No, non scenderanno ammanettati in favore di telecamere, non saranno l'ennesimo spot al Ministro degli Interni che continua imperterrito una campagna elettorale a suon di tweet, notizie (molte false) e bile. Anche su questa vicenda (come su quasi tutto ciò che è accaduto nel Mediterraneo negli ultimi mesi) il leader leghista imbocca la strada dell'emozione tralasciando il buon senso e la legge. E non è un caso che i ministri Toninelli e Di Maio (finalmente) abbiano deciso di porre un freno.

La legge, innanzitutto. Il Ministro dell'Interno (come tutti i componenti del governo) non decide chi ammanettare e chi no. Si prova quasi un senso di vergogna anche solo a scriverlo ma la separazione dei poteri (potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario: vale la pena ripeterlo) è uno dei principi fondamentali dello stato di diritto e delle democrazie liberali. È il potere giudiziario che valuta le responsabilità e eventualmente sancisce le pene. A ben vedere sarebbe già di pessimo gusto auspicare che qualcuno venga ammanettato (eppure sarebbe già potabile, vista la cupa situazione attuale) ma la ragionevole richiesta di giustizia non ha nulla a che vedere con una sentenza personale che il ministro emette per lenire la ferocia dei suoi tifosi. Volendo approfondire: la cosiddetta rivolta violenta di clandestini (che secondo la ricostruzione di Salvini e compagnia "avrebbero messo in pericolo la vita dell'equipaggio della Von Thalassa) è, secondo le indagini della Polizia italiana, priva di qualsiasi elemento di violenza che possa consentire un fermo (le famose "manette") prima dello sbarco. Un Ministro dell'Interno smentito dalla Polizia di Stato che dipende direttamente dal suo ministero. Serve altro?

I dirottatori. Si insiste nel definire la Libia uno Stato democratico e sicuro ma non è così. Le condizioni delle detenzioni in Libia sono condannate da tutte le autorità internazionali e ne violano i trattati. Violenza, stupri, torture e uccisioni sono all'ordine del giorno e la stessa Guardia Costiera Libica (a cui Salvini vorrebbe demandare la gestione della legalità) è una combriccola di ex militari molto spesso in combutta con gli stessi scafisti e torturatori. I dirottatori di cui parla Salvini sono persone scappate da quella violenza. Se essere riconsegnati alla Guardia Costiera libica può essere considerato un "grave pericolo" per la persona varrebbe la pena rileggere l'articolo 54 del Codice Penale: "Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo." La giustizia farà il suo corso ma anche sul dirottamento forse sarebbe stato il caso di usare più cautela.

Porti chiusi, guerre e clandestini. Che un Ministro dell'Interno (che per inciso non ha competenza sui porti anche se continua a parlarne) pensi di non far attraccare in un porto italiano una nave italiana della Guardia Costiera è una barzelletta. Non è un caso che il ministro Toninelli e il vice premier Di Maio abbiano alzato la voce: "non è immaginabile che noi chiudiamo i porti ad una nave italiana" ha detto Di Maio. Figurarsi quanto sia immaginabile un ministro che liberamente possa ipotizzare una fanfaronata del genere. Poi c'è la questione "clandestini": oltre a decidere le condanne Salvini vorrebbe anche sostituirsi all'iter che riconosce i rifugiati. Dice Salvini che (secondo lui) i migranti raccolti dalla Diciotti non scappano dalla guerra e quindi (sempre secondo lui) sarebbero clandestini: eppure in Yemen c'è una guerra dal 2015 (con bombe fabbricate in Italia), in Sudan c'è stato un genocidio e c'è un dittatore accusato di crimini contro l'umanità, in Palestina c'è la guerra da sempre, in Pakistan c'è in corso una guerra civile da 14 anni, il Ciad è il Paese di Boko Haram e dell'Isis (sì, quell'Isis). Serve altro?