimo con Marcello Dell'Utri, ma anche sulla strage di via D'Amelio del 1992 a Palermo, nella quale venne uccise il giudice Paolo Borsellino insieme agli uomini della sua scorta, e sulla nascita di suo figlio durante la detenzione.

"Riuscii a concepire mio figlio al 41bis grazie a distrazione degli agenti"

Tra i misteri che da sempre circondano il boss di Brancaccio c'è quello della nascita del figlio mentre era rinchiuso al 41bis. Nel corso della deposizione ha spiegato, facendo marcia indietro rispetto a quanto dichiarato nel corso del processo Stato-Mafia, che "mia moglie non è mai entrata in carcere, nella cesta della biancheria. Forse, parlavo di mio fratello, che venne messo nella mia stessa cella". Anche suo fratello Filippo, infatti, ebbe un bambino durante la detenzione. "Non posso raccontare come andò, ci fu solo un momento di distrazione degli agenti ma mia moglie non è mai entrata in carcere", ha continuato. Il pm contesta ancora le intercettazioni ("Io tremavo, lei era nella cesta delle robi"), ma lui risponde: "A cosa interessa una cosa mia personale in questo processo?" Lombardo dice: "Vuole che glielo spieghi? Secondo me, l'ha capito perché ho fatto questa domanda. Vorrei capire se un passo verso di lei venne fatto, con un attimo di distrazione, facendo entrare sua moglie". E Graviano ancora: "La politica non c'entra in questa situazione, questa intercettazione non risponde alla realtà". E aggiunge: "Non racconterò mai a nessuno come ho concepito mio figlio, dico solo che non ho fatto nulla di illecito, ci sono riuscito ringraziando anche Dio e sono rimasto soddisfatto. Non ho chiesto alcuna autorizzazione, ma ho approfittato della distrazione degli agenti Gom".

Graviano su Berlusconi: "Doveva rispettare i patti. Ha tradito Dell'Utri"

Su Silvio Berlusconi, il boss di Brancaccio ricorda di volergli fare arrivare un messaggio nell'aprile 2016 tramite Umberto Adinolfi, suo compagno dell'ora d'aria, che stava per essere scarcerato. "Gli avevo detto di avvicinare persone vicine a Berlusconi per ricordargli il suo debito. Doveva rispettare i patti", ha sottolineato Graviano. Rispondendo alle domande incalzanti del pm, il capomafia palermitano dice: "C'erano soldi che mio nonno aveva consegnato a Silvio Berlusconi, all'inizio degli anni Settanta, si era stabilita la percentuale del 20 per cento da allora in poi", ma in Sicilia questo denaro non sarebbe mai tornato a sua detta. "E io non volevo fare brutta figura con l’impegno di mio nonno verso quelle persone a Palermo che avevano partecipato all'investimento. A mio cugino Salvatore arrivavano di tanto in tanto dei soldi: 500 milioni di lire, 300 milioni. E lui li investiva, a Palermo e in altre parti d'Italia. Aveva dato 600 milioni per comprare dei magazzini, affare che poi non si concretizzò. E investì nell'Iti caffè". Inoltre, sempre restando su Berlusconi, ha rivelato: "Ha tradito anche Marcello Dell'Utri. Le leggi che ha fatto hanno danneggiato pure lui, che è stato condannato".

Il boss sulla strage di via D'Amelio: "Sono innocente"

Nel corso della deposizione, Graviano ha dichiarato la sua innocenza nell'ambito delle stragi del 1992-1993, in particolare quella in via D'Amelio a Palermo che costò la vita al giudice antimafia Paolo Borsellino. "Non ho fatto le stragi, sono innocente – dice – ho una dignità, una serietà, non dico bugie". E annuncia di volere parlare anche di "altri argomenti, quando mi interrogherete in nuove occasioni". Nella scorsa udienza, aveva detto di avere qualcosa da dire sull'omicidio del poliziotto Agostino e sull'agenda rossa trafugata a Paolo Borsellino il giorno l'attentato. Oggi racconta di un "progetto di più persone per farmi arrestare". E chiama in causa i carabinieri, che nel gennaio 1994 lo bloccarono a Milano, e il pentito Contorno. Parla pure di "due donne che erano arrivate, quando faremo gli interrogatori vi dirò". Infine, ribadisce che "non collaborerò mai, mai accetterò un ricatto, possono venire quanto vogliono, possono mettermi in croce. Qualcuno non vuole la verità, ma una verità. Per fare carriera".