Una chat per conoscere nuove persone, parlare, giocare online. Basta scegliere un nickname, indicare un’età e iniziare a conversare: nessun documento, nessuna verifica dell’identità. L’accesso è semplice e veloce, ma quello che succede dall’altra parte dello schermo può essere molto diverso da ciò che la piattaforma promette. Dietro una conversazione apparentemente innocua possono nascondersi adulti che cercano di avvicinare minorenni, conquistare la loro fiducia e spostare progressivamente il dialogo su un terreno sempre più personale e sessuale.
È da qui che parte Ciao, Sweetie: nelle chat dove i predatori cacciano, l’inchiesta di Abisso presentata al Rumore festival di Fanpage.it, con Veronica Gentili – giornalista e conduttrice – e Silvia Semenzin – ricercatrice e attivista – sul palco, ospiti di un confronto sui risultati dell’indagine.
L'inchiesta integrale si può vedere QUI, se non sei abbonato puoi attivare una prova gratuita di quattordici giorni.
Come si costruisce la fiducia
L’inchiesta inizia in una chat apparente mente innocua. Basta mettere un nickname e un numero, che di solito indica l'età. Noi abbiamo fanno più esperimenti, ci siamo finti una ragazina di 11, 12, 13 anni e abbiamo aspettato. Prima una notifica, poi cinque, sette, in meno di mezz'ora erano aperte più di 30 chat. I primi messaggi sembrano innocui, le domande sono quelle di una conoscenza qualsiasi: come ti chiami, cosa ti piace, quali sono i tuoi interessi. Ma molto presto, per molti interlocutori, l’età diventa l'elemento centrale.
Non tutti cercano un coetaneo con cui parlare. Alcuni utenti sono adulti che si presentano come amici, assumono il ruolo di confidenti, cercano interessi in comune e costruiscono gradualmente un rapporto. Poi arrivano le domande più personali, le richieste di mantenere segreta la conversazione, il tentativo di capire se la ragazzina sia sola in casa e se ci siano adulti a conoscenza di quello scambio.
"Il segreto è uno degli elementi fondamentali nella costruzione della relazione con un bambino e poi con un adolescente che sta attraversando una fase di crescita. Il segreto può assumere molti significati. Innanzitutto, se un adulto sceglie proprio te per condividere qualcosa di segreto, ti fa sentire speciale, una persona eletta. È come se ti dicesse: ti ho visto, ti riconosco. E questo risponde a uno dei bisogni più profondi dei bambini: essere visti e riconosciuti nella propria identità. Quando dicono «Mamma, guarda cosa sto facendo, mi vedi?», in fondo stanno chiedendo proprio questo: di essere riconosciuti per quello che sono", ha spiegato Veronica Gentili.
"È su questo bisogno che può inserirsi il grooming, attraverso tecniche di manipolazione che non richiedono necessariamente particolari abilità psicologiche. L'adulto comincia a interessarsi al bambino, ai suoi gusti, alla musica che ascolta, alle cose che gli piacciono. «Piace anche a me, ti capisco». Così il bambino si sente ascoltato, compreso e riconosciuto, e comincia a costruire un legame di fiducia. Poi il segreto evolve e assume un altro significato: diventa una forma di iniziazione, un modo per sentirsi grandi. C'è un adulto, diverso da mamma e papà, che condivide qualcosa di esclusivo con me."
"Per un adolescente, che sta costruendo la propria identità anche attraverso il distacco dal nucleo familiare, questo può essere particolarmente importante. Ed è proprio qui che si manifesta l'altra faccia del segreto: quello che inizialmente sembrava un privilegio può trasformarsi in un vincolo. Quando il segreto diventa uno strumento per isolare, controllare o impedire al bambino di chiedere aiuto, è lì che nasce il problema. È in quel momento che la promessa di fare amicizia lascia spazio a un’altra dinamica. La fiducia diventa uno strumento, la segretezza una condizione e il dialogo un percorso che può condurre a richieste sessuali esplicite, invio di immagini o proposte di incontro nella vita reale."
Il digitale come terra di nessuno
"La vostra inchiesta è molto interessante perché ci permette di aprire una riflessione su un profondo fraintendimento che ancora caratterizza il nostro rapporto con il digitale. Per molto tempo, infatti, il digitale è stato percepito come una terra di nessuno, uno spazio senza regole né responsabilità. Ed è proprio qui che si inserisce il tema della normalizzazione di cui parlava giustamente Silvia, che considero uno degli aspetti più importanti", ha spiegato Veronica Gentili.
"Quando entro in una chat, in qualche modo, smetto in parte di essere me stessa. Questo vale anche per chi agisce violenza: può usare un linguaggio riprovevole, compiere gesti osceni o aggredire altre persone senza percepire fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni. È come se si creasse una distanza tra ciò che si fa online e la propria identità reale. Ma non stiamo parlando di avatar lontani dalla realtà: siamo noi, con le nostre parole e le nostre pulsioni. Eppure, dietro uno schermo, si crea una sensazione di anonimato, reale o presunto, che può attenuare il senso di responsabilità. Non c'è il mio volto, non ci sono gli occhi degli altri che mi guardano mentre agisco. E questa distanza può farmi sentire meno responsabile di ciò che faccio."
"Le pulsioni più morbose e disturbanti, del resto, non nascono con il digitale: esistono anche nella realtà. Tutti conosciamo le paure legate all'adescamento dei bambini, agli abusi e alla violenza, dinamiche che precedono Internet e che attraversano da sempre la nostra società. Basti pensare agli abusi in ambito familiare, che restano una realtà gravissima. Il punto, quindi, è capire che il digitale non crea necessariamente queste dinamiche, ma può offrire loro nuove modalità di espressione e renderle più difficili da riconoscere e contrastare. Perché dietro ogni schermo ci sono persone reali, e le azioni compiute online hanno conseguenze concrete."
Dalla normalizzazione alla mercificazione della violenza online
Nell'inchiesta emerge anche un elemento ancora più inquietante: alcuni contatti sembrano cercare ragazzine molto giovani per inserirle in contesti di sfruttamento più ampi. È qui che il racconto si allarga. Non sempre gli abusanti agiscono in modo isolato, esistono comunità in cui vengono condivise tecniche di manipolazione, indicazioni per individuare potenziali vittime e materiali di abuso. Un sistema nel quale l'adescamento può essere legato non soltanto all'incontro con la vittima, ma anche alla produzione e alla circolazione di contenuti.
"Le piattaforme digitali consentono a persone che condividono interessi comuni, in questo caso violenti e abusivi, di incontrarsi e creare dinamiche di accettazione e appartenenza. Si formano così comunità anche molto ampie, all'interno delle quali questi comportamenti vengono legittimati e normalizzati e dove, grazie alle funzionalità delle piattaforme, è possibile organizzare e strutturare sempre meglio le proprie attività", ha spiegato Silvia Semenzin.
"Queste pratiche spesso nascono all'interno di spazi apparentemente più ordinari e normalizzati. Pensiamo a Telegram: nonostante i numerosi scandali emersi in Italia e la chiusura di siti, gruppi e canali, queste comunità continuano a esistere e a rafforzarsi, affinando progressivamente le proprie modalità di azione. Il problema è anche culturale: continuiamo a normalizzare l'idea che gli uomini possano incontrarsi online e scambiarsi immagini sessuali di donne senza il loro consenso, spesso minorenni. All'interno di questi stessi ambienti esistono anche canali dedicati alla diffusione di materiale sessuale che coinvolge minori."
"Intorno a queste attività si è sviluppato un vero e proprio mercato interno. Non si tratta più soltanto di scambiarsi immagini, ma di vendere pacchetti di contenuti, accessi ai canali e bot in grado di generare immagini manipolate o falsificate, anche a partire da fotografie di minorenni. Si tratta di un sistema a cui può essere relativamente facile accedere, anche gratuitamente, e che trasforma la violenza e lo sfruttamento in una fonte di profitto."
"I guadagni possono derivare dalla vendita dei contenuti e degli accessi, con prezzi che aumentano in funzione della natura e della gravità del materiale. Ma il punto è che questo mercato non alimenta soltanto i profitti dei singoli utenti: può generare valore anche per le piattaforme che ospitano o facilitano queste attività."
Esistono i predatori, ma esistono anche gli ambienti in cui questi predatori sono liberi di muoversi, di cacciare. Bisogna quindi interrogarsi anche sulle piattaforme, sulle modalità di accesso, sui sistemi di verifica dell'età e gli strumenti messi a disposizione per prevenire gli abusi e segnalare i comportamenti pericolosi.
Pensare che tutto si svolga in angoli inaccessibili della rete sarebbe fuorviante. Come mostra l'inchiesta, l'adescamento può iniziare in uno spazio frequentato per fare amicizia, senza che siano necessari particolari strumenti o conoscenze tecniche per entrarvi. E il materiale di abuso può circolare attraverso ambienti differenti, anche accessibili pubblicamente.
Perché dietro uno schermo non ci sono soltanto profili e messaggi, ma persone, relazioni di potere e responsabilità concrete. E riconoscere il modo in cui l'adescamento prende forma è un primo passo per impedire che ciò che comincia con un «ciao, come stai?» finisca in una storia di abuso.