L’Albania non è in vendita: tutta la storia (e le ragioni) delle proteste contro il progetto genero di Trump

Jared Kushner e Ivanka Trump sono i volti noti del progetto a Sazan, la piccola isola albansese piena di bunker militari dell’epoca comunista dove ora si progetta di costruire un resort di ultra lusso. Ma dietro le quinte si muovono molti altri personaggi, dagli interessi intrecciati. Nomi che tornano, figure che lasciano tracce senza però mai apparire chiaramente in scena. Operano nella foschia, mentre i Kushner-Trump catalizzano l’attenzione dei media e dei cortei che continuano ad attraversare l’Albania da cima a fondo.
Da oltre un mese gli albanesi scendono in piazza a protestare, gridando che il loro Paese non è in vendita. Le manifestazioni non hanno fatto che allargarsi, giorno dopo giorno. Tutto è cominciato nella regione di Valona, verso la laguna di Narta, quando sono state costruite delle recinzioni per delimitare i cantieri a Zvërnec e sono arrivati i bulldozer, pronti a costruire gli alberghi e gli appartamenti per i turisti. Poi le proteste hanno invaso anche Tirana, ampliando nel frattempo le loro ragioni. Ora chi scende in piazza non chiede più solo di fermare la svendita di una riserva naturale per i profitti di investitori stranieri, ma mette in discussione tutto il sistema che ha steso un tappeto rosso a Kushner e ai suoi associati. Accusano il governo di Edi Rama, primo ministro in carica da oltre una decade, di essersi lasciato corrompere, di aver cambiato le leggi appositamente per permettere a società estere di fare profitto.
Nella storia della Flamingo Revolution non c’è solo Sazan, non c’è nemmeno solo l’Albania. Riguarda un nuovo mondo, dove la politica e gli affari economici sono funzionali l’una agli altri, dove gli interessi pubblici e i profitti privati si mescolano tra loro. I media internazionali spesso hanno raccontato questa vicenda “solamente” come una protesta ambientalista, una sorta di Davide e Golia in versione contemporanea: da una parte migliaia di albanesi che difendono la loro terra, una riserva naturale incontaminata che dà rifugio a centinaia di specie (tra cui appunto i fenicotteri, divenuti simbolo delle manifestazioni), dall’altra il potentissimo clan Kushner-Trump, con il suo progetto da un miliardo e mezzo di euro per costruire la vacanza da sogno per i super-ricchi.
Fermarsi a questo racconto però vorrebbe dire perdersi una parte di questa storia.
Oltre un mese di manifestazioni
“Non succede solo a Zvërnec. Da quando nel 2024 è stata modificata la legge per la tutela dell’ambiente, si possono costruire hotel a cinque stelle in qualsiasi area protetta”, mi spiega Denisa Kasa, attivista della PPNEA, la principale organizzazione ambientalista in Albania. “Zvërnec è il caso che ha attirato più attenzione, visti i nomi coinvolti e l’entità del progetto, ma alcune persone stanno protestando a Rrjolli e Dukagjini, nel Nord. Ci dovrebbero essere altri progetti anche nel Sud. Uso il condizionale perché non abbiamo la conferma, spesso il governo non pubblica gli atti ufficiali, dà i permessi sottobanco e poi di conseguenza il via alle costruzioni. Ma in alcuni casi delle organizzazioni hanno fatto trapelare dei documenti e da lì sono nate le manifestazioni”.
La PPNEA è stata tra le prime associazioni a organizzare le proteste nella zona di Valona e della laguna di Narta quando sono apparse le recinzioni. All’inizio, racconta Kasa, i media erano quasi assenti. Sono arrivati dopo che le poche telecamere presenti hanno ripreso un agente di sicurezza privata (che poi è stato sospeso) trascinare via con violenza un manifestante. Secondo Kasa questi agenti erano stati assoldati dalla famiglia Kastrati, potentissimo gruppo di imprenditori. La polizia, presente sul sito, non ha fatto nulla per tutelare i manifestanti, raccontano gli attivisti: si è solo occupata di proteggere le recinzioni. Oggi le palizzate non ci sono più. Ma le proteste non si sono fermate.
“Quella della laguna di Narta è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da anni le Ong denunciano tentativi di espropriare i territori per qualche opportunità di investimento turistico o immobiliare. Per Edi Rama la cessione di alcuni terreni e operazioni di questo tipo sono anche un modo per accreditarsi presso determinati personaggi o istituzioni internazionali. Con Giorgia Meloni e l’Unione europea si gioca la carta dei centri per i migranti, con Kushner e Trump quella del resort”, mi dice invece Detjon Begaj, consigliere comunale a Bologna, originario della zona di Valona. Da settimane fa avanti e indietro tra l'Italia e l'Albania per partecipare alle proteste e ha anche organizzato alcuni presidi nella sua città. Del resto, anche la diaspora albanese si sta mobilitando.
“C’è un tema di colonizzazione – dice Begaj – L’inflazione è alle stelle, ma i salari non aumentano. Ci sono persone che non hanno l’acqua potabile in casa. Poi vediamo questo video di Ivanka Trump, in cui racconta che mentre era a bordo di uno yacht ha visto quest’isola e ora ci vuole costruire un resort di super lusso. Un’operazione da un miliardo e mezzo di euro che per la figlia di Trump rappresenta più che altro una sfida su un certo modo di vivere. Ma le persone prendono poche centinaia di euro al mese. Il popolo albanese è stanco di essere colonizzato e sta lottando contro la svendita della sua terra”.
Begaj spiega che il governo di Rama continua a insistere sul fatto che con questi investimenti dall’estero si potranno generare nuovi posti di lavoro e quindi benefici per le comunità locali: “Ma non è così. In questi anni si è edificato tantissimo lungo la costa, sono nati tanti resort, ma le comunità locali non ne hanno tratto granché. I lavori negli hotel e nei ristoranti sono molto precari, tanto che anche l’Albania adesso sta vivendo una fase di immigrazione, soprattutto di persone dal Bangladesh, che vengono impiegate poi in questi settori”.
Le proteste ormai riguardano tutto il sistema: chiedono le dimissioni di Rama, ma non si identificano nemmeno con l’opposizione. È qualcosa di completamente nuovo e non è un caso che in piazza, per la prima volta, ci sia la generazione nata dopo il crollo del regime comunista. Begaj mi racconta che il movimento della Flamingo Revolution è trasversale, nelle piazze ci sono tanti giovani, ma anche famiglie e bambini. Non c’è una leadership, non ci sono bandiere di partito: “Credo che questa novità sia l’elemento che ha messo in difficoltà il governo di Rama, che è abituato a proteste di altro tipo, quelle in cui le persone si organizzano e lanciano molotv contro il Parlamento. Quest movimento usa un linguaggio completamente diverso: è una vera e propria protesta di massa, un movimento popolare che Rama non sa come gestire”.
Per Arbër Agalliu, giornalista albanese naturalizzato italiano, le piazze esprimono un malcontento generale verso tutta la politica: “Da un lato questo è un elemento di forza – mi spiega – È la prima volta, dalle proteste studentesche che hanno portato alla caduta del regime comunista oltre trent’anni fa, che vediamo una mobilitazione così partecipata senza alcun partito politico alle spalle. Ma, allo stesso tempo, se il movimento non si struttura rischia di esporre il fianco a strumentalizzazioni e fragilità. Invece potrebbe prepararsi alle elezioni del 2029, che a quel punto sarebbero una sfida molto interessante”.
Per Agalliu le proteste sono nate per motivi molto concreti – la tutela dell’ambiente e il rischio che gli abitanti della laguna di Narta non riuscissero più a mettere piede nelle terre che abitano da generazioni, trasformate in un cantiere e poi in alberghi e appartamenti accessibili solo ai super ricchi – ma il nodo centrale della vicenda rimane politico. Questa storia racconta di un nuovo ordine mondiale che va ben oltre Sazan e l'Albania. È un ordine in cui gli incarichi politici possono essere finalizzati ai profitti privati. In cui l’interesse personale può essere perseguito avendo in pugno il destino di intere comunità e nazioni.
L’ascesa di Jared Kushner

Da settimane il nome di Jared Kushner è tornato al centro delle cronache per il progetto in Albania. Kushner non è solo il genero di Donald Trump. È una delle figure più influenti alla Casa Bianca,. Entrato come senior advisor, è diventato inviato di pace del presidente, l’uomo mandato a risolvere guerre e crisi diplomatiche in giro per il mondo, dall’Ucraina a Gaza. Classe 1981, Kushner è nato in una ricca famiglia attiva nel settore immobiliare, lo stesso campo del futuro suocero. Una laurea ad Harvard, un’altra alla New York University, Kushner è entrato subito nel business di famiglia divenendo amministratore delegato della Kushner Companies ed espandendo l’impero immobiliare. Dopo la vittoria di Trump nel 2016 (sette anni prima aveva sposato la figlia Ivanka) diventa parte dell’amministrazione come consigliere, pur non avendo alcuna esperienza precedente di governo.
Si fa strada e, soprattutto, si circonda di persone che gli torneranno utili negli anni a seguire. Una di queste è Richard Grenell, direttore della National Intelligence sotto Trump, ma anche ambasciatore degli Stati Uniti in Germania e inviato speciale del presidente per i negoziati di Serbia e Kosovo tra il 2019 e il 2021. Un uomo che non ha mai nascosto i suoi interessi nei Balcani, un universo in cui i legami stretti grazie agli incarichi politici possono facilmente trasformarsi in profitti personali.
Proprio Grenell avrebbe parlato a Kushner di varie possibilità di investimento nel settore immobiliare e lo avrebbe introdotto nei giusti ambienti, frequentati dalle persone che lo potevano aiutare nei suoi progetti. Richard Grenell ha spesso accompagnato Jared Kushner e Ivanka Trump in Albania e con loro ha anche incontrato Edi Rama. Ha spesso rilasciato interviste ai media albanesi, in cui raccontava di come fosse alla ricerca di opportunità di investimento lungo la costa albanese. Ma non solo.
Al termine della prima amministrazione Trump, nel 2021, Kusher decide di fondare una società di private equity, la Affinity Partners, attraverso la quale gestire una serie di investimenti. La maggior parte del capitale arriva dal Golfo, in particolare dall’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman: il Public Investment Fund, cioè il fondo sovrano saudita, ha collocato due miliardi di dollari nella società di Kushner appena sei mesi dopo la fine del primo mandato di Trump. Un fondo sovrano qatariota, il Qatar Investments Authority, si è affrettato a fare lo stesso qualche anno dopo con un altro miliardo e mezzo di dollari. Alle accuse di conflitto di interessi, Kushner rispondeva che aprire dei canali commerciali tra Israele e il mondo arabo avrebbe innescato un cambiamento storico nella regione, distendendo i rapporti tra storici rivali.
Il 14 marzo 2024 Kushner annunciava sui suoi profili social due progetti nei Balcani: uno in Serbia e uno in Albania. Non è ancora chiaro se avranno lo stesso esito, ma non mancano gli elementi in comune.
Sazan, Zvërnec e la laguna di Narta: i progetti miliardari di Kushner-Trump
In Albania Kushner è determinato a costruire un resort di extra lusso. Ma su quel progetto, lanciato appena due anni fa, ora indaga la SPAK, la Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata albanese. Il motivo? Le modifiche alla legge sulla protezione delle aree naturali, che l'hanno indebolita facilitando le operazioni immobiliari anche in quei territori. E da qui lo slogan delle manifestazioni: “L’Albania non è in vendita”,
A raccontare le mire sull’isola di Sazan e sulla costa nell’area di Zvërnec sono stati direttamente Jared Kushner e Ivanka Trump. Quando sono cominciate le manifestazioni non ci ha messo molto a diventare virale lo spezzone di un video in cui Ivanka Trump, ospite del podcast di David Senra, racconta come sia nato il progetto. Una scena surreale, con i Trump-Kushner in barca nel Mediterreno insieme a degli amici che scoprono quasi per caso Sazan. Si tratta di un’isola disabitata che si trova di fronte alla baia di Valona, nel canale d’Otranto, non troppo distante dalle coste italiane. Durante il regime comunista era diventata un presidio militare, disseminata di bunker antiaerei: era una base per i sottomarini sovietici e, al tempo stesso, un laboratorio di armi chimiche, abitato da circa tremila soldati. Dalla caduta del comunismo Sazan è rimasta disabitata: ogni tanto si possono vedere dei soldati albanesi o italiani, che la usano come appoggio durante le operazioni anti-contrabbando.

Ivanka Trump ha raccontato di aver raggiunto l’isola a nuoto con il marito e gli amici, di averla esplorata a piedi scalzi e di essersene innamorata. Tanto da volerci costruire un resort di extra-lusso. Il governo albanese, secondo le associazioni che da settimane stanno protestando, avrebbe fatto di tutto per mandare avanti le trattative senza informare la cittadinanza. Da Sazan il progetto si è allargato alla costa, a Zvërnec e a tutta l’area protetta di Pishë Poro–Narta, nel delta del Vjosa: in questa zona dovrebbero essere costruiti fino a 10mila appartamenti e alloggi. Edi Rama nega che ci siano irregolarità e ha detto di essere aperto al confronto con i manifestanti, mettendo però in chiaro allo stesso tempo che finché resterà al potere il piano andrà avanti: non intende rifiutare un investimento da miliardi di dollari in Albania. In Parlamento, qualche giorno dopo l’inizio delle proteste di massa, Rama ha spiegato che punta a fare dell’Albania una meta invidiata nel Mediterraneo, che può competere con il Sud Italia o le isole greche nel turismo. Il premier albanese ha in mente un tipo di turismo ben specifico: “Se un turista paga duemila euro a notte, allora oltre all’hotel ne possono beneficiare anche ristoranti, autisti, pescatori e tutte le attività commerciali del posto”.
L’investimento iniziale di Kushner-Trump per il resort a Sazan è di 1,6 miliardi di dollari, ma il piano che comprende anche la costruzione di appartamenti nella laguna di Narta arriva fino a 4 miliardi di dollari. E secondo la Zvërnec South Adriatic Development, la società incaricata di realizzare il progetto, tutto ciò potrebbe far aumentare il Pil albanese del 3% o 4% nei prossimi cinque anni.
Le società dietro il progetto di Kushner: dagli imprenditori del Golfo agli oligarchi albanesi
La Zvërnec South Adriatic Development è la società che ha ricevuto i permessi per lo sviluppo del progetto a Zvërnec dal KKTU, cioè il Consiglio nazionale del territorio e delle acque, presieduto da Rama. Si tratta di una società registrata nei Paesi Bassi come trust offshore. La società madre è la Sazan Development Holding LLC, dei fratelli Ramez e Moutaz al-Khayyat. Originari della Siria, naturalizzati qatarioti, sono due imprenditori miliardari, alla guida del gruppo Power International Holding, e un nome ricorrente in questa storia.
Asher Abehsera, socio di Kushner e CEO della Affinity Global Development, ha più volte menzionato i fratelli al-Khayyat come partner commerciali del genero di Trump. Ma i legami tra i miliardari del Qatar e la famiglia del presidente statunitense vanno oltre questa specifica operazione. Jared Kushner e Ivanka Trump li avevano incontrati a Doha, nel 2022: si trovavano nell’emirato per i mondiali di calcio ed erano finiti a cenare in uno dei lussuosi ristoranti di proprietà dei fratelli al-Khayyat, con cui avevano presto scoperto di condividere gli interessi nel settore immobiliare. E così quando qualche anno più tardi Bashar al-Assad è caduto, la famiglia al-Khayyat si è subito fatta avanti per partecipare alla ricostruzione del Paese d’origine. Secondo il New York Times nel 2024 hanno incontrato nello stesso mese i Kushner a Washington e il nuovo presidente Ahmed al-Sharaa, che nel giro di qualche settimana è passato dall’essere un ricercato con una taglia milionaria sulla testa a un leader riconosciuto dalla Casa Bianca. Un riconoscimento nel quale non è chiarissimo se i fratelli al-Khayyat abbiano avuto un ruolo. Ciò che è certo è che per ricostruire la Siria si sono aggiudicati appalti da svariati miliardi di dollari: quattro miliardi per ricostruire l’aeroporto, sette per mettere in piedi nuove centrali elettriche.
La Siria sembrerebbe essere stata solo l’inizio della collaborazione. E quando Kushner ha deciso di investire nei Balcani i fratelli al-Khayyat si sono subito accodati. Non sono gli unici, nel Golfo. Anche l’Arabia Saudita ha recentemente annunciato di voler aumentare i propri investimenti in Albania, sia con la costruzione di servizi elettrici proprio nell’area di Valona, dove tra l’altro è in costruzione un aeroporto nuovo di zecca.
Ma non ci sono solo i Paesi del Golfo a essere interessati alle nuove opportunità che si stanno aprendo. Ci sono anche alcuni imprenditori albanesi. In primis la famiglia Kastrati. Shefqet Kastrati è uno degli uomini più ricchi dell’Albania, un miliardario attivo, insieme al figlio Musa, nel settore energetico e petrolifero principalmente, ma che ha investimenti anche nelle infrastrutture e nel real estate. Il nome dei Kastrati appariva nelle interviste di Kushner e Richard Grenell già nel 2024, quando prendevano piede i progetti nei Balcani. In un’intervista Kushner ha raccontato che i Kastrati lo hanno aiutato a “capire i costi di costruzione e come operare a livello locale”. Anche il Wall Street Journal ha scritto che i Kastrati hanno aiutato Kushner e il suo socio Abehsera a mettere in piedi l’accordo commerciale per espandere il progetto del resort da Sazan a Zvërnec. Nel 2022 i Kastrati hanno comprato una proprietà a Indian Creek, in Florida, vicino a dove vivono Ivanka Trump e Jared Kushner. In quello stesso anno Musa Kastrati è andato a Mar-a-Lago, la residenza di Donald Trump, insieme a Grenell. A Miami la sua famiglia ha anche comprato un hotel dalla famiglia reale del Qatar. Nel gennaio 2026, quando Jared Kushner e Ivanka Trump sono tornati in Albania, nella laguna di Narta, per procedere con il loro progetto, Musa Kastrati era insieme a loro. Insomma, sia i rapporti personali che quelli legati agli affari sembrano essere solidi tra le due famiglie.

Artur Shehu, Redi Struga e l’indagine della SPAK
Ci sono poi altri due nomi che emergono in questa vicenda, quelli di Artur Shehu e Redi Struga. Entrambi sono finiti nell’indagine della SPAK, la speciale procura albanese che indaga la corruzione nel Paese. L’inchiesta si concentra principalmente su tre questioni: le modifiche alla legge per la tutela ambientale, la legge sugli investimenti strategici e le diatribe sulla proprietà dei terreni interessati dal progetto. Sono tutte collegate, in questo caso, e secondo potrebbero nascondere un sistema di riciclaggio di denaro in cui sono appunto coinvolti Shehu e Struga.
La modifica sulla legge che tutela le riserve naturali del 2024 ha aperto all’investimento di Affinity Partners. Lo status di investitore strategico che è stato riconosciuto riconosciuto alla Atlantic Incubation Partners (una società collegata al fondo) porta con sé vantaggi sostanziali: addio a qualsiasi tassa durante i tempi di costruzione e lo Stato si fa carico di tutta l’infrastruttura necessaria al cantiere, dall’elettricità ai rifiuti. Questo vale per tutti gli investimenti sopra i 15 milioni, spiega Marzio Mian sul Guardian, grazie a una norma del 2015. A termini così vantaggiosi non è difficile capire come mai Kushner si sia così interessato a un angolo di mondo che solitamente non viene troppo considerato dagli investitori statunitensi.
Il terzo elemento, quello delle incognite sulla proprietà dei terreni, è quello che vede protagonisti Shehu e Struga, entrambi imprenditori albanesi. Il primo vive da molto tempo negli Stati Uniti e secondo alcune inchieste sarebbe legato agli ambienti della criminalità organizzata albanese. Il secondo è il nome che appare alla guida di diverse società coinvolte in questa operazione, tra cui la Albania Land Development e la South Adriatic Development. Il problema è che una risulta la venditrice dei terreni a Zvërnec, l’altra l’acquirente. E nel breve lasso di tempo della compravendita il prezzo dei terreni sarebbe aumentato a dismisura: un terreno che era stato valutato a 5,5 milioni nell’autunno del 2025 è stato venduto a 122 milioni nella primavera del 2026. Ben 22 volte il suo valore iniziale.
Ed è qui che torna in gioco Shehu. Perché quel terreno risultava di sua proprietà. Originario di Valona, Shehu è da moltissimi anni in causa con diverse famiglie del posto per la proprietà di questi terreni. Questa non è una situazione completamente atipica, in Albania: per decenni il Paese è rimasto sotto una dittatura comunista che ha azzerato la proprietà privata per cui all’inizio degli anni Novanta, quando l’Albania si è aperta alla democrazia e al capitalismo, sono arrivate anche le battaglie legali per vedersi riconoscere il possesso di case e terreni. Secondo la SPAK, Shehu potrebbe aver corrotto un giudice per falsificare i documenti di proprietà di quei terreni, poi ceduti alla Albania Land Development a prezzi vertiginosi per costruire resort e appartamenti di lusso.
Insomma, gli inquirenti vogliono vederci chiaro nelle operazioni di compravendita di questi terreni. Da un lato manca trasparenza sulla proprietà e sui costi, che potrebbero essere stati entrambi falsati all’interno di un articolato sistema di riciclaggio di denaro. Dall’altro, sembra che alcuni meccanismi siano stati maldestramente accelerati, nonostante le mille dinamiche opache di questa storia, per favorire gli investimenti miliardari, che probabilmente facevano gola a molti.
Il precedente in Serbia: come è fallito il primo progetto di Kushner nei Balcani
Non è la prima volta che un progetto di Kushner nei Balcani si vede mettere i bastoni tra le ruote da qualche inchiesta. Nel 2024 voleva anche costruire una sorta di Trump Tower a Belgrado, in Serbia. Più specificatamente, un Trump International Hotel, che sarebbe dovuto sorgere al posto di uno degli edifici più rappresentativi della città, o almeno di parte della sua storia: l’Edificio dello Stato Maggiore Generale, il Generalštab. Un palazzo che è stato quartier generale dell’Armata Popolare Jugoslava e che è stato danneggiato gravemente dai bombardamenti della Nato nel 1999. Un attacco compiuto dai caccia statunitensi. L’edificio rimasto in gran parte in rovina, anche se una parte ospita tutt’ora alcuni uffici del ministero della Difesa serbo. Insomma, un palazzo dall’importante valore simbolico e considerato patrimonio storico e culturale. Non è un modo di dire: il palazzo era inserito nel registro centrale dei beni culturali, almeno fino al 2024.
Quell’anno il governo ha cercato di rimuovere il Generalštab dal registro, un dettaglio che complicava le mire immobiliari di Kushner, in modo da facilitare l’avvio dei lavori. Ma la Procura serba è intervenuta, ha aperto delle indagini che sono finite con l’incriminazione del ministro della cultura Nikola Selakovic, insieme ad altre tre persone, per abuso di potere e falsificazione di documenti. I documenti con cui veniva revocato lo status di bene protetto al Generalštab, per la precisione. Aleksandar Vučić, il presidente serbo che ha più volte ricevuto Kushner a Belgrado, sosteneva che il progetto potesse essere un modo per lasciarsi alle spalle il passato e inaugurare una nuova era nei rapporti tra Serbia e Stati Uniti. L’indagine della Procura ha cambiato tutto, nonostante i tentativi del governo di andare avanti con il progetto. Kushner, che con Affinity Partners aveva ottenuto un contratto di locazione di 99 anni per riqualificare l’area dove si sarebbe dovuto costruire il Trump Hotel, ha deciso di fare un passo indietro. E far saltare il progetto.
Insomma, che sia il patrimonio storico in Serbia o una riserva naturale protetto in Albania, che Kushner ne fosse consapevole o meno, in entrambi i casi sembrerebbe esserci un tentativo di andare oltre la legge che tutela un qualche bene – la cultura o l’ambiente – per favorire precisi interessi economici e investimenti privati. Ecco perché in manifestanti, a Tirana e in tutto il Paese, continuano a scendere in piazza per mettere in chiaro una cosa: “L’Albania non è in vendita”.