A poche ore dalla morte di Totò Riina, spentosi a 87 anni nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma, si fa largo nell'immaginario collettivo la figura del possibile erede del Capo dei capi, il numero uno indiscusso di Cosa Nostra, che dal 1993, dopo ben 24 anni di latitanza, stava scontando nel carcere di massima sicurezza di Milano i 26 ergastoli al regime di 41 bis, al quale era stato condannato per una serie di reati, tra cui gli attentati costati la vita ai magistrati Falcone e Borsellino e alle rispettive scorte avvenuti entrambi nel 1992. Un nome su tutti circola nelle ultime ore sui giornali e tra l'opinione pubblica: quello di Matteo Messina Denaro, ultimo dei padrini della mafia ancora in libertà, annoverato dall'Europol nel 2016 tra i latitanti più pericolosi d'Europa. Si tratta, ovviamente, solo di ipotesi, anche perché lo stesso Messina Denaro è considerato da molti un fantasma, l'unico a non essere finito nella rete della giustizia dopo la cattura di Riina e di Bernardo Provenzano. Di lui non si hanno nemmeno foto segnaletiche né impronte digitali. Se un giorno venisse fermato, potrebbe essere riconosciuto solo attraverso l'esame del Dna. Ecco cosa si sa sul suo conto e il suo rapporto con Totò u curtu, che prima l'ha investito e poi lo ha accusato.

Chi è Matteo Messina Denaro

Classe 1962, Messina Denaro appartiene alla generazione di mafiosi successiva a quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Conosciuto anche come "U siccu", cioè il magro per via della sua statura fisica, è da sempre considerato capo e rappresentante indiscusso della mafia trapanese e legato a Cosa Nostra. Dopo l'arresto degli altri due padrini, alcuni inquirenti si sono esplicitamente riferiti a lui come all'attuale capo assoluto, ma si tratta soltanto di ipotesi. Già il padre Francesco era tra i leader della mafia siciliana, come capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento, latitante e morto nel 1998. La prima denuncia per associazione mafiosa arrivò per lui nel 1989, e nel 1992 si rese responsabile dell'omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina. Ma è il 1992 l'anno della svolta. Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli. Qualche tempo dopo però il boss Salvatore Riina li fece tornare in Sicilia perché voleva che l'attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. E così fu. Anche il boss trapanese compare, come richiesto dalla procura di Caltanissetta, tra i mandanti della stragi di Capaci e via D'Amelio nel quale persero la vita il giudice, la moglie, il collega Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte.

Il dopo Riina e l'inizio della latitanza

Ufficialmente Matteo Messina Denaro è ricercato dall'anno successivo alle stragi di Palermo, e cioè dal giugno 1993, quando fu emesso un ordine di arresto per quattro omicidi. Tre giorni dopo, scrisse una lettera alla sua fidanzata dell'epoca, in cui annunciava l'inizio di una latitanza che dopo 25 anni ancora continua. "Non voglio neanche pensare di coinvolgerti in questo labirinto da cui non so come uscirò… Non pensare più a me, non ne vale la pena. È iniziato il mio calvario, e a 31 anni, e con la coscienza pulita, non è giusto né moralmente né umanamente… Spero tanto che Dio mi aiuti", scrisse progettando la sua fuga. Intanto, Riina fu arrestato, e Messina Denaro continuò nell'organizzazione di attentati dinamitardi, come quelli di Firenze, Milano e Roma, che provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, compresi danni al patrimonio artistico. Ma gli investigatori hanno cominciato a interessarsi di lui solo tempo dopo, all'indomani della cattura di un altro illustre padrino mafioso, Bernardo Provenzano. Da quel momento, era il 2006, è diventato il ricercato numero uno, preda invisibile di una caccia nella quale lo Stato ha investito decine di milioni e che finora ha portato a oltre cento arresti di familiari, tra cui la sorella, complici, fiancheggiatori e mafiosi vari, senza però mai sfiorarlo.

Le accuse di Riina e le coperture politiche

 

La caccia a Matteo Messina Denaro non si è mai fermata. Ancora oggi, centinaia di investigatori, poliziotti e carabinieri, sono sulle sue tracce per far finire al gabbio quello che viene considerato l'ultimo grande capo della mafia siciliana. Almeno, fino a prova contraria. È stato proprio Totò Riina a gettare ombre sulla sua posizione accusandolo, come emerge da alcuni dialoghi registrati in carcere, di aver abbandonato la causa di Cosa Nostra per pensare a se stesso. "Se ci fosse suo padre buonanima – dice Riina -, un bel cristiano, che ha fatto tanti anni di capomandamento a Castelvetrano, a lui gli ho dato la possibilità di muoversi libero", dice. Riina afferma di aver cresciuto lui stesso Matteo: "Questo figlio lo ha dato a me per farne quello ne dovevo fare. E a noi ci tengono in galera, sempre in galera, però quando siamo liberi li dobbiamo ammazzare". Ancora, in un'altra intercettazione del 2013, il Capo dei capi ammette: "Potrebbe essere pure all’estero… L’unico ragazzo che poteva fare qualcosa perché era dritto… Non ha fatto niente… un carabiniere… io penso che se n’è andato all'estero".

Intanto, di Messina Denaro non c'è ancora traccia. Alcuni sono convinti che si trovi molto vicino, nascosto da qualche parte a Castelvetrano, suo paese d'origine. Come dimostrano le immagini di Fanpage.it, in una puntata di Italian Leaks, condotta da Sandro Ruotolo, ci sono ancora molti complici che gli permettono ancora oggi di essere uno degli uomini più pericolosi al mondo e ancora in libertà. Si tratterebbe di semplici cittadini omertosi ma anche di politici locali.