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Covid 19
6 Aprile 2020
15:29

Brusaferro (Iss) a Fanpage.it: “Sui tamponi nessun errore, adottate tutte le misure di precauzione”

Il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, in un’intervista a Fanpage.it parla dei primi contagi di Coronavirus in Italia che potrebbero essere avvenuti già a gennaio, anche se allora non ci sono stati segnali fino al caso di Codogno. Brusaferro parla anche della zona rossa non istituita nel bergamasco, del sistema sanitario lombardo e della questione dei tamponi.
A cura di Stefano Rizzuti
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In Italia i primi casi di Coronavirus si sono probabilmente registrati già a gennaio, ma individuarli era quasi impossibile, in assenza di chiari segnali. A spiegarlo, intervistato da Fanpage.it, è il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro. Per quanto riguarda i primi casi, l’ipotesi è che le prime sintomatologie risalgano ai primi di febbraio, “il che ci fa presumere che alcuni casi potessero esserci già a gennaio”. Ma solo quando è stato individuato a Codogno il caso positivo al tampone “si è potuto risalire” a questi contagi sulla base della curva: un’ipotesi, quindi, ma non una diagnosi certa. La difficoltà di individuare prima i casi di Coronavirus è stata dettata da diversi fattori: “Nel momento di gennaio e febbraio ci trovavamo nella fase ascendente del picco epidemico dell’influenza e quindi sintomatologie tipo polmoniti o infezioni delle altre vie respiratorie erano degli eventi attesi nel nostro Paese e non facilmente distinguibili”.

L’Oms aveva chiesto di provare a individuare i contagi soprattutto tra chi proveniva dalla Cina o aveva avuto contatti stretti con chi c’era stato: “Il quadro internazionale dava delle indicazioni molto precise su come identificare e in altri Paesi non c’erano evidenze di questo tipo. In quel momento credo non fosse facile fare previsioni diverse”, spiega Brusaferro. E non sono bastate neanche le circolari del ministero della Salute che già a gennaio prevedevano la “segnalazione di casi atipici”.

Non c’erano segnali d’allarme, secondo Brusaferro, anche perché “non devono necessariamente arrivare in Istituto. Ma la rete dei medici sentinella non aveva dato segnali di questo tipo e credo che neanche il ministero li avesse”. In un primo periodo, secondo il direttore dell’Iss, “l’attenzione forte era nel tracciare persone sintomatiche, con contatti stretti. C’era una grandissima attenzione verso chi tornava dalla Cina, è stato il periodo dei termoscanner”. Poi i sospetti sono aumentati quando il virus ha iniziato a circolare maggiormente fuori dalla Cina, “fino ad arrivare al caso di Codogno che evidentemente era un caso eclatante che ha fatto sospettare questo evento”.

Il 2 marzo era stato ipotizzato di attivare una nuova zona rossa nel bergamasco: sarebbe cambiato qualcosa? Per Brusaferro “dare una risposta è difficile, possiamo dire che nei giorni successivi sono stati adottati provvedimenti restrittivi in Lombardia e poi in tutto il territorio nazionale perché ci trovavamo di fronte a una circolazione elevata che si diffondeva molto rapidamente e che richiedeva dei provvedimenti molto forti che ora stanno dimostrando la loro efficacia”.

Altra questione è quella del sistema lombardo, basato soprattutto sugli ospedali che potrebbero essere stati, secondo alcune interpretazioni, anche veicolo del virus: “Questa può essere un’ipotesi da studiare, oggi non abbiamo elementi per farlo. In questo momento la lascio esporre ai colleghi, a me piacerebbe parlare con degli elementi solidi, con dei numeri. Io devo dare solo atto ai nostri operatori, a tutte le persone che stanno lavorando in modo straordinario, per cercare di far fronte a quest’epidemia che ha messo a dura prova un po’ tutto il sistema sanitario”.

I medici e gli infermieri sono le persone che più sono state esposte al rischio di contagio e secondo qualcuno si potevano fare più tamponi, come in parte previsto anche dalla circolare del ministero della Salute degli scorsi giorni: “Quello che la circolare ha manifestato è che si aumenta in qualche modo la disponibilità dei tamponi che, dobbiamo ricordare, hanno un numero limitato. Per quello che mi risulta le persone esposte o sintomatiche tra i sanitari sono state tamponate e sono state adottate delle misure di precauzione per fare in modo che le persone positive o sospette avessero misure precauzionali per capire se continuare o sospendere l’attività in base al loro stato”. Per quanto riguarda l’ipotesi dei tamponi di massa, invece, Brusaferro esprime le sue perplessità: “Non sono in grado di darle un quadro, però parlando con molti colleghi delle direzioni sanitarie, so che hanno adottato dei protocolli tali da poter monitorare e anche mettere nelle condizioni di intercettare colleghi positivi e quindi metterli in sicurezza”.

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