Doverosa premessa: che ci sia sempre qualcuno con la voglia, lo spirito e la bravura di Marco Tullio Giordana che anche senza guanti decide di mettere le mani in mezzo all'immondizia dove ogni tanto finiscono per indifferenza storie importanti come quella di Lea Garofalo e della sua coraggiosa figlia Denise. Portare in prima serata la storia di chi si ribella alle mafie avendole in casa è meglio di qualsiasi discorso di qualsiasi presidente della Repubblica: è l'esempio dato con le scelte della vita, con le azioni e senza curarsi della retorica e delle posture. E davvero la storia di Lea è stata anche la storia del risveglio di tanti (giovani e non, lombardi e non) che hanno imparato il dovere e la bellezza di stare vicini alle persone che non hanno paura. Se dovessimo immaginare un modello di televisione etico, ecco, ieri sera sarebbe stata una buona serata per il nostro Paese.

Però Lea Garofalo, al di là del mito e dell'agiografia , è stata una donna che ha deciso di uscire dal programma di protezione perché alla fine non ci ha creduto più ad uno Stato che avrebbe dovuto proteggerla. Anche questo è coraggio: viene un momento, per le vittime o i famigliari di vittime di mafia, in cui ci si accorge che il male e il bene non è per niente così bianco e così nero come si legge su alcuni libri e in alcuni film, ma che si muore spesso per mano di mafia e con il contesto come suo alleato migliore, come direbbe Sciascia. Lea Garofalo aveva chiesto aiuto alle istituzioni in molte delle sue componenti, dalle più alte fino agli uomini che quotidianamente ne avrebbero dovuto assicurare la protezione. E Lea Garofalo, la Lea che è stata fatta potabile da una prima serata con tutti gli onori, per quelli che avevano in mano il suo destino da nascosta e sempre in fuga Lea Garofalo era spesso descritta come tossica, poco di buono e altre velenose infamità. Inseguita dalla mafia ma calunniata dallo Stato.

Il che, attenzione, non sminuisce nemmeno di un centimetro la meritoria operazione che ieri ha compiuto il nostro servizio pubblico televisivo e tutti le parti coinvolte nel progetto, a patto che non sia un'iperbole di alcuni elementi per l'odioso nascondimento di certi altri. Le stesse associazioni antimafia (tutte, dalle più istituzionali in giù) hanno capito troppo tardi che l'urlo di quella madre scappata dalla Calabria non nascondesse nessun altro interesse che la dignità e la felicità, sua e di sua figlia; riconoscerlo è il primo passo per un'autenticità che dobbiamo a Lea e alla sua storia.

Si potrebbe dire, semplificando, che ancora una volta ci siamo accorti delle dimensioni di un dramma solo quando si è consumato; questo è il primo passo obbligatorio per potere davvero "fare memoria" esercitandola piuttosto che semplicemente commemorarla. Sull'onda emotiva del film di ieri sera si sappia (e si dica e si scriva) che la situazione dei testimoni di giustizia oggi in Italia (cioè di coloro che come Lea e Denise hanno denunciato illegalità di cui sono a conoscenza) non è molto migliorata dalla disperante situazione che ha portato la protagonista del film al non potersi mai completamente fidare di qualcun altro oltre che se stessa. In Italia, oltre alle leggi, continua a mancare una cultura (anche affettiva) alla protezione e non sono rari i casi di persone che hanno vissuto e continuano a vivere la propria situazione di denuncianti come un "peso" per le istituzioni. Noi le persone come Lea le vorremmo proteggere da vive; magari raccontate con la loro voce, da vive.

Siamo il Paese dove gli eroi non muoiono mai di vecchiaia.