Un tredicenne entra a scuola con due coltelli, uno spray urticante e un telefono fissato al casco. L'obiettivo è attaccare la sua professoressa e filmare tutto in diretta. Perché? Chi stava guardando? Per chi lo stava facendo? Per rispondere a queste domande sono partita da un dettaglio. La scritta sulla maglietta. TMD, Total Muslim Death. Dietro quelle tre parole c'è un universo fatto di meme, simboli, video, forum: una community, che spesso comincia con il true crime. Ci sono entrata e andando più a fondo ho trovato qualcosa di diverso. Ragazzi che guardano omicidi, stragi, santificano mass shooter. Poi arrivano i video più estremi. Le armi vendute online, e utenti anonimi che spingono ragazzi giovanissimi ad azioni estreme.
Ma per capire davvero non dobbiamo solo guardare dove tutto ha inizio, ma quello che succede dopo. Perché stando all’interno della community, osservando gli utenti, diventa chiaro l’effetto domino. Ho ricostruito le conversazioni, la rete di commenti e poi ho seguito le tracce di quel video. Da una chat privata è finito su un sito dove la violenza diventa intrattenimento. Un sito dove si pubblicano clip di torture, incidenti e attentati. Qualcuno lo cercava. Qualcuno era disposto a pagare per averlo. E sotto quel video ho trovato commenti, insulti, provocazioni. Ma anche ragazzi che parlano di fare qualcosa di molto simile.
L'attacco del 18 settembre
È la mattina di venerdì 18 settembre 2026. Suola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma. Un ragazzo di 13 anni entra nell'istituto con due coltelli e dello spray urticante. Poco dopo si chiude in bagno. È lì che, secondo la ricostruzione degli investigatori riportata dalla stampa, indossa un casco, degli occhiali da softair e sistema uno smartphone sulla parte superiore del casco. Poi esce e raggiunge la classe.
La professoressa Isabella Marsilio, 66 anni, viene aggredita prima con lo spray e poi con un coltello. Il ragazzo la colpisce tre volte. Un compagno interviene e riesce a fermarlo. La docente viene soccorsa e trasportata in ospedale: le ferite non risultano mortali e viene successivamente dimessa con una prognosi di sette giorni. Ma c'è un elemento che sposta la storia fuori dall'aula: le riprese dell'attacco.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il 13enne era collegato a una videochiamata su Telegram con altre persone. Ora stanno cercando di identificarle e di stabilire che cosa sapessero dell'azione, se abbiano avuto un ruolo nell'organizzazione o nell'istigazione. È questa la domanda che accompagna ora l'indagine: chi stava guardando?
La telecamera sul casco
Il particolare della telecamera non è, da solo, la prova di un piano suggerito da altre persone, ma diventa rilevante alla luce degli altri elementi raccolti. Il ragazzo, infatti, aveva annunciato sui social l'attacco con un conto alla rovescia "meno 5 ore". Una volta arrivato a scuola, aveva completato la preparazione in bagno e si era collegato a una videochiamata su Telegram.
Abbiamo un dato: la violenza era stata trasformata in un evento destinato a essere visto da altre persone. E infatti, nelle ore successive, il filmato della preparazione e dell'aggressione ha iniziato a circolare online. Il filmato, della durata di quasi tre minuti, mostra in soggettiva la preparazione del ragazzo nei bagni della scuola, prima che raggiunga la classe.
Quel video è poi comparso online circa un giorno dopo l'aggressione su Watch People Die. E qui vale la pena fermarci un attimo. Watch People Die è un sito che raccoglie e diffonde video di violenza. Al suo interno vengono pubblicati filmati provenienti da incidenti, omicidi, attentati e altri episodi violenti. Gli utenti possono guardarli, commentarli e condividerli. Il sito è quindi diventato anche uno spazio di discussione attorno a questi contenuti, dove la violenza reale può trasformarsi in materiale di intrattenimento e di interazione tra utenti.
È un passaggio importante perché cambia la natura del contenuto. Prima c'è un'aggressione filmata, poi c'è una persona che prende quella registrazione e la pubblica. Infine ci sono altri utenti che la guardano, la commentano e la fanno circolare. La violenza diventa così un contenuto che continua a vivere anche dopo che l'evento è terminato.
La scritta sulla maglietta
C'è poi un altro elemento: la maglietta indossata dal tredicenne, sulla quale compare la sigla TMD, “Total Muslim Death”. L'Anti-Defamation League la registra tra le varianti di slogan abbreviati utilizzati in ambienti suprematisti e razzisti online.
Al momento gli investigatori stanno cercando di capire quanto fossero profondi i legami del ragazzo con questi ambienti e se esistano collegamenti diretti tra le sue frequentazioni online e il gesto compiuto a scuola. La sigla però rimanda a una comunità specifica: la True Crime Community. È un insieme molto eterogeneo di utenti e comunità online interessati ai casi criminali.
Esiste una grande differenza tra chi segue il true crime per interesse documentaristico e chi, in alcune nicchie, arriva a trasformare gli autori delle stragi in figure da celebrare, a produrre meme sulla violenza o a utilizzare immagini di attentatori e assassini come elementi identitari. È proprio questo passaggio a essere rilevante per comprendere il caso.
Europol, nel rapporto sul terrorismo europeo pubblicato nel luglio 2026, descrive una crescita del coinvolgimento di giovani nelle sottoculture digitali violente. Il rapporto segnala la sovrapposizione tra propaganda estremista, comunità legate al gaming e sottoculture online, sottolineando che alcuni giovani entrano in contatto con combinazioni frammentarie di narrazioni estremiste. Il dato è significativo: nel 2025, nell'Unione europea, sono stati arrestati 130 sospetti terroristi di età pari o inferiore ai 18 anni. Il più giovane aveva 12 anni.
Il problema non è soltanto ciò che si guarda
Guardare video di crimini e attentati non trasforma automaticamente un adolescente in un aggressore. Non esiste una relazione così semplice. Il problema emerge quando intorno alla violenza si costruisce un sistema di riconoscimento: immagini, meme, linguaggi, simboli, commenti, gruppi privati e utenti che premiano contenuti estremi.
La violenza smette di essere soltanto qualcosa da osservare e diventa qualcosa su cui costruire un'identità. In questo ambiente possono comparire anche contenuti che glorificano autori di stragi e attentati. È un fenomeno documentato da organizzazioni che studiano l'estremismo online e che Europol, nel suo ultimo rapporto, collega più in generale alla diffusione di sottoculture digitali violente.
Ed è qui che il caso romano assume una dimensione più ampia. Non è un episodio isolato. Il 25 marzo, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo,un tredicenne ha aggredito con un coltello la propria insegnante di francese. Il ragazzo indossava pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta “Vendetta”, secondo le ricostruzioni, l'aggressione è stata trasmessa su Telegram. Anche in quel caso gli investigatori hanno esaminato la dimensione digitale eil canale Telegram sul quale era stato trasmesso il video è stato successivamente chiuso.
Poi, il 29 maggio, a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, un altro giovane studente ha cercato di aggredire un insegnante. Secondo le ricostruzioni iniziali, indossava un casco, aveva un telefono con sé e aveva tentato di trasmettere la scena su Telegram. Il docente è riuscito a fermarlo prima che venisse ferito.
Cosa succede dopo
Le somiglianze sono un elemento da studiare: l'età molto bassa, l'uso dei social, la registrazione o trasmissione dell'azione, la preparazione precedente all'aggressione. I collegamenti diretti, però, devono ancora essere dimostrati. È però importante farsi anche un'altra domanda: cosa succede dopo
In tutti i casi la violenza non termina con l'attacco dell'aggressore, ma a circolare. I video possono essere commentato, trasformati in meme, ripubblicati. Possono essere utilizzati per provocare, per costruire un'identità o semplicemente per ottenere attenzione. E soprattutto possono diventare un modello.
Sotto il video dell'attacco a Centocelle i ragazzi scrivono, commentano. C’è chi lo definisce un larper – significa interpretare un personaggio, fingersi qualcuno o comportarsi in modo costruito, spesso per attirare attenzione – c’è chi lo prende in giro perché non è arrivato a -1, con -1 intendono una persona uccisa, nella community è un vanto un trofeo, e infatti lo ridicolizzano dicendo che è uno 0, uno 0 kill. C’è però anche chi fantastica sul fare qualcosa di simile.
Mettono mi piace, condividono l’outfit di quando attaccheranno, un'arma posata sul letto, un messaggio su possibili date. Non sappiamo se lo fanno per attirare l’attenzione della community o perché davvero hanno intenzione di entrare armati in una scuola e attaccare una professoressa o fare una sparatoria di massa. E qui arriviamo forse alla domanda più difficile. Come si riconosce un ragazzo che sta entrando in questo mondo?
Nel caso di Roma, le testimonianze raccolte finora restituiscono immagini diverse. Da una parte c'è il ragazzino apparentemente integrato nella scuola, dall'altra emergono contenuti violenti condivisi online. Contenuti che sembrava condividere proprio con TikTok. Non stupisce, è spesso la porta di ingresso per cadere nella trappola della community. A volte basta un meme, un video, un gruppo, un commento, un invito. Una persona che ti dice: “Vieni di là.”
Su TiTok ho trovato decine di video dove gli utenti chiedono di unirsi al proprio gruppo TCC, oppure che pubblicano post per essere aggiunti oppure cercano persone che, come loro, "hanno bisogno di violenza", così scrivono. E una volta lì dentro il rischio è che, lentamente, si sposti il confine. Una cosa che ieri sembrava assurda oggi diventa una battuta, domani diventa normale, dopodomani diventa una prova.
Perché la storia non comincia quando un ragazzo prende un coltello, ma molto prima. Quando la violenza diventa un video, quando il video diventa un meme, quando il meme ti porta dentro una community e quando qualcuno, dall'altra parte dello schermo, dice: “Fallo.”
Non sappiamo quanti di quei ragazzi passeranno dalle parole ai fatti, ma sappiamo che, dentro queste community, la violenza può diventare una forma di riconoscimento, una sfida, un modo per conquistare uno status. E allora la domanda non è soltanto cosa abbia spinto un tredicenne a entrare in una scuola armato, è cosa succede quando il suo gesto diventa il contenuto di qualcun altro. Perché il rischio è che un video non racconti soltanto una violenza già avvenuta, potrebbe diventare l’ispirazione per la prossima.