30 Novembre 2021
13:12

I numeri della pandemia, come vengono raccolti e diffusi: intervista a Patrizio Pezzotti (ISS)

Dopo quasi due anni di pandemia, potrebbero esserci delle falle all’interno del sistema organizzativo della gestione e raccolta dati? Lo abbiamo chiesto al direttore del Reparto di Epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità Patrizio Pezzotti (ISS).

Esistono punti deboli nel processo di gestione e raccolta dati della pandemia? Siamo partiti da questa domanda per indagare sul rischio di possibili infiltrazioni. Per farlo, ci siamo rivolti al direttore del Reparto di Epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità Patrizio Pezzotti (ISS) che ci ha spiegato come avviene questo processo.

Intervista a Patrizio Pezzotti

Oggi come vengono raccolti, trasmessi e divulgati i numeri della pandemia in merito ai contagi, i ricoveri e i decessi? Subiscono variazioni nei vari passaggi di mano? 

La raccolta dei dati avviene attraverso procedure che vanno avanti da 20/30 anni e che riguardano la sorveglianza di tutte le malattie infettive. Ci sono leggi e circolari che definiscono questi processi in Italia. Il processo parte dagli enti territoriali che raccolgono i dati a livello locale. Le regioni sono responsabili dell’attività di coordinamento della raccolta dati del proprio territorio e attraverso protocolli e procedure specificate dalle circolari viene poi inoltrata a noi (Istituto Superiore di Sanità), per la sorveglianza di nostra competenza, o al ministero della Salute per quella direttamente coordinata da esso. In Italia ci sono più di 50 patogeni sorvegliati richiesti dalla Comunità Europea (non solo il covid), tra cui l’HIV e la tubercolosi. I vari passaggi seguono esattamente le stesse modalità valide per tutte le malattie infettive. A noi (ISS) arrivano i dati dalle regioni che sono autorizzate, attraverso un codice o una password riservati, ad accedere alla nostra piattaforma sia in forma aggregata (i dati che lei vede ogni giorno) sia in forma individuale (la pubblicazione del bollettino settimanale). Può avvenire manualmente anche se ormai non lo fa più nessuno, oppure attraverso il trasferimento di file standardizzati aggiornati con procedure automatiche che le regioni ci inviano ogni giorno.

Considerando le infiltrazioni mafiose nella sanità, è possibile che questi dati siano falsificati? I dati raccolti sono protetti? Le mafie possono infiltrarsi nella raccolta dei dati?

Che io sappia no. Non è di mia competenza rispondere a questo. Noi ci riferiamo a un sistema territoriale ben definito attraverso strutture pubbliche in cui c’è tutta una serie di controlli da parte delle autorità sanitarie nella raccolta di queste informazioni. Credo che non sia possibile, ma non è una competenza che riguarda L’Istituto Superiore di Sanità quella di andare a valutare se c’è un meccanismo corruttivo o meno e non riesco a capire perché ci dovrebbe essere. Non sono meccanismi finanziari quindi non ci sono e non credo ci sia la necessità. È una rete che coinvolge migliaia di persone che lavorano nei settori pubblici. Obiettivamente le regioni controllano e verificano. È un processo di verifica della qualità dei dati al di là se c’è un meccanismo corruttivo. In ogni caso credo di no. Non vedo perché ci debba essere.

Il sistema che viene utilizzato per raccogliere i dati nelle strutture ospedaliere è lo stesso in tutta Italia?

Ogni regione ha l’autonomia di organizzare i propri servizi secondo quelle che sono le sue modalità organizzative ottimali. Quindi, ogni struttura può avere personale che gestisce i servizi territoriali in modo diverso, sempre attenendosi a quelle che sono le circolari e le leggi dello Stato. Ci sono ad esempio regioni che hanno dedicato più personale alle strutture ospedaliere. La modalità con cui vengono raccolti i dati dipende dalla regione. C’è una certa eterogeneità. Possono avere diverse modalità, ma tutte devono comunicare le stesse informazioni.  A livello centrale è richiesto un numero minimo di informazioni che tutte devono raccogliere. Ognuna, poi, può allargare questo sistema di informazioni. Ci sono regioni, ad esempio, che raccolgono informazioni che noi non richiediamo.

Le strutture ospedaliere italiane sono attrezzate per fornire giornalmente un conteggio reale?

In realtà sì. Ci sono moltissimi sistemi informativi relativi alla programmazione sanitaria che già da tempo raccolgono giornalmente informazioni sull’occupazione dei posti letto attraverso dei flussi che sono coordinati dal ministero della Salute che poi vengono pubblicati giornalmente da Agenas. Questo (la raccolta dati della pandemia) non è andato a incidere più di tanto sul meccanismo della raccolta dati standardizzato che già esisteva. Ogni regione può avere modalità diverse e l’autonomia di gestire i propri sistemi informatici e informativi in maniera diversa. Ci sono regioni più digitalizzate da questo punto di vista e altre che lo sono di meno, però la richiesta dei dati resta uguale per tutte.

Possiamo avere la certezza totale dei dati che vengono diffusi o dobbiamo considerare un margine di errore, e in questo caso, come possiamo quantificarlo?

I margini di errore ci sono sempre. La sua domanda mi sembra un po' faziosa, però esprimo quello che penso. Come in tutte le cose c’è la possibilità di un errore umano. I dati giornalieri hanno delle oscillazioni durante la settimana che verosimilmente riflettono alcune modalità organizzative. Nel fine settimana potrebbe darsi che i posti letto occupati siano stati soltanto parzialmente comunicati perché quel giorno la persona non era presente e li aggiorna il giorno successivo, però sono dettagli. Sono dati che alla fine non cambiano molto. Suggeriamo da tempo che i dati vadano letti non tanto giornalmente in quanto la variazione giornaliera può dipendere da piccole modalità organizzative che cambiano, mentre quelli settimanali sono in qualche modo quelli più sostanziali da vedere. È chiaro che può esistere il margine di errore. Può accadere che in un ospedale qualsiasi, la persona che quel giorno doveva fare il conteggio dei posti letto, si ammali. Però non va a cambiare la sostanza del fenomeno.

Considerando le informazioni che abbiamo a disposizione, oggi è più controllato un vaccinato con green pass o un non vaccinato con tampone e green pass?

Non so se ho capito bene la sua domanda. In generale non lo sappiamo. Nessuno sa niente. Sappiamo solo che per le persone che non hanno effettuato la vaccinazione è richiesto di avere, se vanno al lavoro e in alcuni luoghi, il green pass. In assenza della vaccinazione viene richiesto di effettuare un test diagnostico. È chiaro che in questo momento ci siano delle persone che non hanno sintomi e che più facilmente andranno a testarsi tra quelli non vaccinati. Se io sono vaccinato, il mio green pass funziona perché è ancora valido e a me non è richiesto il tampone. Io sto bene e quindi il tampone non lo effettuo. Un collega che non è vaccinato dovrà invece effettuare il tampone. Questo potrebbe, da un certo punto di vista, in alcune situazioni, aumentare la probabilità di essere identificati tra gli asintomatici positivi. Tuttavia noi andiamo a calcolare l’efficacia dei vaccini sulle persone che finiscono in ospedale e si ammalano in maniera più grave. Abbiamo sempre visto che in quelle persone l’effetto della copertura vaccinale è molto più forte. Tra le persone che non si vogliono vaccinare, c’è una parte che non si vuole nemmeno testare. Se non è necessario andare al lavoro, la persona è meno propensa ad andare a fare un test proprio perché, avendo rifiutato il vaccino, probabilmente rifiuta anche l’idea di dover verificare la diagnosi. Una parte di persone che non si è vaccinata, quando ha i sintomi è meno propensa a farsi testare. Se io vaccinato rischio il 90 per cento in meno di avere il virus, questa domanda non porta da nessuna parte. Fino ad oggi, epidemie di persone create da vaccinati non ci sono in nessuna parte del mondo se non su alcuni giornali scandalistici. L’informazione scientifica condivide che le persone non vaccinate hanno cariche virali più elevate e hanno maggiore capacità di diffondere il virus. Questo non vuol dire che la persona vaccinata non possa trasmettere il virus. Ma parliamo di probabilità. Un conto è una probabilità elevata e un conto è il caso eccezionale. In Italia vediamo che dove c’è una più bassa copertura vaccinale abbiamo più casi. Lo vediamo anche sotto forma di ospedalizzazione. I dati sono poco controvertibili. Quando uno sta male finisce in ospedale.

L’Italia ha intenzione di investire solo sul vaccino anticovid o anche sulle terapie per curare il covid?

Io non mi occupo di politiche sanitarie, non rientra nelle mie competenze. Neanche in quelle del nostro presidente ISS. Io sono uno statistico, un matematico. Le competenze rientrano in tanti livelli. Queste domande vanno rivolte al ministero della Salute che si occupa di strategie. Io al massimo posso subentrare nel rispondere alle domande in merito alla diffusione. Noi facciamo modelli matematici su questo, però la politica sanitaria viene decisa direttamente dal ministero della Salute.

Ci siamo rivolti anche al ministero della Salute per comprendere meglio i dettagli. Purtroppo però, non siamo riusciti ad approfondire per via dei numerosi impegni istituzionali del ministro Speranza. Abbiamo così rivolto le nostre domande all'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) e a Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità del ministero della Salute, ma non abbiamo ricevuto le risposte a causa di una mancata disponibilità.
Abbiamo inoltre contattato l'Istituto nazionale di statistica (Istat) che si occupa di calcolare i decessi totali, ma non la causalità.

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