Bastano poche parole per ricordare Don Puglisi, è sufficiente la calma serafica con la quale, secondo le testimonianze del pentito Salvatore Grigolo, esecutore del suo omicidio insieme a Gaspare Spatuzza, il prete siciliano affermò prima di essere ucciso "Me lo aspettavo". Ci immaginiamo anche un sorriso beffardo sulle sue labbra, come a voler schernire chi stava tentando di fermare le sue parole mettendo fine alla sua vita. Ma le parole di Don Puglisi hanno continuato a camminare, questo è indubbio. Lo sa per primo lo stesso Grigolo, che dopo le sue confessioni sembra essersi indirizzato ad un processo di redenzione. Era il 15 settembre del 1993 quando, sulla porta di casa sua, al parroco venivano sparati colpi di pistola alla nuca. Quella di Don Puglisi è una storia che ha commosso l'Italia e continua a farlo oggi, dimostrazione concreta di una terra che può cambiare, che potrebbe cambiare, ma che non può farlo se si appella agli atti eroici di pochi, che in fondo eroi non sono. La sua beatificazione, confermata il 25 maggio di quest'anno, riconosce al primo martire della chiesa per mani della mafia un valore sociale e culturale che non bisogna correre il rischio di dimenticare.

Perché se da una parte la giustizia ordinaria si è prodigata nel cercare i colpevoli, al suo fianco dovrebbe persistere nel camminare quella straordinaria di giustizia, la memoria. E' vero, che queste parole vengano spese solo in occasione di una ricorrenza pare pretestuoso, opportunistico, di maniera. Don Puglisi non va incensato perché probabilmente non avrebbe voluto. A far parlare di lui non dovrebbe essere la ricorrenza ventennale della sua morte in sé, quanto la ricorrenza quotidiana di ciò che ha fatto e detto per la proprio terra, per il rispetto della propria dignità di uomo di chiesa. Ma anche di uomo e basta.