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2 Ottobre 2021
12:53

Catania, caos nei beni confiscati alla mafia. E la procura ora indaga sull’Agenzia nazionale

La città di Acireale ha pochi beni confiscati alla mafia sul suo territorio. Di recente, l’amministrazione comunale ha chiesto l’acquisizione di un appartamento e due terreni. Entrambi, però, risultano essere ancora nelle disponibilità della famiglia di Mario Michele Lanzarotti, il pregiudicato al quale sono stati tolti definitivamente. “La casa è occupata dal 2018”, conferma un dirigente dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Ma nessuno ha mai fatto niente per liberarla. Tanto che basta citofonare per sentirsi dire: “Io vivo qui da sempre”. “Il sistema non funziona e tutto avviene sempre alla luce del sole”.
A cura di Luisa Santangelo
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"Io vivo qui da sempre". Il citofono suona e la risposta è immediata. All'altro capo del filo c'è un giovane che abita nella casa di famiglia di via Porcellana, nel centro storico di Acireale. Solo che l'appartamento è confiscato alla mafia, e quindi di proprietà dello Stato, dal 2018. È l'ennesimo paradosso della gestione dei beni tolti alla criminalità organizzata in Sicilia, tanto che la procura di Catania, come confermato a Fanpage.it, ha indagato direttamente sull'Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. Dai magistrati, bocche cucite. Si sa, però, che sono coinvolti almeno un coadiutore e una funzionaria dell'Anbsc e che si attende il pronunciamento del giudice in sede di udienza preliminare. La faccenda è seria: da oltre un anno le associazioni denunciano la cattiva e, in qualche caso, addirittura assente gestione dei beni confiscati alle mafie nella regione che ne ha di più in tutt'Italia. E a febbraio 2021 la commissione regionale Antimafia aveva parlato di un "imbarazzante rimpallo di responsabilità fra Agenzia, amministratori giudiziari, forze dell’ordine, enti locali e prefetture per attivare le procedure di legge al fine di sgomberare quei beni".

Ad Acireale, Comune nella provincia di Catania, i beni confiscati sono pochi. Uno è una villa con piscina sul mare, di cui il 50 per cento della proprietà è rimasta alla famiglia di imprenditori a cui era stata tolta. Un'altra è una casa a più piani, su cui si è sviluppato un contenzioso legale e il Comune acese ha rinunciato all'acquisizione al proprio patrimonio. E poi c'è un appartamento nel centro storico, all'interno di una palazzina a due piani ristrutturata. A questo si associano due terreni poco fuori dalla città, uno accanto all'altro. Entrambi parte di una confisca definitiva di beni a carico di Mario Michele Lanzarotti, pregiudicato acese noto nel territorio, imprenditore nel settore della compravendita di automobili usate, protagonista nel 2017 di una rocambolesca fuga dai carabinieri che gli contestavano la violazione degli obblighi di sorveglianza speciale.

Oggi il Comune di Acireale vorrebbe quell'appartamento e quei terreni per usarli a scopi sociali. "L'Agenzia ci ha garantito che sono pienamente disponibili", dice a Fanpage.it il sindaco acese Stefano Alì. Il fatto è che l'appartamento è abitato, e pure  i terreni non sembrano liberi. Nonostante prima ancora della confisca per mafia, nel 2018, su questi ultimi sia intervenuta una "acquisizione gratuita al patrimonio del Comune" datata 2013. Eppure in quel fazzoletto di terra in una zona di campagna non sembra che non ci abbia messo piede nessuno da otto anni: per terra non c'è la cenere lavica piovuta copiosa nei mesi scorsi, il prato è tagliato di fresco, e perfino la piscina è stata coperta. Le storie su Instagram raccontano di grandi festeggiamenti, comprensivi di fuochi d'artificio, appena un'estate fa. "Quello spazio è stato utilizzato specialmente durante l'estate, per feste private", racconta a questa testata Saro Rossi, attivista dell'Arci di Acireale, che assieme all'associazione I Siciliani giovani lavora da mesi nella mappatura dello stato dei beni confiscati siciliani.

L'appartamento, invece, è abitato quotidianamente. Anche se l'immobile è confiscato. "Io non ne so niente", risponde al citofono il figlio di Lanzarotti. L'Agenzia nazionale per i beni sequestrati, però, la situazione la conosce: "L'immobile è occupato, almeno dal 2018, data della relazione del coadiutore che ho qui davanti", replica Massimo Nicolò, dirigente della sede di Reggio Calabria dell'Anbsc, che si occupa della Sicilia orientale. I coadiutori sono consulenti dell'Agenzia chiamati a verificare il buono stato dei beni dopo che la sentenza di confisca è diventata irrevocabile, nell'attesa che i beni stessi vengano affidati alla gestione di enti pubblici o associazioni. In altri termini, sono professionisti che devono controllare che case, imprese e terreni non vengano vandalizzati o, peggio, che non restino nelle disponibilità di coloro a cui sono stati tolti. "Dopo l'avvenuta definitività della confisca – continua Nicolò – anche eventuali decreti del giudice che consentano agli imputati di continuare a occupare il bene decadono: gli immobili devono essere liberi". Quindi, secondo il dirigente dell'Agenzia, se anche la famiglia di Lanzarotti avesse avuto un titolo per continuare a usufruire della casa durante il processo, al termine dell'ultimo grado di giudizio avrebbe dovuto fare le valigie e andare via.

"Se queste persone non hanno titoli di proprietà, è un problema sormontabile – interviene il sindaco – Si procede allo sgombero tramite la forza pubblica". Ma al decreto di sgombero, visto che l'appartamento e i terreni sono ancora in capo all'Agenzia, è l'Agenzia stessa che dovrebbe pensare. "Prima si identificano gli occupanti tramite le forze dell'ordine, poi si fa il decreto, se non è già stato fatto. E questo non lo so, perché non ho qui con me il fascicolo digitale". Ma, anche se il decreto esistesse, non è ancora stato eseguito. "Il fatto è che avviene tutto abbastanza alla luce del sole – conclude Saro Rossi – La casa è abitata, la piscina viene usata, e dalle stesse persone a cui avrebbero dovuto essere state confiscate da anni. Senza che nessuno vada lì a dire ‘Ehi, voi che ci fate qui?'. Di situazioni come questa la Sicilia è piena". Ma ora la magistratura indaga.

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