
La nostra redazione riceve lettere e testimonianze relative a storie che riguardano il mondo del lavoro e della scuola. Invitiamo i nostri lettori a scriverci le loro storie cliccando qui.
Pubblichiamo di seguito la lettera che ci ha scritto un docente di Palermo, Francesco, a proposito della sua esperienza nel mondo della scuola.
La lettera a Fanpage.it
Vi scrivo per dare voce a una realtà della scuola italiana di cui si parla troppo poco: quella degli insegnanti "itineranti". Quando si pensa al lavoro del docente, l’immaginario comune evoca una persona che entra in un’aula, chiude la porta e fa lezione alla sua classe. La mia realtà quotidiana, purtroppo, assomiglia molto più a quella di un corriere espresso o di un rappresentante di commercio, con la differenza che io non trasporto merci, ma mi occupo dell'educazione delle future generazioni.
Ogni giorno percorro mediamente 24 chilometri in macchina. Lavoro per due diversi Istituti Comprensivi, frammentato su ben 8 plessi scolastici differenti (tre da una parte, cinque dall'altra). Nel corso della settimana incontro e mi occupo di oltre 100 bambini.
Vorrei invitare i lettori e le istituzioni a riflettere su cosa significhi concretamente questa quotidianità:
- Una logistica logorante: significa che la mia automobile è diventata una succursale della scuola, costantemente carica di materiali didattici. Significa consumare carburante, tempo e chilometri che nessuno mi rimborserà, correndo da un paese all'altro per non fare ritardo al cambio dell'ora.
- Un carico mentale ed emotivo insostenibile: gestire più di 100 alunni non significa solo fare lezione. Significa dover ricordare 100 nomi, 100 volti, decine di situazioni familiari diverse, bisogni educativi speciali (BES) e disabilità. Significa doversi adattare ogni giorno a 8 sale insegnanti diverse, con regole, colleghi, orari e dinamiche interne differenti.
- Una burocrazia raddoppiata: lavorare per due istituti significa rispondere a due dirigenti scolastici, relazionarsi con due segreterie, incastrare il doppio delle riunioni, dei collegi docenti e dei consigli di classe, spesso con sovrapposizioni orarie logoranti.
Di fronte a questa complessità logistica e umana, che richiede doti di coordinamento e resistenza allo stress fuori dal comune, lo Stato italiano applica un appiattimento retributivo imbarazzante. A parità di anzianità, lo stipendio di chi vive questa odissea quotidiana è identico a quello di un collega che ha la fortuna di lavorare su un'unica sede, magari a pochi passi da casa. Un docente all'inizio di questo percorso guadagna circa 1.400 euro netti al mese; una cifra che, tolte le spese di trasporto e l'usura del mezzo proprio, diventa quasi offensiva.
Se dovessimo applicare i criteri del settore privato, tra indennità di trasferta (multisede), rimborso chilometrico secondo e tabelle ACI e indennità di disagio per l'alto numero di utenti gestiti, una professione del genere dovrebbe essere retribuita con almeno 2.500 euro netti al mese.
Non è solo una questione di soldi, è una questione di dignità e di qualità della scuola. Come può un insegnante garantire la massima serenità e lucidità didattica quando arriva in classe trafelato, dopo aver guidato nel traffico, sapendo che dopo un'ora dovrà scappare verso un altro paese?
La scuola si regge sulla flessibilità e sul sacrificio di migliaia di docenti invisibili che, come me, tengono insieme i pezzi di un sistema frammentato, soprattutto nelle province e nelle aree interne. Credo sia giunto il momento che il Ministero riconosca, anche economicamente, il peso di queste cattedre "nomadi". Non chiediamo privilegi, ma il riconoscimento del lavoro reale.