Massacrata con un bastone di legno fin quando non ha smesso di respirare. È la morte toccata in sorte, esattamente due anni fa, il 16 settembre 2016, a Giulia Ballestri, la cui unica colpa era stata quella di aver voluto mettere la parola fine a un matrimonio che non la rendeva felice. Siamo a Ravenna, Ballestri, 39 anni, è sposata con il marito Matteo Cagnoni 51 enne dermatologo con il vezzo dei salotti televisivi, da ormai 10 anni, mentre da uno ha una relazione intima con Stefano B., con cui vuole rifarsi una vita. La separazione con il marito avverrà appena avranno definito una serie di questioni patrimoniali, a breve. Intanto lei continua a dividere il letto e la casa con  il marito, che in attesa che il divorzio venga formalizzato, la vuole moglie a tutti gli affetti, nelle apparenze, fra le mura di casa e anche nei rapporti intimi.

Il femminicidio di Ravenna

La mattina del 16 settembre 2016 l'ultima volta che verrà vista in vita. Esce di casa insieme a Matteo per accompagnare i bambini a scuola, fa colazione al bar, risponde a qualche messaggio, poi sprofonda nel silenzio. Unico indizio è la sua ‘Chrysler Grand Voyager' parcheggiata, con le portiere aperte, a pochi passi dall'abitazione dove vive con il marito e i tre bambini. I primi ad allarmarsi per il suo silenzio sono Stefano, l'uomo che frequentava, Elisabetta, la sua migliore amica e Guido, suo fratello. Di comune accordo il 19 settembre, dopo una sequela di telefonate senza risposta al cellulare di Cagnoni, vanno a denunciare la scomparsa di Giulia. Il dermatologo, infatti, da due giorni aveva lasciato Ravenna ed era andato ospite insieme ai tre figli nella villa del padre, Mario Cagnoni, 85 anni, ex primario dell'ospedale Careggi a Firenze.

L'arresto di Matteo Cagnoni a Firenze

È proprio Elisabetta, l'amica storica di Giulia, a ricordarsi che le aveva parlato di un appuntamento nella vecchia villa di famiglia dei Cagnoni nel centro di Ravenna, dove le aveva detto che avrebbe dovuto valutare dei quadri da vendere per la divisione dei beni. È lì che insieme a Guido, il fratello di Giulia, approdano gli investigatori la sera del 19 settembre, tre giorni dopo la scomparsa di Giulia. Ad aprire i cancelli della spettrale villa in via Padre Genocchi, quella che Giulia chiamava, ‘la casa degli spiriti', sono le chiavi della custode. Al suo interno, seguendo una sinistra scia rossa, gli agenti arrivano nel seminterrato dove scoprono un corpo femminile nudo e orribilmente deturpato. I capelli intrisi di sangue rappreso, il corpo coperto di lividi, il volto deturpato. Si intuisce facilmente che quel corpo buttato lì come un manichino vecchio è stato colpita senza pietà con un oggetto simile a una spranga. I frammenti di vernice tra i capelli, poi suggeriscono un'azione ancor più violenta, ovvero che sia stata scagliata con forza con la testa contro il muro. Cagnoni viene rintracciato nella casa di famiglia a Firenze. Appena si accorge della presenza degli agenti della Mobile in casa si dà a una rocambolesca fuga nei boschi, dove viene acciuffato da un agente al quale dirà: "Voglio un avvocato". Sul letto in camera sua c'erano i passaporti dei tre figli e una somma di denaro. Per lui si aprono immediatamente le porte del carcere mentre per suo padre, il professor Cagnoni, viene aperto un fascicolo di indagine per ‘favoreggiamento'.

Rapporti sessuali non voluti e psicofarmaci

Contro Matteo Cagnoni c'è il DNA trovato sul ramo d'albero usato come arma del delitto e ci sono anche due impronte palmari sul sangue sulla scena del delitto. A urlare giustizia, tuttavia, sarà il trattamento di Giulia all'interno di quella coppia ormai naufragata. Una coppia dove il marito – come metteranno nero su bianco i giudici nella sentenza di primo grado – aveva "annullato la volontà della moglie, aveva reciso tutti i suoi ponti amicali" e l'aveva "soggiogata sotto il profilo psicologico e sotto quello sessuale" in quanto la metteva in condizioni di subire rapporti sessuali contro voglia, a meno di non voler sottostare agli interrogatori di lui che, in presenza di un accenno di rifiuto di Giulia, una volta, le chiese se per caso non fosse lesbica. Lui, che di fronte alla crisi matrimoniale aveva voluto attribuire quanto stava accadendo a una forma di ‘depressione' da cui Giulia sarebbe stata afflitta, arrivando perfino a imporle di assumere con psicofarmaci come il ‘Depakin‘ e ipnotici come lo ‘Stilnox‘. Lui, che per accertare e usare contro di lei la relazione con Stefano B. le aveva messo alle costole un investigatore privato che la seguiva. Lo scopo era quello di scoprire se rispettasse il suo divieto di frequentare l'amante fino alla separazione, divieto che Giulia aveva infranto. Fu così che il 15 settembre ebbe la certezza che Giulia aveva visto il suo nuovo amore e fu proprio allora che Cagnoni interruppe il rapporto con l'agenzia con un sibillino "per me è sufficiente così". Il giorno seguente, Giulia verrà uccisa nella villa di Padre Genocchi.

Colpevole di omicidio aggravato

La difesa del Cagnoni, oggi condannato in primo grado all'ergastolo per omicidio volontario pluriaggravato e occultamento di cadavere, si è sempre basata sulla sua totale estraneità al delitto. "Sono innocente, Giulia è stata uccisa in da una banda di rapinatori" ha detto più volte riprendendo la stessa verità che sua madre, Vanna Costa, cercava di infondere agli inquirenti la sera in cui la Mobile arrivò nella villa di Cagnoni padre a Firenze, quando raccontava loro che i nipotini dormivano da soli perché la madre era stata uccisa in una rapina in villa qualche giorno prima. "Ma la televisione non lo sa, perché è successo da poco" specificava la signora agli inquirenti, quando nessuno aveva dato notizia del ritrovamento del cadavere. Tra Matteo Cagnoni e il carcere a vita, oggi, c'è solo la sentenza di appello. Il 25 settembre, tra 9 giorni, invece, i giudici decideranno se accogliere o meno il ricorso presentato dai legali del dermatologo contro la misura detentiva. A Ravenna, invece, a tre anni dal delitto che ha indignato l'Italia nessuno ricorda Giulia nel giorno della tragedia.