Un apparente paesaggio di serenità si è adagiato sulle montagne di libri accatastati nel mega deposito di Stradella. Oppure più semplicemente, dopo qualche fuoco d'artificio sepolto tra le pagine di cronaca, si è tutti un po' rientrati nella più cauta dimensione del silenzio. La notizia circolata negli ultimi giorni, dopo la tempesta dei libri non consegnati, conseguenza dello sciopero dei lavoratori (con tanto di appelli finalmente caduti dal pero) è l'accordo raggiunto alla ormai famosa Città del libro di Stradella. Salvi gli 800 posti di lavoro, hanno dichiarato soddisfatti i sindacati, che hanno trovato un'intesa con la Ceva Logistics, il colosso dei trasporti e della logistica che gestisce il magazzino da cui partono i volumi stampati e distribuiti in Italia da Messaggerie Libri.

Eppure, nonostante il paesaggio apparentemente sereno, la questione di come la filiera del libro e dell'editoria – che resta il principale attore economico del comparto cultura nel nostro Paese – è ancora lì, spaginata davanti agli occhi appannati di noi lettori, scrittori, editori, semplici clienti. Che sia "I fratelli Karamazov" o un cestino di kiwi, poco importa: la merce è merce e lo sfruttamento è sfruttamento. Questo, riassunto in soldoni, il senso dell'articolo circolato in rete nei giorni scorsi ad opera di un giornalista e libraio, Franco Di Battista, trentaseienne gestore dello spazio "Empatia Libri" a Teramo, in Abruzzo, che dal suo osservatorio ha provato a tessere i fili della questione. Motivo per cui abbiamo deciso di ascoltare la sua opinione su quanto accaduto nei giorni scorsi e soprattutto sui possibili scenari futuri.

Di Battista, a che titolo e per quali ragioni ha deciso di mettere in chiaro quanto successo alla Città del Libro?

Ho 36 anni e da circa quattro mi occupo con Rachele Palmieri del piccolo spazio di Empatia Libri a Teramo. Oltre a questo, sono un redattore free-lance e la mia conoscenza del settore è iniziata qualche anno fa quando ho frequentato il corso "Il lavoro editoriale" (allora organizzato da Minimum fax) perché volevo trovare una professione legata al mondo dei libri. Le esperienze più importanti, per quanto riguarda la filiera del settore, sono comunque maturate lavorando in libreria: dal rapporto con i fornitori all'organizzazione di iniziative legate alla lettura ho avuto la possibilità di approfondire molti aspetti del campo editoriale italiano.

Proprio da libraio è iniziato il suo "rapporto" con la Città del Libro di Stradella…

La Città del Libro movimenta decine di milioni di libri l'anno e in cui sono impiegati circa 800 operatori e operatrici della logistica. Il sito è gestito da Ceva Logistics, una multinazionale dei trasporti e della logistica attiva in circa 170 paesi e con più di 50000 dipendenti. Nei giorni scorsi, a partire dal 1 marzo, gli 800 dipendenti sono entrati in sciopero per chiedere il rispetto dei contratti di lavoro, il riconoscimento dei livelli professionali, e la conferma di circa 200 posizioni in bilico: richieste sacrosante.

Dopodiché c'è stato l'accordo sindacale con il "salvataggio" dei posti di lavoro. Fin qui la ricostruzione dei fatti, che più o meno tutti i media hanno fornito. Cos'è che manca al racconto di questa vicenda?

Fondamentalmente la ricostruzione di quanto accaduto prima del 1 marzo. Bastano due esempi: a fine luglio 2018 vengono sequestrati 9 milioni di euro (centinaia di immobili) ad un imprenditore operante dello stabilimento con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale e allo sfruttamento di centinaia di lavoratori. Ma già ad aprile 2017 era scoppiato un altro scandalo: si scopre che una settantina di operai  erano stati assunti, attraverso un meccanismo di subappalti, da un'agenzia interinale romena con tanto di contratti in lingua straniera e paghe per 307 euro medi a contratto. Quello che è accaduto, dal mio punto di vista, e continua ad accadere a Stradella, anche se è stato raggiunto un accordo tra le parti, è che c'è una storia non raccontata: nessuno si prende la briga di collegare gli eventi e metterli in relazione tra loro, forse perché una storia del genere non suscita più abbastanza scalpore o perché in qualche modo a tutti conviene raccontare solo la parte di vicende che si ritiene più comoda. Oggettivamente, nonostante l'accordo raggiunto, a Città del Libro si perpetra uno sfruttamento di centinaia di lavoratori che va avanti da anni.

In tutto questo, non abbiamo ancora affrontato il ruolo di Messaggerie, impresa con cui ogni libraio italiano entra, volente o nolente, in relazione?

Qui si entra nel ginepraio. Messaggerie è il vero convitato di pietra di questa storia, è un colosso dell'editoria (è la controllante di GEMS, il secondo gruppo editoriale italiano) e della distribuzione libraria italiana (in una complicata ramificazione tra holding e controllate, gravitano nella sua galassia, grossisti come FASTBOOK e gli shop on-line IBS e Libraccio.it). Alla fine dei conti, il 25% della produzione libraria che arriva in mano ai lettori italiani, un libro su quattro, passa da Messaggerie Italiane in una fase della sua produzione e commercializzazione.

Effettivamente sembra un meccanismo complicato per diventare un argomento "trend", di cui parla la gente…

Mettiamola così, il meccanismo distributivo in cui opera Messaggerie è il segmento produttivo più redditizio dell'intera filiera. Inoltre, negli ultimi dieci anni si è assistito a una concentrazione sempre più forte in ogni ambito dell'industria editoriale del nostro paese e questo è il risultato: il prezzo delle consegne sempre più veloci (per stare al passo con Amazon, per esempio) si scarica sul soggetto più debole, i lavoratori.

E per i librai?

Per chi vende libri normalmente il rapporto con il proprio distributore è fatto di date (i cosiddetti "lanci", cioè i giorni di uscita di un libro) e tanti, tantissimi documenti: bolle, fatture, rese, note di credito, come dicevo all'inizio un vero ginepraio. Questo significa che Messaggerie è anche un operatore finanziario che gestisce non solo i flussi di denaro, ma soprattutto debiti e crediti di editori e librai.

Un sistema ferreo, aggressivo, "costretto" ad essere tale dalla concorrenza sempre più agguerrita di tutti gli altri operatori.

Le aziende possono permettersi di mettere in campo queste pratiche industriali "aggressive", sia con i propri lavoratori che con i propri clienti, quando si trovano ad operare in regime di "monopolio" di fatto. Contiamo poi che, come dicevo, la logistica è uno dei laboratori per lo sfruttamento dei lavoratori perché composta da manodopera non specializzata e a basso costo, per esempio. Dall'altro lato, a parte le grandi case editrici e le catene di librerie (che spesso hanno una distribuzione legata al proprio marchio), i piccoli e medi editori e i librai indipendenti si ritrovano a far parte di un meccanismo con regole ferree e prestabilite: non c'è possibilità di contrattazione e fuori da questo canale distributivo ci si ritrova in una selva di incognite.

Ci sono aspetti da salvare in tutta questa faccenda?

Nonostante l'editoria perda centralità tra i consumi culturali si conferma di gran lunga la prima industria culturale del paese: questa vitalità, dal mio punto di vista, andrebbe nutrita con delle domande e una seria riflessione, sia dalla parte dei produttori di libri, sia dalla parte dei consumatori. La vicenda di Stradella è paradigmatica: con una copertura informativa molto blanda si rischiava di far passare una crisi industriale completamente sotto silenzio. Quindi, da una parte, spero che con l'approssimarsi della stagione delle grandi fiere e feste del libro anche questi argomenti trovino uno spazio per essere discussi.

Discutere per arrivare dove?

Per cambiare il modello distributivo logistico del libro. Bisogna prendere consapevolezza che le nuove abitudine al consumo non sono sostenibili, o meglio, lo sono solo se c'è qualcuno che ne paga il prezzo. E in questo caso si tratta dei lavoratori di Città del libro.