Giona Tuccini e i suoi figli (Facebook)
in foto: Giona Tuccini e i suoi figli (Facebook)

Il tribunale dei Minori di Roma ha riconosciuto l'adozione monoparentale di due bambini da parte di un genitore single, Giona Tuccini, ammettendo la trascrizione di due sentenze di giudici sudafricani. Il genitore, quarantaquattrenne della provincia di Pisa insegnante di italianistica a Città del Capo, ha doppia cittadinanza e vive stabilmente in Sudafrica dove la legge permette l'adozione da parte di single. Il tribunale di Roma ha riconosciuto la doppia adozione in nome del "superiore interesse" dei due minori, che si chiamano Achille e Dario e sono entrambi orfani dalla nascita. Giona Tuccini aveva fatto ricorso per vedere riconosciuto in Italia l'adozione dei suoi figli, che non sono fratelli biologici. L’insegnante ha adottato i bambini a distanza di tre anni uno dall'altro. “Sono il primo babbo single ad adottare due bambini, sono orgoglioso – ha detto Tuccini – dato che in Italia non è permessa l'adozione monoparentale”. Al quotidiano La Nazione il professore ha spiegato cosa lo ha spinto a voler diventare padre anche per l’Italia. “Ora i miei bambini sono la mia casa, il cuore caldo del giorno”, le parole del quarantaquattrenne che, in virtù del suo lavoro, ha ottenuto la South African Permanent Residence (il corrispettivo della green card americana) e successivamente si è sottoposto alla procedura di naturalizzazione sudafricana: “È a questo punto che, ritenendomi particolarmente favorito dalla sorte, ho deciso di fare una scelta enorme che mi avrebbe permesso di restituire l’amore ricevuto, moltiplicandolo”.

La decisione di diventare babbo di Achille e Dario – Il professore ha spiegato l’iter per diventare padre: “In Sudafrica l’iter adottivo prevede che un individuo che voglia diventare genitore debba svolgere un’esperienza di volontariato in uno degli innumerevoli orfanotrofi del paese. Per me, questa, è stata un’avventura folgorante e molto istruttiva. Prima ancora di accogliere Achille, il mio primogenito, ho frequentato per mesi un orfanotrofio di Città del Capo dove mi sono cimentato nel cambio di pannolini, nel bagnetto, nel taglio delle unghie di una moltitudine di infanti, nella preparazione di biberon e pappe e, soprattutto, nel riconoscimento delle distinte forme di pianto dovute alla noia, alla fame, alla solitudine e alla sofferenza; lezioni d’amore – queste – grazie alle quali ho capito che le esigenze di un bambino che si offre nel suo divenire e nel suo tenace attaccamento alla vita sono impagabili”. Riguardo l’eventualità di tornare in Italia il professore spiega che, dopo la sentenza del tribunale di Roma, il problema per la sua famiglia resta l’accettazione del diverso nel nostro Paese: “Troppo spesso dimentichiamo che gli italiani sono stati e continuano a essere un popolo migrante. Prendete me, l’ennesimo studioso italiano all’estero. L’immigrazione che certi connazionali vorrebbero arrestare ha dato a tutti, loro compresi – giacché probabilmente avranno un avo o un congiunto oltralpe o oltreoceano – un luogo dove posare il capo. Lo straniero gli fa paura. Ci vedono il diavolo e se ne allontanano, come chi volesse ripararsi da un acquazzone. Ne hanno paura come i bigotti hanno paura dei gay”.