Nella piazza di Borgo Vecchio ci sono gli operai di un cantiere pubblico e quelli che si occupano di spurgare pozzi neri. E poi ci sono i clienti di una rosticceria. Alcuni si avvicinano per sentire l'intervista di Giuseppe Piraino, l'imprenditore edile palermitano che, nei giorni scorsi, per la seconda volta, ha legato il suo nome a un'operazione antimafia coordinata dalla procura di Palermo. Prima nel 2018 e poi nel 2020, Piraino si è presentato dai carabinieri a consegnare un video: le immagini di una tentata estorsione.

"Quando ho saputo che anche nel cantiere di Borgo Vecchio erano venuti a cercarmi – racconta Piraino a Fanpage.it – sono rimasto sorpreso. La mia denuncia di due anni prima aveva avuto molta visibilità, pensavo che mi conoscessero. E invece". Invece loro, gli uomini accusati di fare parte della famiglia mafiosa del quartiere, non lo avevano riconosciuto. Così uno si presenta, prova a stringergli la mano e poi gli dice: "Cinquecento euro e ti fai questo cantiere tranquillo". "Si chiama pizzo". "No, quale pizzo". Piraino riprendeva tutto con il cellulare. "Avevo portato con me una foto di Falcone e Borsellino e una serie di nomi e date di vittime della mafia", prosegue l'imprenditore nel racconto a questa testata.

Le sue immagini sono finite negli incartamenti del blitz Resilienza, eseguito comando provinciale dei carabinieri. Venti persone sono finite in manette, tra i quali l'uomo ripreso da Piraino, ventidue estorsioni (tentate o realizzate) sono state scoperte. Di queste, 14 grazie alle denunce spontanee di commercianti e imprenditori di Borgo Vecchio, lo storico rione incastrato tra il porto, il carcere e il centro del capoluogo siciliano. Lì, secondo le indagini, tutto passava dalle mani della famiglia mafiosa: l'organizzazione della festa in onore della patrona, la scelta dei cantanti neomelodici che avrebbero dovuto esibirsi, perfino la ricomposizione delle crisi tra i gruppi di ultras del Palermo Calcio (la squadra, invece, non c'entrava niente).

"Nonostante l'evoluzione di modi e metodi – spiega a Fanpage.it il generale Arturo Guarino, comandante dei carabinieri di Palermo – i mafiosi non rinunciano alla tradizionale presenza sul territorio con l'imposizione del pizzo. È visibile e tangibile, e serve a ricordare la loro esistenza e a mostrarne la pervasività". Le 14 denunce, però, fanno ben sperare: "Vogliamo prenderle come un segnale positivo. Le persone si passano la voce".