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La lettera di un praticante pugliese a Fanpage: “L’esame da avvocato è una farsa, rompiamo questo silenzio collettivo”

Fanpage.it riceve e pubblica la lettera di un praticante avvocato pugliese che ci ha raccontato le difficoltà di avvicinarsi a questa professione: “Dopo anni di studio, notti passate sui codici e sui manuali, ci troviamo di fronte a un esame che dovrebbe rappresentare il coronamento di questo percorso. Ma la verità è che, per molti di noi, quell’esame è diventato una lotteria”.
A cura di Redazione
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Oggi pubblichiamo la lettera che ci ha inviato Roberto, nome di fantasia dal momento che ha chiesto di mantenere l'anonimato per motivi di privacy, un praticante avvocato pugliese che ci ha raccontato le difficoltà legate al suo lavoro.

La lettera di Roberto

Gentile redazione di Fanpage.it,
sono un praticante avvocato e scelgo di scrivervi mantenendo l’anonimato. Non per mancanza di coraggio, ma per necessità. In questo ambiente, esporsi significa spesso compromettere rapporti, opportunità e futuro professionale. E questo, già di per sé, dovrebbe far riflettere.

Vi scrivo per raccontarvi una storia che non è solo mia, ma è quella di migliaia di giovani praticanti avvocati in tutta Italia. Una storia fatta di studio incessante, sacrifici economici, rinunce personali e aspettative che troppo spesso si scontrano con una realtà profondamente deludente.

Dopo cinque anni di università, mesi – spesso anni – di pratica forense, frequenza obbligatoria delle scuole forensi, udienze, atti, notti passate sui codici e sui manuali, ci troviamo di fronte a un esame che dovrebbe rappresentare il coronamento di questo percorso. Ma la verità è che, per molti di noi, quell’esame è diventato una lotteria. Una farsa.

Non esiste una reale uniformità di giudizio. Non esistono criteri trasparenti. Non esiste meritocrazia. Esistono commissioni diverse che valutano in modo radicalmente opposto, candidati preparati bocciati senza una reale motivazione e altri promossi con evidenti lacune. Esiste un sistema che sembra premiare più la casualità che la competenza.

E nel frattempo, noi restiamo in silenzio. Restiamo in silenzio perché siamo ancora “praticanti”, perché dipendiamo da studi legali, perché abbiamo paura di essere etichettati come polemici o “non idonei”. Restiamo in silenzio perché questo sistema ci ha insegnato che parlare può costare caro.

Ma quanto può durare questo silenzio? Ci viene chiesto di credere nella giustizia, di difenderla, di rappresentarla. Eppure siamo i primi a sperimentare un sistema che appare distante da quei principi di equità e trasparenza che dovremmo incarnare. È una contraddizione profonda, che logora e disillude.

La domanda che molti di noi si pongono è semplice: ha ancora senso questo tipo di esame? Non sarebbe più coerente prevedere un percorso realmente formativo e valutativo lungo tutto il periodo di pratica? Non sarebbe più giusto valorizzare il lavoro quotidiano svolto negli studi, le competenze acquisite sul campo, magari affiancando un esame finale serio ma strutturato su criteri chiari e uniformi? Cinque anni di università, diciotto mesi di pratica, la scuola forense, un esame di fine pratica… non bastano? È davvero necessario sottoporci a un ulteriore passaggio che, nei fatti, non garantisce né selezione meritocratica né qualità professionale?

Questa non è una richiesta di scorciatoie. Non chiediamo favoritismi. Chiediamo solo equità. Chiediamo che il merito venga riconosciuto davvero, non affidato al caso. Dietro ogni praticante c’è una storia. C’è chi lavora gratuitamente per anni. C’è chi mantiene sé stesso e continua a studiare. C’è chi ha lasciato tutto per inseguire questa professione. E c’è anche chi, dopo una bocciatura inspiegabile, smette di crederci.

Forse è arrivato il momento di parlarne. Di rompere questo silenzio collettivo. Di aprire un dibattito serio su un sistema che, così com’è, rischia di allontanare dalla professione proprio coloro che hanno dimostrato più dedizione. Vi chiedo di dare spazio a questa voce. Non alla mia, ma alla nostra.

Perché la giustizia dovrebbe iniziare proprio da qui".

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