"Mi ha detto che se avessi avuto qualche operazione cotto e mangiato, ossia senza svolgere indagini lunghe, una parte del denaro e dello stupefacente poteva essermi data quale compenso. La mia parte, nel caso d'informazione positiva, sarebbe stata pari al 10%". Sono le parole dell'ex informatore dei carabinieri che ha inchiodato con la sua testimonianza i carabinieri infedeli della caserma Levante di Piacenza.

Il supertestimone

L., pregiudicato per reati di spaccio era stato scelto dall'appuntato G. M. come informatore perché lo aiutasse – secondo quanto ricostruito dalle 326 pagine di ordinanza firmate tre giorni fa dal Gip Luca Milani – a mettere a segno arresti e sequestri ‘facili' di stupefacenti che poi finivano nelle cosiddetta ‘scatola della terapia', una riserva da di droga che lui stesso e i colleghi F. e C. distribuivano a titolo di ricompensa, nella misura pattuita del 10 per cento rispetto al totale sequestrato, agli informatori che lo avevano aiutato. "Mi disse che avrei potuto stare tranquillo: nel caso di eventuali controlli potevo fare il suo nome e anche chiamarlo personalmente".

Il barattolo della terapia

“La droga  – continua L. – viene conservata all'interno di un barattolo che veniva riempito parzialmente e in queste occasioni. Quando era quasi vuoto, l'appuntato me lo agitava davanti per far capire che c'era bisogno di altre informazioni per poterlo riempire. Nel periodo di collaborazione con M., la terapia mi veniva data da lui all'incirca ogni due giorni oltre ai quantitativi pattuiti  (il 10%) a seguito degli arresti effettuati. Per quanto riguarda invece i soldi M. mi ha dato circa mille euro di denaro sequestrato durante le operazioni".

 

La rete di spaccio nutrita con la droga sequestrata

Sequestri e arresti, sempre come ricostruito dall'indagine della Procura, erano ‘funzionali' ad alimentare la rete di traffico di stupefacenti gestita dai carabinieri arrestati. E in particolare nel periodo del COVID19, nell'impossibilità di rifornirsi dovuta ai limiti negli spostamenti, procurarsi lo stupefacente attraverso le operazioni di servizio era fondamentale per tenere viva la rete. Anzi, di più. Era vantaggioso, visto che la concorrenza non solo non poteva rifornirsi, ma veniva così sbaragliata da arresti e sequestri.

 

Il metodo Levante

Un metodo funzionale, salvo che nello stesso periodo in cui il cartello della Levante espandeva le sue attività, la Procura registrava ogni conversazione e movimento degli indagati. Merito del captatore informatico installato sui loro dispositivi, un trojan,  che aveva dato all'autorità inquirente l'accesso alle foto e alle conversazioni audio della compagnia. Nonché i materiali e le prove già forniti dal testimone a R. P., ex militare alla Levante e attualmente comandante della caserma dei carabinieri di Cremona, la gola profonda che ha denunciato i suoi ex colleghi con la collaborazione di L.

Come un romanzo noir

Quest'ultimo, cittadino marocchino, dal canto suo, ha preferito denunciare e correre il rischio di essere rimpatriato piuttosto che lasciare in attività i narcos della Levante, che tra il ticchettio sul barattolo che esigeva sempre nuovo materiale e le minacce, quelle vere, stavano esercitando grosse pressione su di lui. "Le dichiarazioni rese da L. erano parse meritevoli di ulteriori approfondimenti – ha scritto il GIP Milani – ancorché avessero rivelato un quadro cui gli inquirenti – come lo stesso scrivente – stentavano a credere"."Leggendo la richiesta di applicazione di misure cautelari, è capitato spesso di alzare lo sguardo per capire se non ci si stesse trovando di fronte alle pagine di qualche romanzo noir riguardante militari infedeli". Tutto vero, invece.